C’era una volta America

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La Stampa di oggi reca un pezzo insipido sul successo ottenuto dalla prima proiezione valdostana, aperta al pubblico, del film di Alessandro Stevanon intitolato America ed incentrato ( a quanto si evince dal trailer visionabile su youtube ) sulla figura del becchino di Aosta Pino America, al secolo Giuseppe Bertuna.
Io ero davanti al Cinemá de la Ville curioso di assaporare le delicate atmosfere che la regia di Stevanon sa creare e la luce magnifica della fotografia dei ragazzi dello Stopdown Studio. Guardandomi intorno però mi è subito balzato all’occhio lo stridente paradosso sociale che intorno a me si stava consumando: all’arrivo di Pino, la folla in attesa di entrare nel teatro scoppia in un caloroso applauso arricchito da fischi e qualche ” bravo!” di melodrammatica memoria. Ora, il paradosso citato non sta ovviamente negli applausi a Pino, meritati o no non sta a me giudicare, ma nelle mani che quei suddetti applausi stavano producendo, nei proprietari di quelle mani, mani di ” quelli che la notte non si può girare più ” per citare Frankie HI-NRG. Un sacco di facce da ” se questi non la smettono chiama la volante, caro.” Tanta gente mai vista in un solo bar, tanta gente antipaticamente borghese. Eccolo il nostro paradosso: l’emarginato, l’ubriacone, il pazzo, il molesto acclamato da chi tutti questi simpatici appellativi glie li ha regalati strada facendo.
Su una cosa ha ragione Davide Jaccod de La Stampa: ieri sera c’era il red carpet al de la Ville ma non era certo occupato dalla star della serata; a solcare il tappeto rosso era il pubblico compiaciuto di se stesso, il pubblico delle grandi occasioni, quello che non può mancare perchè altrimenti in ufficio è tagliato fuori dalla discussione.
C’era una volta America, quel Pino che un tempo non si sarebbe abbandonato alla vanità e sarebbe rimasto al Nazionale a bere, con me e gli altri, sproloquiando sulla pubblica amministrazione, i matrimoni che non durano e fantomatiche tardone attardatesi in discoteca. Il tempo trascorre su tutti e tutti ci rende più vulnerabili, ahimé.

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