Poliglotti muti

Come sarebbe appagante riuscire ad osservare il mondo, a vivere il mondo in maniera spinoziana, sub specie æternitatis; nemici della realtà platonica; aver la capacità di rigettare la cacofonia del mondo, l’orribile, l’ingiusto, il tremendo, assumendo che ogni cosa che accada sia buona o, ancora meglio, nientzschianamente arrivare a comprendere che neppure il buono sia giusto-universale ma vittima, sempre, della prospettiva, dell’io che soggettivizza, imprescindibilmente, ciò che accade.

Ma non è così.

I recenti omicidi di Lecce sono scaturiti, secondo la Pubblico Ministero, da “ spietatezza e totale assenza di umanità “. Una “ cavolata “ li ha invece definiti l’assassino.

Assenza di umanità? E cosa c’è al mondo di più umano dell’invidia, della rabbia, del rancore, dell’odio verso i nostri simili? Già, perché da questi profondi moti umani nasce sempre la tragedia; la tragedia nasce dalla troppa presenza di umanità all’interno di una mente malata, irrefrenabile, insoddisfatta, vessata: umana, troppo umana.

Odiare la felicità altrui al punto da non riuscire più a sopportarla, sino ad arrivare a porvi fine per l’unica strada che paia percorribile: la morte del felice.

Siamo liberi o siamo schiavi? Schiavi della scatola piena di spine in cui ci muoviamo a fatica e che chiamiamo società, in cui il fallimento è lo stigma peggiore che ci possa affliggere e dal quale deriva l’infelicità, macchia aberrante sulla ormai sgualcita coscienza umana. 

Ecco che una mente debole, esasperata, non trova più via di uscita dal suo inferno se non il portare con sé, nel botro, anche il rivale, il felice, trascurando l’ovvio ragionamento per cui la felicità altrui, la realtà altrui, è sempre inconoscibile. Per questo nella verità giudiziaria esiste l’aggravante dei “ futili motivi “, perché la realtà altrui non può essere sondata, scandagliata da nessuno; perché è più facile per tutti noi pensare che un gesto tanto atroce sia frutto della futilità, anziché di un male oscuro, un ragno che tesse la sua fine tela nel fondo scuro del cervello di un uomo, portandolo a sviluppare un disturbo antisociale della personalità.

Eppure è la stessa OMS a dire chiaramente che la salute è: uno stato di totale benessere fisico, mentale e sociale; sappiamo quindi che la malattia fisica non è l’unica aberrazione della salute umana ma si può essere malati pure nella mente e addirittura nella società, si può essere malati in società e di società. 

Quando la Costituzione italiana parla di Diritto alla Salute non si riferisce esclusivamente al diritto alle cure mediche, di ogni cittadino, parla dello sviluppo della società in toto, rivolge il suo sguardo alla scuola, alla cultura, al paesaggio, al cibo: in generale al nutrimento necessario al corpo e pure allo spirito e il nutrimento dello spirito è, necessariamente, l’ emozione.

La natura e la cultura sono le fonti principali di emozioni umane, fonte inesauribile è la natura, sia intrinseca che estrinseca all’uomo; fonte inestinguibile è la cultura che, oltre ad essere veicolo di emozione ha un’altra fondamentale caratteristica: essere maestra di emozione. Questo significa che lo stato dovrebbe farsi carico dell’educazione “sentimentale” dei suoi cittadini ovvero la scuola dovrebbe istruire i ragazzi nella lettura, nella scrittura e nel far di conto e pure nel comprendere ciò che provano; la scuola dovrebbe fornire un dizionario dell’anima, prima che un dizionario di inglese.

Se non sappiamo chi siamo e dove siamo potremo pure parlare tutte le lingue del mondo ma resteremo muti.

Questa è la società in cui viviamo, una società di poliglotti muti.

Vivere nella società dello “scopo” porta ad essere necessariamente demoralizzati, perché allo scopo raggiunto ne segue subito un altro, più in alto, più lontano, più arduo; se il morale è basso, se viviamo costantemente demoralizzati allora la morale, che si nutre del morale, sarà labile, flebile, troppo sottile per essere il trampolino che spinga l’uomo verso il bene, verso il giusto fine.

