Un maledetto incontro

Come è ormai consuetudine  da qualche anno, il giorno della liberazione, il 25 aprile, pubblico il mio racconto di resistenza. I personaggi non sono realmente esistiti e i fatti narrati non sono realmente accaduti ma verosimilmente sarebbero potuti accadere; perché non c’è cosa peggiore della guerra ed in essa non c’è guerra più sporca di quella definita ” civile “. Buon 25 aprile a tutti.
6 gennaio ’45
Fa un freddo che levati. Forse avrei dovuto starmene giù, al caldo, vicino al camino con Mariangela, che non vedevo da tanto. Son via già da più di sei me… Il tocco sulla spalla di Pinin secco, rapido e robusto sebbene silenzioso da parte del Gufo fece allungare, al partigiano che scriveva il suo diarietto, talmente tanto la gamba della e da sembrare un viticcio ben formato. