Guardatevi dalle rivolte senza leader

Parafrasando i Carmina Burana: la rivolta è come la luna, sempre cresce e poi decresce. Non è il caso dei gilet jaune. Macron ( votato a maggioranza solo il 7 maggio dello scorso anno ) non riesce a trovare un interlocutore con cui confrontarsi, perché non si può parlare con tutte le piazze di Francia.

Questa rivolta è completamente svincolata da qualsiasi assoggettazione politica, nessuna destra o sinistra, nessun obiettivo solo furia legata a doppio nodo all’impoverimento personale, famigliare.

Il punto, in questa logorante storia, è proprio l’assenza di un leader perché questa mancanza porta alla nascita di un capo e si sa che con i capi non è come coi leader, coi capi non si discute. Siamo di fronte ad un nuovo soggetto sociale, il rivoltoso 2.0, che si organizza sui social network, che, come un organismo indipendente, si agglomera in piazze, strade, svincoli e caselli autostradali in un flash mob dalla durata indefinibile ( mi scuserete l’ossimoro ) a tratti confuso, a tratti violento.

L’aumento del prezzo dei carburanti è solo l’innesco di una combustione che ha il suo comburente nello svanire di una prospettiva positiva, nel venir meno della speranza che, per i propri figli, la vita possa essere meno dura di quella dei padri e delle madri. Tale comburente, proprio come l’ossigeno, pervade ogni centimetro quadrato delle nostre società occidentali, da sempre votate ad una crescita autoreferenziale che oggi, ormai è chiaro, non sia più sostenibile.

La porta del benessere si sta chiudendo e non ci sono portoni pronti ad aprirsi.

L’avere meno è considerato un delitto perché chi perde una parte o tutto il suo status sociale viene additato come un fallito, viene escluso anzi estromesso, con un atto ostracizzante scellerato, dalla comunità di cui faceva parte, come potesse portare in sé il rischio di un contagio abominevole.

Come sostiene il premio Nobel per la pace Adolfo Esquivel: la grande ricchezza dell’umanità sta nella solidarietà. Questo termine ormai logoro che ha assunto un sinonimo preoccupante quale buonismo, andrebbe riscoperto nella sua essenza più pura, quella che implica inevitabilmente due delle virtù cardinali: la giustizia e la temperanza.

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La Marvel e il populismo moderno

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A poche ore dalla morte del fantasioso Stan Lee decido di scrivere questa riflessione da prendere, forse, più come provocazione che come partito preso! Il titolo di questo articolo è piuttosto chiaro e potrà lasciare sconcertati sulle prime ma lasciatemi spiegare perché, a mio avviso, l’opera di questo enorme fumettista, riassunta nella sua creatura editoriale, la Marvel, sia, nel mio ragionamento, uno dei veicoli che oggi, in Europa e nel mondo, aiutino il sovranismo a riaffermarsi con forza e determinazione.

Era il maggio del 2008 quando in Europa usciva il primo film della Marvel, tratto dai fumetti di Stan Lee, Ironman. Poco più di quattro mesi dopo, nelle elezioni politiche austriache il BZÖ, partito xenofobo di estrema destra con a capo Jörg Haiger, riscuoteva il miglior risultato di sempre.

Da questo momento il sovranismo e la xenofobia si riaffacciano prepotentemente nel panorama politico europeo; da quel 2008 la nascita o la riaffermazione di partiti euroscettici, razzisti, xenofobi e fascisteggianti è ripresa audacemente. 

Nel 2010 Victor Orbán viene rieletto premier in Ungheria, nel 2011 Marine Le Pen diventa presidente del Fronte Nazionale in Francia, nel 2013 nasce Alternative für Deutschland, sempre nel 2013 Matteo Salvini diventa segretario della Lega, fino ad arrivare all’elezione di Sebastian Kurz in Austria nel 2017.

In dieci anni, dal 2008 al 2018, i film della Marvel usciti nelle sale sono diciannove, praticamente due lungometraggi all’anno, carichi di effetti speciali, azione e uomini soli al comando, quelli che salvano sempre la situazione. Perché il messaggio che supereroi e supereroine ( sempre troppo poche ovviamente ) suggeriscono alla mente di elettori giovani e meno giovani è che non ci sia bisogno di riunirsi, per discutere e parlamentare dei problemi di questa società e di questo mondo umano ma che ci sia invece la necessità di affidare le decisioni a qualcuno più forte, risoluto, sicuro e ardito; la necessità di eliminare le lungaggini della democrazia parlamentare per un più energico e pronto uomo solo al comando appunto. 

Se ci si pensa un poco più attentamente infatti, questi film sono carichi di simbolismo politico e post religioso, ogni supereroe che si rispetti ha il suo marchio, il suo logo, la sua runa potremmo dire, pensando alla folle simbologia nazista. L’ipertrofismo dei supereroi nasce con Ironman nel 2008, i supereroi traslati dalle pagine dei fumetti al grande schermo perdono la loro fantasia e acquistano una quotidianità paurosamente realistica e per questo motivo raggiungono meglio lo spettatore che, oltre a non dover più faticare per leggere il fumetto, non deve più neppure immaginare le azioni che nelle strisce erano fissate nero o a colori su bianco.

Iniziano con piccole sfide i supereroi della Marvel, quasi quotidiane, Ironman deve riprendersi l’azienda nel primo film, un atto che molti imprenditori dal 2008 ad oggi hanno cercato, con o senza successo, di realizzare. Ci vorranno molti film prima di arrivare ad una seria minaccia per l’umanità intera. 

Così funziona anche la politica sovranista: si erge a protettrice della popolazione vessata fornendo ai cittadini un nemico pubblico, piccolo, debole ma visibile ( leggi migranti disperati ) e si fa eleggere. Poi inizia l’escalation paranoica, nemici sempre più grandi e potenti, ovunque ( leggi Bankitalia, Commissione Europea, BCE, ecc. ). Il popolo sente così il bisogno di un supereroe politico che incarni in sé poteri soprannaturali per riuscire finalmente a dire di no. Un supereroe politico che con la sola forza del pensiero sappia chiudere porti e aeroporti, che, senza volare a Bruxelles, sappia comunque rimettere al loro posto i vessatori europei e poco importa se per fare ciò si deve rischiare di distruggere un paese intero. I supereroi Marvel distruggono città e natura ma lo fanno per un bene più alto e al popolo sembra normale anzi inevitabile, mettere in conto gravi o gravissime perdite. Il popolo dei supereroi non si lamenta mai, il popolo dei supereroi non si fa sentire se non in quell’assordante mutismo del laisser faire che io vedo sempre più scorrere anche nelle nostre strade.

Vero è che alla fine gli eroi Marvel trionfano sempre, la vittoria del bene sul male ha un che di candidiana memoria ma, mi chiedo, a che prezzo?

 

Zuppa di cavolo nero

Esistono moltissimi tipi di zuppe, si avvicendano nella traduzione culinaria delle genti italiche lungo tutta la penisola, da nord a sud. Alcune sono leggere e digestive, altre ricche di carboidrati, di verdure, di formaggi e di gusto, come quella che vi propongo quest’oggi. Una zuppa che potrà tranquillamente fungere da piatto unico, ricco e gustoso che sarà capace di riscaldare le ossa, dopo tutta la pioggia di questi giorni!

Ingredienti

400 gr di cavolo nero

250 gr di fagioli borlotti

400 gr di pane di segale raffermo

1 cipolla bianca

2 gambi di sedano

2 carote

400 gr di Fontina

1 Reblochon

1 litro di acqua

15 foglie di salvia fresca

Sale, pepe nero, noce moscata 

50 ml di olio extra vergine di oliva

Procedimento

Preparare un soffritto di sedano, carota e cipolla e farlo imbiondire in una casseruola dai bordi alti che possa poi essere inserita in forno. Aggiungere al soffritto il cavolo nero privato della costola e fatto a pezzi di 3-4 cm di lato, farlo sudare qualche minuto quindi mettere i fagioli ( se li usate freschi li dovrete far bollire precedentemente una quarantina di minuti; lo stesso se secchi ma dopo dodici ore di ammollo ). Aggiustare di sale, pepe e noce moscata; aggiungere l’acqua, il pane raffermo e portare a ebollizione a fuoco vivo. Una volta che la zuppa avrà preso il bollore spegnere il fornello, aggiungere la fontina tagliata a strisce e rimestare.

