Quando la libertà si trasforma in licenza

Licenza deriva dal latino licens che è il participio presente di licère ossia esser permesso; per estensione prendersi licenza è, a tutti gli effetti, un abuso di libertà. Ecco perché, a mio avviso, le salviniane licenze, includenti santi, madonne, rosari e affini, sono un abuso di una delle più ragionate e difficili libertà di questo paese: la libertà di culto.

Libera chiesa in libero stato, ricordate? Ma la chiesa per essere libera ( chiaramente per chiesa si intende oggi il culto, la religione ) non può essere piegata, veicolata, stereotipata in una barzelletta arruffa popolo, da palcoscenico.

Mi viene alla mente Kant, per cui la morale era argomento assai serio, ebbene Kant pensava, riassumendo il concetto, che l’uomo, ogni uomo, andasse trattato sempre come fine e mai come mezzo. Da qui la necessità, ahimè mai realizzatasi in tutta la storia umana, di creare anzi di costruire una morale universale, la quale non potrà mai basarsi sulla religione, per via evidente delle molte credenze diverse e spesso contraddittorie esistenti.

Ecco quindi che osservare un capo politico agitare la croce davanti a un gruppo di contestatori, quasi fossero dei non morti vampireschi da scacciare a preghiere e invocazioni, oltre che a far sorridere, fa pure pensare a tutta la cattiva fede dell’ex giovane comunista padano, fulminato e redento sulla via di Roma.

Evidente risulta come Salvini consideri l’uomo solo come mezzo politico e mai invece come fine ultimo della sua politica.

Maestro è, Salvini, nel creare una morale distorta, una morale pericolosa perchè molti italiani stanno interiorizzandola, ne stanno facendo psiche. Tale morale distorta affonda le sue radici nella paura: paura del diverso, paura della stagnazione, della decrescita, paura della crisi, paura della perdita dei propri privilegi, paura di tutto quanto il mondo che circondi le nostre abitazioni. Questa morale distorta attecchisce, come la gramigna in un terreno dissodato e fertile nel quale non si pianti nulla; in un paese che conta il 70% della popolazione analfabeta funzionale, un paese che ha rinunciato all’educazione dei propri giovani al ragionamento.

Per tale motivo i partiti si sgretolano e i leader si saldano al comando, perché i leader eliminano la necessità del ragionamento collettivo, che basa la sua esistenza sulla discussione, sul confronto e persino sulla diatriba.

Rinunciamo a pensare per avere in cambio la falsa speranza di un presente ( badate bene dico presente non futuro ) migliore.

Da una spiaggia all’altra, dal mojito al rosario e ritorno, la simbologia salviniana si aggrappa ai nostri istinti più bassi, più viscerali: questa è la strada che conduce a quei pieni poteri recentemente invocati dal capo leghista.

Su di una tavola imbandita, i commensali assopiti, si fanno fregare il cibo dai cani affamati.

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La pacchia non è finita per tutti.

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Le immagini di questi giorni che ritraggono un vice premier, Ministro dell’Interno, a petto nudo, mentre detta legge dalla consolle del Papeete di Milano Marittima non mi scandalizzano di certo. Le trovo anzi umane, vere, veraci, disinibite, addirittura credibili; sicuramente molto più credibili del titolo del suo libro: Secondo Matteo, che richiama in noi tutti l’antico insegnamento catechistico, per cui, secondo Matteo, si poteva leggere una delle versioni più accreditate della vita del Cristo. 

Ecco, quest’uomo, che inforca palchi come fossero cavalli da guerra, brandendo amuleti cristiani quali vangeli e rosari, in fin dei conti è un quarantaseienne come ce ne sono molti: divorziato, seduttore ( e badate bene all’etimologia del termine sé-duttore ovvero colui che tenta di portare a sé ), caciarone e con tanta voglia di divertirsi, per scaricare gli affanni della vita, per dimenticare un momento il frullo oligarchico che echeggia costantemente in quella capitale, che è Roma, e che lui, credo, vorrebbe tanto potesse essere Milano. Quella Milano che pian piano si va staccando dal resto d’Italia, vuoi per la conformazione del suo skyline, vuoi per la mentalità, in costante cambiamento, dei suoi abitanti.

Eccolo lì Salvini, l’uomo del popolo perché identico al popolo che lo acclama, che sorseggia un mojto al riparo dal sole; che elargisce autoscatti ad una lunga fila di persone quasi fosse una star del cinema o dello sport, che suggerisce come master track niente di meno che l’inno di Mameli, per altro mai animato prima da cubiste leopardate e vocalist ad evidenziare il popolarissimo poropò-poropò-poropò-pò-pò-pò-pò!

Eccolo lì Salvini, che nella mente della grande massa che lo sostiene ormai da tempo, non fa nulla di male anzi, istituzionalizza il sacrosanto diritto di ogni lavoratore a concedersi il meritato, inoppugnabile ed inappuntabile svago che si merita. È il ritorno della Milano da bere ma questa volta è una Milano Marittima.

Gente contenta il ciel l’aiuta. Già, perché non vorrei proprio essere nei panni della zingaraccia che dovrà aspettare la ruspa, non avendo idea di quando questa arriverà; forse alla fine dell’estate, quando non serviranno più ruspe per trainare i setacci di sabbia sulle spiagge.

Brucia, brucia.

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Vedo bruciare la speranza. Siamo alla fine dell’impero, l’impero brucia. Questo incendio a Notre Dame colpisce al cuore l’umanità, almeno quella occidentale, colpisce la cultura, l’arte, il senso sublime del bello, l’afflato che porta a Dio. Colpisce, o dovrebbe colpire, al cuore ognuno di noi stronzi, impegnati in aperitivi inutili, irresponsabili e sciatti alla vita. 

In nove secoli Notre Dame non era mai bruciata, ha visto secoli bui, incoronazioni, sommosse e rivoluzioni. È sempre stata lì, fissa. Un pezzo di cuore pulsante, di vita Vera, che ha ispirato scrittori, poeti, artisti e persino innamorati. 

Ciò che brucia è la nostra sciattezza, il nostro vivere come viene, senza uno scopo preciso, senza un perché rilevato né rilevabile. 

Notre Dame de Paris brucia nell’epoca più tecnologica che la terra abbia mai sopportata, faticando a sopportarla. Notre Dame de Paris brucia quando meno avrebbe dovuto bruciare nell’epoca della connessione totale, del tutti sappiamo tutto di tutti, non abbiamo saputo prevederlo. Non c’era un sensore, una videocamera, uno stronzo della sicurezza, niente e nessuno che fosse lì a vedere che una parte di ciò che ci rende umani stava andando in fumo. Guardo le immagini e vedo la modernità che sopravvive nonostante tutto, vedo le forti impalcature in acciaio che resistono a temperature infernali, senza poter reggere più nulla; il nulla sotto di loro, il nulla. 

Questa immagine è rivelatrice di ciò che siamo diventati, sviluppo che si regge su nulla. Già, sviluppo, perché il progresso si è fermato alle prime associazioni operaie di mutuo soccorso dell’ottocento, quando ancora l’uomo pensava di dover vivere in società e tentava di far migliorare la società stessa. Tentava, non vi è riuscito.

Questa nostra maledetta Weltschmerz ci porterà all’oblio ma non dobbiamo spaventarci, tutte le società più evolute del mondo sono cadute e scomparse per corruzione dei costumi e noi viviamo nella società più altamente corrotta della storia; so bene che molti replicheranno che altre società fossero assai peggio della nostra ma io devo smentirli; indietro nel tempo, la popolazione, noi tutti, non eravamo corrotti, solo l’élite che oggi si tenta di colpevolizzare così fortemente, lo era. Oggi tutti noi siamo corrotti, tutti noi abbiamo un fuoco incontrollabile che brucia le nostre radici lasciando solo la sterile impalcatura dell’apparenza.

Pare, a vedere le immagini, che si stia nel medioevo, l’uomo non può fermare il fuoco, non lo poteva fare dieci secoli fa e non lo può fare oggi. C’è qualcosa di diabolico in questo. Se fossi credente e cattolico vedrei lo zampino del demonio in questa catastrofe; se fossi un visionario avrei visto lo stesso demonio seduto su di una inquietante garguglia, a godersi lo spettacolo del mondo che brucia.

Brucia la cattedrale che Pietro Abelardo ha mancato di vedere per quarant’anni. Brucia una parte fondamentale del nostro essere umani e umani occidentali. 

Brucia una profonda tristezza nel mio cuore, questa sera. Nessuno potrà mai spegnerla.

  

Prudentiagite in cotel bello scranno,

La vita v’ha sorriso generosa,

D’oche e porci vivete senza scanno

Con leccornie e in dose generosa,

Si pasciono sebbene nulla fanno,

In questa valle non più odorosa:

Per vostra colpa s’è perduto il sogno

Di quell’isola felice che agogno.

Galline, porci ed oche litigiosi

Ed animali altri ancora occulti,

Duellano in post, sai, vergognosi

Giacché più d’idee pesan chiari insulti:

Il medio homo dei più desiderosi

Il preferisce sterco a bei virgulti:

Sí vertice di piramide chiara

Risplende al mondo di sua base avara.

Il vento nuovo già fetebat lesto

Ed in quel voluttabro molto teso

Il potere mutava il suo contesto

E di fatica un ribaltone speso,

Ad uno scopo a tutti assai foresto,

Lasciando molto popolo appeso.

Ma il problema di certo più rilevante

È il buon del calor disattivante!

È proprio forse di calor perduto

Ch’oche e crin dovrebbero riflettere,

Cercar in cuor loro serioso aiuto,

Iniziando dal dover ammettere

Che di lavor trattasi non di fiuto

Di serietà oppur di dimettere;

Giacché sia promessa elettoral d’oca

O di maial con essa non si gioca!

San Vincenzo, el magnifico casino,

In disaccordo tutti in fattoria

Trova, nessun può chieder l’aiutino,

Da casa son andati tutti via,

Neppure con la lampad’ Aladino,

Neppure con ‘na grande amnistia,

Si potrebbe gettar l’acqua del panno

Senza al bambino fare grave danno!

E l’maxi iper mega assessorato?

Pecunie grandi intere in tasca ad uno

Che sol soletto tutto s’è pigliato,

Senza intender i segnali di fumo

Venendo, pensan, d’un mondo pregiato;

Più forti ancor del lottator di sumo!

Di questo passo alla fattoria grande

C’è rischio di restar tutti in mutande.

Ma finalmente è arrivata la neve

Che non è pioggia e nemmeno è ghiaccio,

Che sulla fattoria si posa lieve

Ed agli impianti fa pensar ma taccio,

Giacché dal cor il grande peso greve

La neve toglie e copre l’affaraccio.

E se a Natale siam tutti più buoni

Abbiam comunque orecchie pien di suoni!

Guardatevi dalle rivolte senza leader

Parafrasando i Carmina Burana: la rivolta è come la luna, sempre cresce e poi decresce. Non è il caso dei gilet jaune. Macron ( votato a maggioranza solo il 7 maggio dello scorso anno ) non riesce a trovare un interlocutore con cui confrontarsi, perché non si può parlare con tutte le piazze di Francia.

Questa rivolta è completamente svincolata da qualsiasi assoggettazione politica, nessuna destra o sinistra, nessun obiettivo solo furia legata a doppio nodo all’impoverimento personale, famigliare.

Il punto, in questa logorante storia, è proprio l’assenza di un leader perché questa mancanza porta alla nascita di un capo e si sa che con i capi non è come coi leader, coi capi non si discute. Siamo di fronte ad un nuovo soggetto sociale, il rivoltoso 2.0, che si organizza sui social network, che, come un organismo indipendente, si agglomera in piazze, strade, svincoli e caselli autostradali in un flash mob dalla durata indefinibile ( mi scuserete l’ossimoro ) a tratti confuso, a tratti violento.

L’aumento del prezzo dei carburanti è solo l’innesco di una combustione che ha il suo comburente nello svanire di una prospettiva positiva, nel venir meno della speranza che, per i propri figli, la vita possa essere meno dura di quella dei padri e delle madri. Tale comburente, proprio come l’ossigeno, pervade ogni centimetro quadrato delle nostre società occidentali, da sempre votate ad una crescita autoreferenziale che oggi, ormai è chiaro, non sia più sostenibile.

La porta del benessere si sta chiudendo e non ci sono portoni pronti ad aprirsi.

L’avere meno è considerato un delitto perché chi perde una parte o tutto il suo status sociale viene additato come un fallito, viene escluso anzi estromesso, con un atto ostracizzante scellerato, dalla comunità di cui faceva parte, come potesse portare in sé il rischio di un contagio abominevole.

Come sostiene il premio Nobel per la pace Adolfo Esquivel: la grande ricchezza dell’umanità sta nella solidarietà. Questo termine ormai logoro che ha assunto un sinonimo preoccupante quale buonismo, andrebbe riscoperto nella sua essenza più pura, quella che implica inevitabilmente due delle virtù cardinali: la giustizia e la temperanza.

La Marvel e il populismo moderno

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A poche ore dalla morte del fantasioso Stan Lee decido di scrivere questa riflessione da prendere, forse, più come provocazione che come partito preso! Il titolo di questo articolo è piuttosto chiaro e potrà lasciare sconcertati sulle prime ma lasciatemi spiegare perché, a mio avviso, l’opera di questo enorme fumettista, riassunta nella sua creatura editoriale, la Marvel, sia, nel mio ragionamento, uno dei veicoli che oggi, in Europa e nel mondo, aiutino il sovranismo a riaffermarsi con forza e determinazione.

Era il maggio del 2008 quando in Europa usciva il primo film della Marvel, tratto dai fumetti di Stan Lee, Ironman. Poco più di quattro mesi dopo, nelle elezioni politiche austriache il BZÖ, partito xenofobo di estrema destra con a capo Jörg Haiger, riscuoteva il miglior risultato di sempre.

Da questo momento il sovranismo e la xenofobia si riaffacciano prepotentemente nel panorama politico europeo; da quel 2008 la nascita o la riaffermazione di partiti euroscettici, razzisti, xenofobi e fascisteggianti è ripresa audacemente. 

Nel 2010 Victor Orbán viene rieletto premier in Ungheria, nel 2011 Marine Le Pen diventa presidente del Fronte Nazionale in Francia, nel 2013 nasce Alternative für Deutschland, sempre nel 2013 Matteo Salvini diventa segretario della Lega, fino ad arrivare all’elezione di Sebastian Kurz in Austria nel 2017.

In dieci anni, dal 2008 al 2018, i film della Marvel usciti nelle sale sono diciannove, praticamente due lungometraggi all’anno, carichi di effetti speciali, azione e uomini soli al comando, quelli che salvano sempre la situazione. Perché il messaggio che supereroi e supereroine ( sempre troppo poche ovviamente ) suggeriscono alla mente di elettori giovani e meno giovani è che non ci sia bisogno di riunirsi, per discutere e parlamentare dei problemi di questa società e di questo mondo umano ma che ci sia invece la necessità di affidare le decisioni a qualcuno più forte, risoluto, sicuro e ardito; la necessità di eliminare le lungaggini della democrazia parlamentare per un più energico e pronto uomo solo al comando appunto. 

Se ci si pensa un poco più attentamente infatti, questi film sono carichi di simbolismo politico e post religioso, ogni supereroe che si rispetti ha il suo marchio, il suo logo, la sua runa potremmo dire, pensando alla folle simbologia nazista. L’ipertrofismo dei supereroi nasce con Ironman nel 2008, i supereroi traslati dalle pagine dei fumetti al grande schermo perdono la loro fantasia e acquistano una quotidianità paurosamente realistica e per questo motivo raggiungono meglio lo spettatore che, oltre a non dover più faticare per leggere il fumetto, non deve più neppure immaginare le azioni che nelle strisce erano fissate nero o a colori su bianco.

Iniziano con piccole sfide i supereroi della Marvel, quasi quotidiane, Ironman deve riprendersi l’azienda nel primo film, un atto che molti imprenditori dal 2008 ad oggi hanno cercato, con o senza successo, di realizzare. Ci vorranno molti film prima di arrivare ad una seria minaccia per l’umanità intera. 

