Zuppa di cavolo nero

Esistono moltissimi tipi di zuppe, si avvicendano nella traduzione culinaria delle genti italiche lungo tutta la penisola, da nord a sud. Alcune sono leggere e digestive, altre ricche di carboidrati, di verdure, di formaggi e di gusto, come quella che vi propongo quest’oggi. Una zuppa che potrà tranquillamente fungere da piatto unico, ricco e gustoso che sarà capace di riscaldare le ossa, dopo tutta la pioggia di questi giorni!

Ingredienti

400 gr di cavolo nero

250 gr di fagioli borlotti

400 gr di pane di segale raffermo

1 cipolla bianca

2 gambi di sedano

2 carote

400 gr di Fontina

1 Reblochon

1 litro di acqua

15 foglie di salvia fresca

Sale, pepe nero, noce moscata 

50 ml di olio extra vergine di oliva

Procedimento

Preparare un soffritto di sedano, carota e cipolla e farlo imbiondire in una casseruola dai bordi alti che possa poi essere inserita in forno. Aggiungere al soffritto il cavolo nero privato della costola e fatto a pezzi di 3-4 cm di lato, farlo sudare qualche minuto quindi mettere i fagioli ( se li usate freschi li dovrete far bollire precedentemente una quarantina di minuti; lo stesso se secchi ma dopo dodici ore di ammollo ). Aggiustare di sale, pepe e noce moscata; aggiungere l’acqua, il pane raffermo e portare a ebollizione a fuoco vivo. Una volta che la zuppa avrà preso il bollore spegnere il fornello, aggiungere la fontina tagliata a strisce e rimestare.

Mettere in forno a 180 gradi per 30 minuti. Trascorso questo tempo togliere dal forno e adagiare sulla superficie della zuppa un formaggio Reblochon tagliato a metà orizzontalmente, la foglie di salvia e infornare di nuovo per altri 20 minuti.

Enjoy!

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Stupidità nera

Auschwitzland

L’articolo 410 del codice penale italiano è molto chiaro: chiunque commetta atti di vilipendio sopra un cadavere o sulle sue ceneri è punito con la reclusione da uno a tre anni. Se il colpevole […] commette, comunque, su questo atti di brutalità o oscenità, è punito con la reclusione da tre a sei anni. 

Ebbene la maglietta con la scritta Auschwitzland, indossata ieri a Predappio da una nostalgica fascista questo fa, vilipende oscenamente non solo il popolo ebraico vittima della Shoah ma tutti quei quindici e più milioni di morti per il folle processo di arianizzazione del III° reich; oltre al tricolore italiano esibito a pochi centimetri.

Sì, perchè le ceneri di quella sterminata moltitudine di persone passate per un camino, oggi sono in ogni dove. Aleggiano nei venti di ogni parte del mondo, galleggiano su ogni oceano, mare, fiume e ruscello in cui il nostro sguardo si posi, attendono immobili su ogni selciato, marmo, pietra o terra battuta che si calpestino. Se le parole, riportate in intervista qui, fossero vere, bisognerebbe spiegare all’indossatrice che lo humor nero ha un limite e se l’intelligenza personale non è in grado di porlo, allora ci deve pensare la Legge. 

L’umorismo nero è da sempre utilizzato in letteratura come nel teatro o in poesia con la sola finalità di spingere il lettore\ascoltatore a meditare su fatti macabri, folli, violenti. Non è umorismo nero mettere in beffa la sofferenza, la paura, l’annullamento e infine la morte di milioni di persone. Nessuno si sognerebbe neppure di stampare ed indossare una maglietta con l’immagine dello stabile diroccato, del quartiere san Lorenzo di Roma, dove pochi giorni fa ha trovato una morte atroce una giovane ragazza, scrivendoci sotto chessó: party house. Il fatto che la seconda guerra mondiale, i campi di sterminio e la Shoah siano lontani nel tempo non cambia nulla. Non facciamo magliette che irridono allo sterminio degli abitanti di Timor Est, vittime di genocidio negli anni settanta del novecento come non se ne vedono del genocidio del popolo tutsi in Ruanda, di poco più di vent’anni fa.

Non si può ridere di tutto. Non si deve ridere della morte, a meno che non lo si faccia della propria; ridere della propria dipartita può essere un modo per esorcizzarne la paura che ne deriva ma ridere della morte di un altro essere umano è una grave mancanza di rispetto in primis verso se stessi. Sì perché la livella, come la chiamava il principe De Curtis in una splendida poesia, è l’unico mezzo in possesso dell’universo per eguagliare le distanze che gli uomini interpongono tra loro, se giochiamo su questo allora nemmeno la livella può più rendere reale il sogno egualitario.

Se è vero, come nell’intervista dichiara l’indossatrice, che quella maglietta fa parte del suo corredo quotidiano e nessuno se ne è mai lamentato allora questo paese ha dei problemi molto più rilevanti di spread, DEF, grandi opere o immigrazione: l’Italia sta perdendo la sua umanità. Possiamo iniziare a dimenticare il vecchio adagio che recita italiani brava gente; bisognerà inventarne un altro.

 

Risotto alla curcuma e petali disidratati

Un risotto importante e bellissimo da vedere, impreziosito dalla curcuma, lo zafferano dell’India, e addolcito dai petali disidratati, introdotti a fine cottura, in fase di mantecatura, con burro salato normanno d’Isigny.

Ingredienti per due persone

180 gr di riso Roma

600 ml di brodo vegetale

30 gr di cipolla bianca

2 cucchiai di curcuma

1 cucchiaio di petali disidratati

40 gr di burro d’Isigny

40 gr di parmigiano reggiano

1 cucchiaino di olio evo

Tagliate la cipolla a brunoise e fatela appassire con l’olio in una casseruola dai bordi alti ( ricordate che il risotto non si fa mai nelle padelle basse! ). Tostate il riso due minuti e bagnate con il brodo vegetale bollente. Fate cuocere 17 minuti aggiungendo brodo al bisogno. Prima di spegnere la fiamma introducete la curcuma e mescolate con cura. Il risotto, al termine della cottura, dovrà risultare cremoso ma non brodoso. Aggiungete il burro congelato e i petali disidratati e mantecate. Non sarà necessario salare se avrete precedentemente ben insaporito il brodo. Servite caldo, dopo cinque minuti di riposo in tegame e decorate con alcuni petali!

Buon appetito!

Un Grillo poco grottesco

Pochi giorni fa il caro Beppe Grillo, al raduno nazionale dei pentastellati, ha utilizzato due disturbi psicologici come fossero un insulto. Questo dovrebbe fare accapponare la pelle ai liberi pensatori cinque stelle e invece no. Scatta la difesa, giusto a dirsi, per partito preso. Parte la solita solfa: parole estrapolate dal contesto, non si può giudicare un discorso di mezz’ora su un minuto e mezzo, erano solo le battute di un comico e così via. Non è così perché se così fosse allora avrebbero ragione anche i destrorsi simpatizzanti fascisti a ricordarci le paludi Agro Pontine o i treni in orario.

Non ci si può fare l’idea dell’umanità di una persona da quante cose belle, alte e produttive proferisca; per farsi l’idea esatta di una persona si deve partire dalle bassezze che nel mezzo del bello riesca ad introdurre. So bene che possa sembrare un atteggiamento mentale oscurantista ma tenere a freno la parte malvagia dell’animo umano richiede sacrificio e dedizione, partendo dal presupposto fondamentale per cui il fare del bene non si riassume esclusivamente nel non fare del male. Prendersela con cittadini meno fortunati, definendoli anormali e usandoli a paragone di una sequela di avversari politici, su di un palco dov’era presente metà del governo nazionale, nella capitale d’Italia non è lo sproloquio di un comico è un discorso politico fatto e finito. L’ironia, il sarcasmo e il disprezzo dell’avversario erano spesso usati anche da Mussolini quasi come captatio benevolentiæ e il pubblico mussoliniano rideva della paventata stupidità altrui.

Già, rideva come ha riso il parterre grillino a quelle oscenità verbali svilenti e settarie.

La strada verso cui conduce la risata scardinata dal rispetto, offensiva e lontana da quel corpo grottesco, di cui ci ha così bene spiegato Michail Bachtin, conduce al dirupo, lo si può incontrare quando meno ce lo si aspetta. Il rispetto della diversa abilità è una conquista troppo recente dell’umanità per iniziare di già ad essere derisa, smontata o scassinata.

Orwell si rivolta nella tomba

Che amarezza. Dopo il dahu e flocon de neige, lo stambecco albino, il panorama delle creature mitiche e particolari si allarga, in Valle d’Aosta. Oche e maiali che descrivono bene il voluttabro che si sta da tempo costruendo in piazza Deffeyes.