Mettere in forno a 180 gradi per 30 minuti. Trascorso questo tempo togliere dal forno e adagiare sulla superficie della zuppa un formaggio Reblochon tagliato a metà orizzontalmente, la foglie di salvia e infornare di nuovo per altri 20 minuti.

Enjoy!

Stupidità nera

Auschwitzland

L’articolo 410 del codice penale italiano è molto chiaro: chiunque commetta atti di vilipendio sopra un cadavere o sulle sue ceneri è punito con la reclusione da uno a tre anni. Se il colpevole […] commette, comunque, su questo atti di brutalità o oscenità, è punito con la reclusione da tre a sei anni. 

Ebbene la maglietta con la scritta Auschwitzland, indossata ieri a Predappio da una nostalgica fascista questo fa, vilipende oscenamente non solo il popolo ebraico vittima della Shoah ma tutti quei quindici e più milioni di morti per il folle processo di arianizzazione del III° reich; oltre al tricolore italiano esibito a pochi centimetri.

Sì, perchè le ceneri di quella sterminata moltitudine di persone passate per un camino, oggi sono in ogni dove. Aleggiano nei venti di ogni parte del mondo, galleggiano su ogni oceano, mare, fiume e ruscello in cui il nostro sguardo si posi, attendono immobili su ogni selciato, marmo, pietra o terra battuta che si calpestino. Se le parole, riportate in intervista qui, fossero vere, bisognerebbe spiegare all’indossatrice che lo humor nero ha un limite e se l’intelligenza personale non è in grado di porlo, allora ci deve pensare la Legge. 

L’umorismo nero è da sempre utilizzato in letteratura come nel teatro o in poesia con la sola finalità di spingere il lettore\ascoltatore a meditare su fatti macabri, folli, violenti. Non è umorismo nero mettere in beffa la sofferenza, la paura, l’annullamento e infine la morte di milioni di persone. Nessuno si sognerebbe neppure di stampare ed indossare una maglietta con l’immagine dello stabile diroccato, del quartiere san Lorenzo di Roma, dove pochi giorni fa ha trovato una morte atroce una giovane ragazza, scrivendoci sotto chessó: party house. Il fatto che la seconda guerra mondiale, i campi di sterminio e la Shoah siano lontani nel tempo non cambia nulla. Non facciamo magliette che irridono allo sterminio degli abitanti di Timor Est, vittime di genocidio negli anni settanta del novecento come non se ne vedono del genocidio del popolo tutsi in Ruanda, di poco più di vent’anni fa.

Non si può ridere di tutto. Non si deve ridere della morte, a meno che non lo si faccia della propria; ridere della propria dipartita può essere un modo per esorcizzarne la paura che ne deriva ma ridere della morte di un altro essere umano è una grave mancanza di rispetto in primis verso se stessi. Sì perché la livella, come la chiamava il principe De Curtis in una splendida poesia, è l’unico mezzo in possesso dell’universo per eguagliare le distanze che gli uomini interpongono tra loro, se giochiamo su questo allora nemmeno la livella può più rendere reale il sogno egualitario.

Se è vero, come nell’intervista dichiara l’indossatrice, che quella maglietta fa parte del suo corredo quotidiano e nessuno se ne è mai lamentato allora questo paese ha dei problemi molto più rilevanti di spread, DEF, grandi opere o immigrazione: l’Italia sta perdendo la sua umanità. Possiamo iniziare a dimenticare il vecchio adagio che recita italiani brava gente; bisognerà inventarne un altro.

 

Risotto alla curcuma e petali disidratati

Un risotto importante e bellissimo da vedere, impreziosito dalla curcuma, lo zafferano dell’India, e addolcito dai petali disidratati, introdotti a fine cottura, in fase di mantecatura, con burro salato normanno d’Isigny.