Necessario si palesa il porre fine all’istruzione ( che sostanzialmente significa riempire una scatola ) dal latino in-struere, metter dentro, riempire, costruire, ripristinando l’educazione, dal latino e-ducere, portare fuori, trarre dalla mala via; quindi non più, solo, riempire le menti di nozioni atte al raggiungimento di uno scopo, quale che sia, ma educare le menti a comprendere il cammino migliore da percorrere per migliorarsi, per far sì che nessun uomo possa più definire “una cavolata” l’assassinio a sangue freddo di due suoi simili.

Abbattere o non abbattere, questo è il dilemma.

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Quantomeno curiosa questa non nuova mania di abbattere le effigi. Curiosa e stupida al tempo. Già, perché le statue, siano esse di dittatori, conquistatori, tiranni, divinità o esploratori sono e sempre saranno memento di ciò che è stato, nulla di più, solo questo. Segni, non simboli, di passati più o meno lontani, più o meno cruenti e terribili.

Alcune effigi, mi rendo conto, dolgono come cicatrici profonde ma come non è possibile eliminare una cicatrice dalla nostra pelle ( ancor peggio eliminarla dalla nostra anima ) così queste statue dovrebbero rimanere erette, pietre miliari della storia umana quasi sempre sbagliata e crudele.

Abbattere una statua di Cristoforo Colombo non ha più senso dell’abbatterne una di Giulio Cesare o di Cesare Augusto, essi stessi conquistatori, razziatori, assassini e schiavisti. Il mondo è sempre andato avanti così, non è, la mia, una giustificazione bensì una amara constatazione: gli uomini fanno del male ad altri uomini.

Questo credere di aver  improvvisamente aperto gli occhi è, in realtà, una mera menzogna, un sotterfugio spirituale per accreditare un’azione di per sé sbagliata e oltremodo inutile.

Siamo sempre a caccia di giustificazioni per ammettere le nostre cattive condotte.

Ricordo l’indignazione mondiale che si sollevò nell’anno 2001 quando i talebani decisero, contravvenendo alla tradizione islamica che non distrugge le testimonianze del passato, di abbattere i Buddha di Bamiyan. Dagli Stati Uniti d’America al Giappone fu un brulicare di comitati, di petizioni, di appelli volti ad arrestare tanta stupidità, dettata dalla travisazione di un messaggio religioso.

Molti uomini hanno fatto del male nella storia dell’umanità ma non credo che alle donne vittime di violenza oggi, venga in mente di voler distruggere l’Apollo e Dafne di Gian Lorenzo Bernini perché fece sfregiare, per mano di un bravo, la sua amante che lo tradiva; come non credo che abbatteremmo volentieri Sabaudia solo perché il suo fondatore si è macchiato della morte di centinaia di migliaia di italiani e non solo.

L’uomo vive immerso nella storia ma la storia è una scienza che troppo spesso viene confusa con una sua lontana cugina: la memoria, completamente personale e personalizzabile, sulla memoria non si può e non si deve fare troppo affidamento. Basandosi sulla memoria si corre sempre il rischio di commettere sciocchezze.

La memoria ci tradisce, la storia ( se studiata e scritta seriamente ) mai.

Sulla storia dobbiamo fare affidamento, da essa, dal suo studio impegnato dobbiamo partire per migliorare il mondo, non distruggendo, non abbandonandoci alla facile incuria, alla non cultura ma costruendo, ragionando e lavorando alacremente, perseguendo l’obiettivo della bellezza e della giustizia sociale. Dostoevski ci ricorda che   “ la bellezza salverà il mondo “. Perché non erigere allora, magari accanto alle effigi più discusse, effigi nuove: diamo lavoro agli scultori, facciamo loro creare statue di Rosa Parks o Linda Brown, di Gandhi o del Dalai Lama, di Muhammad Yunus o Madre Teresa.

Diamo segno e speranza al prossimo che il bene possa trionfare. Dalla brutalità del mondo si può uscire in due soli modi: secchi e aridi o nutrienti, come ben ci insegna il pane di Gougaud: un matin un brin d’herbe est né. C’était moi, vivant, ébloui. L’air bleu, le soleil, les oiseaux, la liberté, quelle merveille ! Je me suis encore élevé, je me suis offert aux averses. J’ai connu cette fierté d’être qui fait croire à l’éternité. Vinrent les premiers jours d’été, l’armée ferrée des moissonneurs, l’inutilité des prières. Je fus lié, battu, broyé, réduit en poudre sous la meule, noyé, pétri, jeté au four, enfin tiré par mon bourreau hors des braises de cet enfer. C’est ainsi et pas autrement que je me suis fait nourrissant.

Riflessioni indotte dal virus

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Siamo muti. Ci avete tolto infine pure la parola. Per quanto sia possibile, a chi ne faccia ancora buon uso. Quell’unica voce del cittadino, che è il parlamento, si è spenta e non si riprenderà più come un tempo sebbene già vacillasse nell’ignoranza gretta di molti rappresentanti del popolo ma si sa: il vertice della piramide è espressione statistica della sua base. 

Sappiamo che dovremo restare confinati almeno, ancora,  circa venti giorni, si arriverà ad aver perduto due mesi di vita sociale, se basterà, se ancora potremo averne una.

Intanto riaprono le librerie, in uno dei paesi europei col più basso tasso di lettori e uno dei più alti tassi di analfabeti funzionali. Non si capisce se lo stato ci prenda in giro o voglia regalarci una scusa per uscire, come un genitore severo che proibisca tutto ma chiuda un occhio quando il figlio ruba un biscotto dalla credenza.

Verrebbe da dire: ho visto cose che voi umani… Abbiamo visto l’ascesa del monoteismo-monolinguismo tecnocratico, pieno di sapere ma credo, troppo spesso, privo di sapienza. Abbiamo imparato cosa sia uno spillover, perché una zoonosi sia così difficile da sradicare, quanto sia importante valutare la sieroprevalenza… O forse no, qui non ci siamo ancora arrivati, la nostra storia è ferma al capitolo precedente.

Intanto i prefetti assumono poteri impensabili solo due mesi fa e all’esercito vengono trasferite funzioni di pubblica sicurezza.

Lo stato ci conduce verso la fine del tunnel ma non ci educa su cosa faremo una volta usciti. Badate bene alla radice di questi due verbi: con-ducere ossia convincere con la retorica, con la paura, portare a sé il consenso ed e-ducere ossia trarre dagli animi le buone inclinazioni, sgrezzare e dare strumenti per comprendere e quindi comportarsi.

Già annunciati controlli a tappeto in tutte quelle attività che possono lentamente riaprire e tornare a vivere, a creare reddito ma solo qualche settimana fa gli stessi organi di controllo ( molte ASL e uffici regionali ) mandavano in giro circolari che proibivano ai medici l’uso delle mascherine per non allarmare la popolazione. Solo qualche settimana fa, ne DL del 2 marzo 2020 si poteva leggere ( e si legge ancora ) che “ è consentito fare ricorso alle mascherine chirurgiche, quale dispositivo idoneo a proteggere gli operatori sanitari “, come dire che valga tutto; non siamo in grado di fornirti le protezioni adeguate quindi metti un foulard in faccia e corri ad autorapinarti la vita in corsia e non solo.

Dopo più di tre mesi dalla scoperta di SARS-COV-2 la nostra immensa società globale e tecnologica non ha saputo ( o voluto ) impiantare  poli industriali per la produzione di protezioni facciali; non ha saputo moltiplicare i centri in grado di processare i tamponi, per controllare a tappeto la situazione e l’andamento dell’epidemia nel paese.

Siamo orfani dello stato. Proprio nel momento in cui lo stato risulta più forte nei nostri confronti. Potrebbe sembrare un paradosso ma così non è.

Viviamo il tempo dell’incuria, un tempo in cui medici e infermieri, figure già mancanti nel nostro panorama lavorativo, vengono sacrificati per mancanza di progettualità, di previsione e stima di ciò che accade nel mondo. Vediamo scene di inseguimenti sulle spiagge, da parte di forze dell’ordine che rincorrono podisti ma più di un mese dopo lo scoppio dell’epidemia cinese ancora facevamo entrare parenti e amici negli ospizi, luoghi perfetti per essere deputati ad incubatrici di malattie infettive a trasmissione aerea.

80.000 persone muoiono ogni anno in Italia per patologie legate al tabagismo eppure non mi pare che lo stato abbia proibito la vendita del tabacco anzi, sulle confezioni, in bella vista, spicca il bollo MONOPOLIO DI STATO, che è un po’ come dire che lui solo ha il diritto di lucrare su tutte quelle morti. I tabagisti però entrano in terapia intensiva e rianimazione un poco alla volta quindi il sistema sanitario regge e questi possono morire tranquilli.

Non siamo in guerra. Non ci sono eroi o nemici. Beati i popoli che non hanno bisogno di eroi ci ricorda Brecht, perché gli eroi muoiono tutti.

Quando questa pandemia ad un tratto scomparirà e lo farà perché così ci insegna la storia, ci ritroveremo a fare i conti con il dolore sofferto e le privazioni patite e non saranno conti senza l’oste. Questa pandemia ci ha sbattuto in faccia il concetto per cui non moriamo perché ci ammaliamo ma ci ammaliamo perché dobbiamo morire. La rivelazione è tale da lasciarci basiti, straniti, spaesati, perduti. Era tempo che non assaporassimo la finitezza della nostra esistenza, era tempo che non ci confrontassimo con la morte, unico vero tabù del mondo contemporaneo. 

Saremo tutti chiamati ad una riflessione profonda sul senso di precarietà della vita e sul sentimento di angoscia che esso genera nella speranza di arrivare a comprendere che proprio da questo prende moto la linfa dell’esistenza stessa.

Una domanda alla quale ancora non ho trovato risposta mi frulla nella mente da un po’: siamo sicuri che la salute sia più importante della libertà? Cosa ne penserebbero i resistenti? I curdi, ormai abbandonati, che hanno fatto fronte all’avanzata di Daesh?

Le nostre libertà sono sancite da una carta inviolabile che è la Costituzione italiana e mi vengono in mente le parole di Piero Calamandrei: se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la Costituzione , andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà […]. E se quelle donne e quegli uomini avessero pensato solo alla salute?

Attenti ai referendum!

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La storia si ripropone a distanza di poco, pochissimo tempo. Un uomo che esce vincitore dalle elezioni europee, che guarda al panorama politico del bel paese con occhi da squalo, che decide di puntare tutto su se stesso, scommette anche le brache sulla sua forza indiscussa, ci mette la faccia, come fosse il fantino a correre la corsa, non il cavallo che è stato scelto ( e che forse non era proprio un purosangue inglese ).

I referendum su se stessi non portano evidentemente bene alle persone di nome Matteo.

È la non moderazione ad aver perso ieri in Emilia Romagna. Perché questo Matteo non ce la fa ad essere moderato, non gli riesce, non ce l’ha, probabilmente, nel DNA oppure non l’hanno, questa moderazione, le persone a lui vicine, che lo consigliano, che gestiscono i sui social, che indirizzano i suoi discorsi, le sue azioni.

Eppure viviamo in un paese moderato, o meglio, un paese che ha disperato bisogno di moderazione, che la cerca, la agogna quasi; un paese di sparute eccellenze e moltitudini di mediocri che, spesso senza saperlo, puntano ad uscire dalla mediocrità per approdare in quella medietà aristotelica capace di rendere l’uomo più giusto, più consapevole del suo ruolo, più propenso ad assecondare e realizzare i propri demoni, per farli stare “bene”, per raggiungere quella che Erodoto chiamava, per la prima volta, eudaionia ovvero la felicità data da una vita florida.

Matteo invece va dietro le richieste del popolo dell’esodo, quel popolo che chiedeva “pentole di carne” a Mosé e rimpiangeva quasi la schiavitù egiziana alla cattività desertica della fuga verso la libertà.

Quella che potrebbe sembrare un pagliacciata al citofono ha certamente risvegliato parecchi animi di sinistra che da tempo, placidamente, nelle domeniche elettorali affondavano il deretano in poltrona ed evitavano, come una peste, la passeggiata verso l’urna. Sì perché quell’atto figuratamente estemporaneo ha portato con sé una riflessione profonda, una distinzione radicale nel pensiero umano, una domanda antica: il cittadino ha l’obbligo di osservare le leggi o di garantire che giustizia sia fatta? È evidente che  il popolo non possa mai sostituirsi al giudice che, per altro, si esprime proprio in nome del popolo!

I processi sulla pubblica piazza non piacciono a nessuno, forse perché tutti abbiamo qualcosa da nascondere ma, più probabilmente, perché non si può mai sapere che cosa la pubblica piazza abbia a decretare, un giorno, come fuorilegge.

Il primo stop è arrivato quindi alle Forche Caudine emiliano-romagnole, non sarà straordinario ma è pur sempre un segnale che il sentimento sta cambiando, quel medesimo sentimento che ha portato in piazza migliaia di persone, un popolo intero, schierato alacremente contro il populismo, sotto la bandiera di quel pesce azzurro che per evitare le scorribande dei predatori fa gruppo e cambia direzione all’unisono per sconcertare chi lo attacca.

Avere per amiche solo le montagne

“ Gli unici amici dei curdi sono le montagne “. È significativo questo detto popolare curdo. Finanziati da Obama per fermare Daesh e adesso abbandonati da Trump e da noi europei, che non valiamo nulla sullo scacchiere internazionale, lasciati in balìa delle decisioni di Erdogan, rischiano una guerra che difficilmente potranno vincere ma che, sicuramente, combatteranno.

La parola chiave è safe zone, quella che la turchia vuole creare in Siria, lunga 400 Km e larga 80, che, guarda caso, è abitata da curdi. Ma chi si può dire contro le “ zone sicure “?

Il debito dell’Europa nei confronti della Turchia, che si è tenuta 3 milioni di profughi siriani entro i suoi confini, è immenso e diventa un atout potente, un grimaldello inarrestabile nella testa dei potenti europei. La schizofrenia americana non aiuta. Siamo tutti pronti a contrariarci vedendo il classico interventismo di Washington ma appena questa decide la ritirata più nessuno sa come procedere, che fare.

C’è certo un problema non indifferente che viene a porsi in caso di attacco turco al Curdistan siriano: le migliaia di prigionieri dell’ISIS che stanno nelle carceri curde, quei foreign fighters che nessuno stato vuole accollarsi e che, in caso di conflitto, non saranno certo la priorità dell’esercito curdo.

Insomma la situazione è caldissima, se non esplosiva e il mutismo europeo non fa altro che alimentare i sogni di rivalsa di un despota quale Erdogan, che vede il popolo curdo come un popolo terrorista, una minaccia da eliminare. Sappiamo bene, il popolo armeno ce lo rammenta, che i genocidi in quelle zone non siano difficilmente realizzabili.

Avere per amiche solo le montagne richiama alla nostra mente, o dovrebbe farlo, quel buon senso di resistenza partigiana che dovrebbe starci molto a cuore.

Quando la libertà si trasforma in licenza

Licenza deriva dal latino licens che è il participio presente di licère ossia esser permesso; per estensione prendersi licenza è, a tutti gli effetti, un abuso di libertà. Ecco perché, a mio avviso, le salviniane licenze, includenti santi, madonne, rosari e affini, sono un abuso di una delle più ragionate e difficili libertà di questo paese: la libertà di culto.

Libera chiesa in libero stato, ricordate? Ma la chiesa per essere libera ( chiaramente per chiesa si intende oggi il culto, la religione ) non può essere piegata, veicolata, stereotipata in una barzelletta arruffa popolo, da palcoscenico.

Mi viene alla mente Kant, per cui la morale era argomento assai serio, ebbene Kant pensava, riassumendo il concetto, che l’uomo, ogni uomo, andasse trattato sempre come fine e mai come mezzo. Da qui la necessità, ahimè mai realizzatasi in tutta la storia umana, di creare anzi di costruire una morale universale, la quale non potrà mai basarsi sulla religione, per via evidente delle molte credenze diverse e spesso contraddittorie esistenti.

Ecco quindi che osservare un capo politico agitare la croce davanti a un gruppo di contestatori, quasi fossero dei non morti vampireschi da scacciare a preghiere e invocazioni, oltre che a far sorridere, fa pure pensare a tutta la cattiva fede dell’ex giovane comunista padano, fulminato e redento sulla via di Roma.

Evidente risulta come Salvini consideri l’uomo solo come mezzo politico e mai invece come fine ultimo della sua politica.

Maestro è, Salvini, nel creare una morale distorta, una morale pericolosa perchè molti italiani stanno interiorizzandola, ne stanno facendo psiche. Tale morale distorta affonda le sue radici nella paura: paura del diverso, paura della stagnazione, della decrescita, paura della crisi, paura della perdita dei propri privilegi, paura di tutto quanto il mondo che circondi le nostre abitazioni. Questa morale distorta attecchisce, come la gramigna in un terreno dissodato e fertile nel quale non si pianti nulla; in un paese che conta il 70% della popolazione analfabeta funzionale, un paese che ha rinunciato all’educazione dei propri giovani al ragionamento.

Per tale motivo i partiti si sgretolano e i leader si saldano al comando, perché i leader eliminano la necessità del ragionamento collettivo, che basa la sua esistenza sulla discussione, sul confronto e persino sulla diatriba.

Rinunciamo a pensare per avere in cambio la falsa speranza di un presente ( badate bene dico presente non futuro ) migliore.

Da una spiaggia all’altra, dal mojito al rosario e ritorno, la simbologia salviniana si aggrappa ai nostri istinti più bassi, più viscerali: questa è la strada che conduce a quei pieni poteri recentemente invocati dal capo leghista.

Su di una tavola imbandita, i commensali assopiti, si fanno fregare il cibo dai cani affamati.

La pacchia non è finita per tutti.

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Le immagini di questi giorni che ritraggono un vice premier, Ministro dell’Interno, a petto nudo, mentre detta legge dalla consolle del Papeete di Milano Marittima non mi scandalizzano di certo. Le trovo anzi umane, vere, veraci, disinibite, addirittura credibili; sicuramente molto più credibili del titolo del suo libro: Secondo Matteo, che richiama in noi tutti l’antico insegnamento catechistico, per cui, secondo Matteo, si poteva leggere una delle versioni più accreditate della vita del Cristo. 

Ecco, quest’uomo, che inforca palchi come fossero cavalli da guerra, brandendo amuleti cristiani quali vangeli e rosari, in fin dei conti è un quarantaseienne come ce ne sono molti: divorziato, seduttore ( e badate bene all’etimologia del termine sé-duttore ovvero colui che tenta di portare a sé ), caciarone e con tanta voglia di divertirsi, per scaricare gli affanni della vita, per dimenticare un momento il frullo oligarchico che echeggia costantemente in quella capitale, che è Roma, e che lui, credo, vorrebbe tanto potesse essere Milano. Quella Milano che pian piano si va staccando dal resto d’Italia, vuoi per la conformazione del suo skyline, vuoi per la mentalità, in costante cambiamento, dei suoi abitanti.

Eccolo lì Salvini, l’uomo del popolo perché identico al popolo che lo acclama, che sorseggia un mojto al riparo dal sole; che elargisce autoscatti ad una lunga fila di persone quasi fosse una star del cinema o dello sport, che suggerisce come master track niente di meno che l’inno di Mameli, per altro mai animato prima da cubiste leopardate e vocalist ad evidenziare il popolarissimo poropò-poropò-poropò-pò-pò-pò-pò!

Eccolo lì Salvini, che nella mente della grande massa che lo sostiene ormai da tempo, non fa nulla di male anzi, istituzionalizza il sacrosanto diritto di ogni lavoratore a concedersi il meritato, inoppugnabile ed inappuntabile svago che si merita. È il ritorno della Milano da bere ma questa volta è una Milano Marittima.