Un’aia in cui manca l’aria.

Un’aia in cui l’acredine, la malevolenza, l’acrimonia, il rancore, lo scherno, il siparietto e la maleducazione si moltiplicano esulando dal normale conflitto politico che è respiro della democrazia e dell’istituzione stessa del Consiglio della Valle d’Aosta. Perché a perdere di credibilità, in questi osceni chiari di luna, ahimè non sono le persone, che continuano ad attingere alle loro sacche di ciechi voti, bensì è l’istituzione stessa; l’agognata poltrona viene lordata di lerciume social, di bullismo politico perdendo il suo alto valore rappresentativo. Probabilmente è proprio vero che il vertice della piramide è l’espressione statistica della base. Se ci limitiamo ad un sorrisino sardonico, a sospirare tristemente o ad una alzatuccia di spalle di fronte a questi veri rigurgiti agri, astiosi e sessisti, allora cari amici non andremo molto lontano. Anche il dahu, quando distratto, se lo chiami precipita.

Aiace e il governo giallo-verde

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Sofocle, siamo circa nel 445 a.C., fa dire una frase molto interessante ed attuale al suo tragico anti-eroe Aiace: con l’aiuto degli dèi anche chi è meno di nulla può ottenere il trionfo; io anche senza di loro confido di conquistare la gloria. Aiace è un uomo solo, vive nella sua mente, distaccato dalla realtà del mondo che lo circonda, fa il suo dovere ed è convinto di farlo bene, meglio di tutti. E se ne frega. È sicuro di essere nel giusto e persegue quella giustezza con ogni mezzo; Aiace sospetta e vive di nemici, se li crea e alla fine li attacca ma, con la mente obnubilata dalla sua ossessione, cieco e furioso ( e ingannato da Atena ) manca i suoi bersagli trucidando a colpi di spada gli armenti dell’esercito greco.

L’isolarsi dal mondo, il non sentir ragioni, il fregarsene per marciare sempre avanti sono quindi sentimenti e atteggiamenti antichi quanto l’uomo e se l’uomo è ossessionato e, per giunta, convito di essere l’epifania della nuova politica, la parusia del salvatore della patria allora può venirsi a creare qualche problema.

Negli ultimi giorni si sono viste e sentite azioni e dichiarazioni di ogni genere, da parte di entrambi i vice presidenti del Consiglio dei Ministri: dall’esultanza retrò di Di Maio profusa dal balcone di palazzo Chigi per l’abolizione della povertà, fino a ieri sera con Salvini in camicia nera militare, con tanto di stellette sul colletto, che accarezza sul capo dei giovani dicendo loro di stare lavorando per creare qualche posto di lavoro, per il futuro.

È il futuro che spaventa il popolo ma per preparare il futuro ci vuole tempo, non si può correre forsennatamente, come si sta facendo nell’ultimo mese, correre per arrivare primi in una competizione dove se si vince non si hanno premi ma se si perde ci si gioca tutto. Eppure, dice bene Luigi Zoia: la paranoia è convinta che tanti siano nemici. Soprattutto ha un nemico che non è una persona: il tempo. A me pare, sempre più, che gli atteggiamenti dei rappresentanti di questo governo si slancino acutamente verso la paranoia. Ieri la Banca d’Italia, l’ISTAT, la Corte dei Conti e perfino la presidenza dell’Ufficio parlamentare di bilancio hanno espresso forti preoccupazioni e critiche nei confronti della nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza ( NADEF ) 2018 ma questo non ha fatto né fermare né riflettere gli audaci condottieri del nostro paese. 

Nemici, nemici ovunque, in casa e all’estero, tutti votati a far aumentare la povertà e a ridicolizzare chi si batte per debellarla, per far ripartire il paese. Bisogna però fare molta attenzione a voler colpire i nemici perché, accecati dalla fretta si può sbagliare e togliere il cibo dalla bocca di molti, come Aiace appunto ci insegna.

La maggioranza del popolo, si parla di sondaggi al 60% tra Lega e M5S, li sostiene senza forse comprendere realmente quale sia la situazione; il popolo non comprende perché la democrazia non è semplice, tutt’altro, è complessa e articolata, lenta tanto da sembrare quasi desueta se rapportata alla contemporaneità fatta di social, virtualità e facilità nel fare ormai di tutto: dal trovare un ristorante di nostro gusto al trovare l’amore della vita, salvo poi trovarsi con più d’una sola per le mani! 

Non credo, come molti ed illustri personaggi del parterre pubblico, che la democrazia debba dirigersi verso una maggiore inclusione della popolazione, debba essere cioè più diretta, sono fortemente convinto invece che servirebbe una classe dirigente più retta e competente. In fondo però ci ritroviamo con una classe dirigente che rispecchia il paese; un paese che non investe, anzi, toglie denaro all’istruzione, un paese che ha continuativamente abbassato gli standard culturali della propria popolazione, un po’ per tornaconto politico e un po’ pure per agevolare chi non ce la fa. L’idea del portare avanti tutti e tutti insieme è un’idea nobile della sinistra che ha però portato allo sfacelo odierno. Il dire che siamo il paese con meno laureati in Europa ci ha portato ad abbassare perfino il livello di istruzione universitaria, complici tutta una serie di riforme che hanno saputo disgregare la solidità degli atenei italiani, i più antichi del mondo.

È necessario riprendere in mano la situazione perché l’Italia è molto più forte, intelligente e capace di come ce la dipingano, bisogna riuscire a portare al centro della società civile quelle persone intelligenti e capaci che credono la politica sia ormai irrecuperabile, che le aule parlamentari siano bivacco di concussi e terra fertile per concussori.

Mi ha colpito una frase letta recentemente, di Hannah Harent, in relazione alla fine della terza repubblica francese: la Francia precipitò in rovina perché non aveva più veri dreyfusards, più nessuno convinto che si potessero difendere la democrazia e la libertà, l’eguaglianza e la giustizia nella forma di questa repubblica. 

È il tutto che si ripresenta, in una ciclicità spaventosamente nietzschiana e stoica mentre noi, seduti sul bordo del fiume aspettiamo un cadavere, sperando di non riconoscerci in esso.

Una grigia particolare

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Visti i primi mali di stagione che si affacciano in questi giorni di primi freddi, vi presento una ricetta davvero facile e veloce che riutilizza l’acqua ricca di amido nella quale avrete bollito il riso in bianco di un plausibile ammalato, per creare una salsa gustosa e appagante, dai toni giallognoli e dal gusto vellutato e deciso al tempo.

Ingredienti per due persone:

250 ml di acqua carica di amido di riso

130 gr di pecorino romano

pepe nero q.b.

100 gr di guanciale di maiale stagionato a cubetti

50 gr di guanciale stagionato in fetta fine

200 gr di pasta secca ( la vostra preferita, per me saranno spaghetti del micro-pastificio Martelli di Lari in Toscana, pasta superlativa ottenuta da grani duri antichi, trafilata al bronzo e lasciata ad asciugare per più di cinquanta ore; considerate che una pasta commerciale non asciuga per più di un paio d’ore! )

Procedimento:

Siamo normalmente abituati a far bollire il riso in molta acqua ma per questa ricetta ci serve un’acqua di cottura che alla fine risulti carica di amido e quindi vi consiglierei di far bollire il riso in bianco nella metà dell’acqua che utilizzereste solitamente, tranquilli il riso si cuocerà comunque. Una volta che il riso sarà cotto, al posto di scolarlo direttamente nel lavandino, scorrete via l’acqua di cottura in un recipiente e conservatela facendola raffreddare.

Nel frattempo fate croccantizzare il guanciale in piastra, forno o pentola antiaderente avendo cura di rendere secche e croccanti le fettine sottili che ci serviranno per la guarnizione.

Una volta intiepidita, l’acqua del riso andrà condita con 100 gr di pecorino romano e una generosa grattata di pepe nero quindi mixate il tutto con un minipimer e versate il composto in una padella dai bordi bassi posta su un fuoco piccolo e molto dolce. Nel frattempo avrete messo a bollire l’acqua per la pasta, questa volta sì molto abbondante, calcolate che si usa dire che la pasta secca voglia un litro di acqua ogni etto di pasta. Calate la pasta e scolatela molto al dente ( 3 o 4 minuti prima della fine cottura ) e gettatela nella padella dove si sta scaldando il sughetto; alzate la fiamma e fate terminare la cottura. Per chiudere il piatto aggiungete i cubetti di guanciale croccante in padella e mescolate bene. Servite in una fondina e decorate con le fettine di guanciale croccante, il resto del pecorino grattugiato e una generosa grattata di pepe. Ritroverete nel piatto una pasta cremosa tanto quanto se vi aveste aggiunto dell’uovo.