Ingredienti per due persone

180 gr di riso Roma

600 ml di brodo vegetale

30 gr di cipolla bianca

2 cucchiai di curcuma

1 cucchiaio di petali disidratati

40 gr di burro d’Isigny

40 gr di parmigiano reggiano

1 cucchiaino di olio evo

Tagliate la cipolla a brunoise e fatela appassire con l’olio in una casseruola dai bordi alti ( ricordate che il risotto non si fa mai nelle padelle basse! ). Tostate il riso due minuti e bagnate con il brodo vegetale bollente. Fate cuocere 17 minuti aggiungendo brodo al bisogno. Prima di spegnere la fiamma introducete la curcuma e mescolate con cura. Il risotto, al termine della cottura, dovrà risultare cremoso ma non brodoso. Aggiungete il burro congelato e i petali disidratati e mantecate. Non sarà necessario salare se avrete precedentemente ben insaporito il brodo. Servite caldo, dopo cinque minuti di riposo in tegame e decorate con alcuni petali!

Buon appetito!

Un Grillo poco grottesco

Pochi giorni fa il caro Beppe Grillo, al raduno nazionale dei pentastellati, ha utilizzato due disturbi psicologici come fossero un insulto. Questo dovrebbe fare accapponare la pelle ai liberi pensatori cinque stelle e invece no. Scatta la difesa, giusto a dirsi, per partito preso. Parte la solita solfa: parole estrapolate dal contesto, non si può giudicare un discorso di mezz’ora su un minuto e mezzo, erano solo le battute di un comico e così via. Non è così perché se così fosse allora avrebbero ragione anche i destrorsi simpatizzanti fascisti a ricordarci le paludi Agro Pontine o i treni in orario.

Non ci si può fare l’idea dell’umanità di una persona da quante cose belle, alte e produttive proferisca; per farsi l’idea esatta di una persona si deve partire dalle bassezze che nel mezzo del bello riesca ad introdurre. So bene che possa sembrare un atteggiamento mentale oscurantista ma tenere a freno la parte malvagia dell’animo umano richiede sacrificio e dedizione, partendo dal presupposto fondamentale per cui il fare del bene non si riassume esclusivamente nel non fare del male. Prendersela con cittadini meno fortunati, definendoli anormali e usandoli a paragone di una sequela di avversari politici, su di un palco dov’era presente metà del governo nazionale, nella capitale d’Italia non è lo sproloquio di un comico è un discorso politico fatto e finito. L’ironia, il sarcasmo e il disprezzo dell’avversario erano spesso usati anche da Mussolini quasi come captatio benevolentiæ e il pubblico mussoliniano rideva della paventata stupidità altrui.

Già, rideva come ha riso il parterre grillino a quelle oscenità verbali svilenti e settarie.

La strada verso cui conduce la risata scardinata dal rispetto, offensiva e lontana da quel corpo grottesco, di cui ci ha così bene spiegato Michail Bachtin, conduce al dirupo, lo si può incontrare quando meno ce lo si aspetta. Il rispetto della diversa abilità è una conquista troppo recente dell’umanità per iniziare di già ad essere derisa, smontata o scassinata.

Orwell si rivolta nella tomba

Che amarezza. Dopo il dahu e flocon de neige, lo stambecco albino, il panorama delle creature mitiche e particolari si allarga, in Valle d’Aosta. Oche e maiali che descrivono bene il voluttabro che si sta da tempo costruendo in piazza Deffeyes.

Un’aia in cui manca l’aria.

Un’aia in cui l’acredine, la malevolenza, l’acrimonia, il rancore, lo scherno, il siparietto e la maleducazione si moltiplicano esulando dal normale conflitto politico che è respiro della democrazia e dell’istituzione stessa del Consiglio della Valle d’Aosta. Perché a perdere di credibilità, in questi osceni chiari di luna, ahimè non sono le persone, che continuano ad attingere alle loro sacche di ciechi voti, bensì è l’istituzione stessa; l’agognata poltrona viene lordata di lerciume social, di bullismo politico perdendo il suo alto valore rappresentativo. Probabilmente è proprio vero che il vertice della piramide è l’espressione statistica della base. Se ci limitiamo ad un sorrisino sardonico, a sospirare tristemente o ad una alzatuccia di spalle di fronte a questi veri rigurgiti agri, astiosi e sessisti, allora cari amici non andremo molto lontano. Anche il dahu, quando distratto, se lo chiami precipita.