Gente contenta il ciel l’aiuta. Già, perché non vorrei proprio essere nei panni della zingaraccia che dovrà aspettare la ruspa, non avendo idea di quando questa arriverà; forse alla fine dell’estate, quando non serviranno più ruspe per trainare i setacci di sabbia sulle spiagge.

Brucia, brucia.

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Vedo bruciare la speranza. Siamo alla fine dell’impero, l’impero brucia. Questo incendio a Notre Dame colpisce al cuore l’umanità, almeno quella occidentale, colpisce la cultura, l’arte, il senso sublime del bello, l’afflato che porta a Dio. Colpisce, o dovrebbe colpire, al cuore ognuno di noi stronzi, impegnati in aperitivi inutili, irresponsabili e sciatti alla vita. 

In nove secoli Notre Dame non era mai bruciata, ha visto secoli bui, incoronazioni, sommosse e rivoluzioni. È sempre stata lì, fissa. Un pezzo di cuore pulsante, di vita Vera, che ha ispirato scrittori, poeti, artisti e persino innamorati. 

Ciò che brucia è la nostra sciattezza, il nostro vivere come viene, senza uno scopo preciso, senza un perché rilevato né rilevabile. 

Notre Dame de Paris brucia nell’epoca più tecnologica che la terra abbia mai sopportata, faticando a sopportarla. Notre Dame de Paris brucia quando meno avrebbe dovuto bruciare nell’epoca della connessione totale, del tutti sappiamo tutto di tutti, non abbiamo saputo prevederlo. Non c’era un sensore, una videocamera, uno stronzo della sicurezza, niente e nessuno che fosse lì a vedere che una parte di ciò che ci rende umani stava andando in fumo. Guardo le immagini e vedo la modernità che sopravvive nonostante tutto, vedo le forti impalcature in acciaio che resistono a temperature infernali, senza poter reggere più nulla; il nulla sotto di loro, il nulla. 

Questa immagine è rivelatrice di ciò che siamo diventati, sviluppo che si regge su nulla. Già, sviluppo, perché il progresso si è fermato alle prime associazioni operaie di mutuo soccorso dell’ottocento, quando ancora l’uomo pensava di dover vivere in società e tentava di far migliorare la società stessa. Tentava, non vi è riuscito.

Questa nostra maledetta Weltschmerz ci porterà all’oblio ma non dobbiamo spaventarci, tutte le società più evolute del mondo sono cadute e scomparse per corruzione dei costumi e noi viviamo nella società più altamente corrotta della storia; so bene che molti replicheranno che altre società fossero assai peggio della nostra ma io devo smentirli; indietro nel tempo, la popolazione, noi tutti, non eravamo corrotti, solo l’élite che oggi si tenta di colpevolizzare così fortemente, lo era. Oggi tutti noi siamo corrotti, tutti noi abbiamo un fuoco incontrollabile che brucia le nostre radici lasciando solo la sterile impalcatura dell’apparenza.

Pare, a vedere le immagini, che si stia nel medioevo, l’uomo non può fermare il fuoco, non lo poteva fare dieci secoli fa e non lo può fare oggi. C’è qualcosa di diabolico in questo. Se fossi credente e cattolico vedrei lo zampino del demonio in questa catastrofe; se fossi un visionario avrei visto lo stesso demonio seduto su di una inquietante garguglia, a godersi lo spettacolo del mondo che brucia.

Brucia la cattedrale che Pietro Abelardo ha mancato di vedere per quarant’anni. Brucia una parte fondamentale del nostro essere umani e umani occidentali. 

Brucia una profonda tristezza nel mio cuore, questa sera. Nessuno potrà mai spegnerla.

  

Prudentiagite in cotel bello scranno,

La vita v’ha sorriso generosa,

D’oche e porci vivete senza scanno

Con leccornie e in dose generosa,

Si pasciono sebbene nulla fanno,

In questa valle non più odorosa:

Per vostra colpa s’è perduto il sogno

Di quell’isola felice che agogno.

Galline, porci ed oche litigiosi

Ed animali altri ancora occulti,

Duellano in post, sai, vergognosi

Giacché più d’idee pesan chiari insulti:

Il medio homo dei più desiderosi

Il preferisce sterco a bei virgulti:

Sí vertice di piramide chiara

Risplende al mondo di sua base avara.

Il vento nuovo già fetebat lesto

Ed in quel voluttabro molto teso

Il potere mutava il suo contesto

E di fatica un ribaltone speso,

Ad uno scopo a tutti assai foresto,

Lasciando molto popolo appeso.

Ma il problema di certo più rilevante

È il buon del calor disattivante!

È proprio forse di calor perduto

Ch’oche e crin dovrebbero riflettere,

Cercar in cuor loro serioso aiuto,

Iniziando dal dover ammettere

Che di lavor trattasi non di fiuto

Di serietà oppur di dimettere;

Giacché sia promessa elettoral d’oca

O di maial con essa non si gioca!

San Vincenzo, el magnifico casino,

In disaccordo tutti in fattoria

Trova, nessun può chieder l’aiutino,

Da casa son andati tutti via,

Neppure con la lampad’ Aladino,

Neppure con ‘na grande amnistia,

Si potrebbe gettar l’acqua del panno

Senza al bambino fare grave danno!

E l’maxi iper mega assessorato?

Pecunie grandi intere in tasca ad uno

Che sol soletto tutto s’è pigliato,

Senza intender i segnali di fumo

Venendo, pensan, d’un mondo pregiato;

Più forti ancor del lottator di sumo!

Di questo passo alla fattoria grande

C’è rischio di restar tutti in mutande.

Ma finalmente è arrivata la neve

Che non è pioggia e nemmeno è ghiaccio,

Che sulla fattoria si posa lieve

Ed agli impianti fa pensar ma taccio,

Giacché dal cor il grande peso greve

La neve toglie e copre l’affaraccio.

E se a Natale siam tutti più buoni

Abbiam comunque orecchie pien di suoni!

Guardatevi dalle rivolte senza leader

Parafrasando i Carmina Burana: la rivolta è come la luna, sempre cresce e poi decresce. Non è il caso dei gilet jaune. Macron ( votato a maggioranza solo il 7 maggio dello scorso anno ) non riesce a trovare un interlocutore con cui confrontarsi, perché non si può parlare con tutte le piazze di Francia.

Questa rivolta è completamente svincolata da qualsiasi assoggettazione politica, nessuna destra o sinistra, nessun obiettivo solo furia legata a doppio nodo all’impoverimento personale, famigliare.

Il punto, in questa logorante storia, è proprio l’assenza di un leader perché questa mancanza porta alla nascita di un capo e si sa che con i capi non è come coi leader, coi capi non si discute. Siamo di fronte ad un nuovo soggetto sociale, il rivoltoso 2.0, che si organizza sui social network, che, come un organismo indipendente, si agglomera in piazze, strade, svincoli e caselli autostradali in un flash mob dalla durata indefinibile ( mi scuserete l’ossimoro ) a tratti confuso, a tratti violento.

L’aumento del prezzo dei carburanti è solo l’innesco di una combustione che ha il suo comburente nello svanire di una prospettiva positiva, nel venir meno della speranza che, per i propri figli, la vita possa essere meno dura di quella dei padri e delle madri. Tale comburente, proprio come l’ossigeno, pervade ogni centimetro quadrato delle nostre società occidentali, da sempre votate ad una crescita autoreferenziale che oggi, ormai è chiaro, non sia più sostenibile.

La porta del benessere si sta chiudendo e non ci sono portoni pronti ad aprirsi.

L’avere meno è considerato un delitto perché chi perde una parte o tutto il suo status sociale viene additato come un fallito, viene escluso anzi estromesso, con un atto ostracizzante scellerato, dalla comunità di cui faceva parte, come potesse portare in sé il rischio di un contagio abominevole.

Come sostiene il premio Nobel per la pace Adolfo Esquivel: la grande ricchezza dell’umanità sta nella solidarietà. Questo termine ormai logoro che ha assunto un sinonimo preoccupante quale buonismo, andrebbe riscoperto nella sua essenza più pura, quella che implica inevitabilmente due delle virtù cardinali: la giustizia e la temperanza.