Così funziona anche la politica sovranista: si erge a protettrice della popolazione vessata fornendo ai cittadini un nemico pubblico, piccolo, debole ma visibile ( leggi migranti disperati ) e si fa eleggere. Poi inizia l’escalation paranoica, nemici sempre più grandi e potenti, ovunque ( leggi Bankitalia, Commissione Europea, BCE, ecc. ). Il popolo sente così il bisogno di un supereroe politico che incarni in sé poteri soprannaturali per riuscire finalmente a dire di no. Un supereroe politico che con la sola forza del pensiero sappia chiudere porti e aeroporti, che, senza volare a Bruxelles, sappia comunque rimettere al loro posto i vessatori europei e poco importa se per fare ciò si deve rischiare di distruggere un paese intero. I supereroi Marvel distruggono città e natura ma lo fanno per un bene più alto e al popolo sembra normale anzi inevitabile, mettere in conto gravi o gravissime perdite. Il popolo dei supereroi non si lamenta mai, il popolo dei supereroi non si fa sentire se non in quell’assordante mutismo del laisser faire che io vedo sempre più scorrere anche nelle nostre strade.

Vero è che alla fine gli eroi Marvel trionfano sempre, la vittoria del bene sul male ha un che di candidiana memoria ma, mi chiedo, a che prezzo?

 

Stupidità nera

Auschwitzland

L’articolo 410 del codice penale italiano è molto chiaro: chiunque commetta atti di vilipendio sopra un cadavere o sulle sue ceneri è punito con la reclusione da uno a tre anni. Se il colpevole […] commette, comunque, su questo atti di brutalità o oscenità, è punito con la reclusione da tre a sei anni. 

Ebbene la maglietta con la scritta Auschwitzland, indossata ieri a Predappio da una nostalgica fascista questo fa, vilipende oscenamente non solo il popolo ebraico vittima della Shoah ma tutti quei quindici e più milioni di morti per il folle processo di arianizzazione del III° reich; oltre al tricolore italiano esibito a pochi centimetri.

Sì, perchè le ceneri di quella sterminata moltitudine di persone passate per un camino, oggi sono in ogni dove. Aleggiano nei venti di ogni parte del mondo, galleggiano su ogni oceano, mare, fiume e ruscello in cui il nostro sguardo si posi, attendono immobili su ogni selciato, marmo, pietra o terra battuta che si calpestino. Se le parole, riportate in intervista qui, fossero vere, bisognerebbe spiegare all’indossatrice che lo humor nero ha un limite e se l’intelligenza personale non è in grado di porlo, allora ci deve pensare la Legge. 

L’umorismo nero è da sempre utilizzato in letteratura come nel teatro o in poesia con la sola finalità di spingere il lettore\ascoltatore a meditare su fatti macabri, folli, violenti. Non è umorismo nero mettere in beffa la sofferenza, la paura, l’annullamento e infine la morte di milioni di persone. Nessuno si sognerebbe neppure di stampare ed indossare una maglietta con l’immagine dello stabile diroccato, del quartiere san Lorenzo di Roma, dove pochi giorni fa ha trovato una morte atroce una giovane ragazza, scrivendoci sotto chessó: party house. Il fatto che la seconda guerra mondiale, i campi di sterminio e la Shoah siano lontani nel tempo non cambia nulla. Non facciamo magliette che irridono allo sterminio degli abitanti di Timor Est, vittime di genocidio negli anni settanta del novecento come non se ne vedono del genocidio del popolo tutsi in Ruanda, di poco più di vent’anni fa.

Non si può ridere di tutto. Non si deve ridere della morte, a meno che non lo si faccia della propria; ridere della propria dipartita può essere un modo per esorcizzarne la paura che ne deriva ma ridere della morte di un altro essere umano è una grave mancanza di rispetto in primis verso se stessi. Sì perché la livella, come la chiamava il principe De Curtis in una splendida poesia, è l’unico mezzo in possesso dell’universo per eguagliare le distanze che gli uomini interpongono tra loro, se giochiamo su questo allora nemmeno la livella può più rendere reale il sogno egualitario.

Se è vero, come nell’intervista dichiara l’indossatrice, che quella maglietta fa parte del suo corredo quotidiano e nessuno se ne è mai lamentato allora questo paese ha dei problemi molto più rilevanti di spread, DEF, grandi opere o immigrazione: l’Italia sta perdendo la sua umanità. Possiamo iniziare a dimenticare il vecchio adagio che recita italiani brava gente; bisognerà inventarne un altro.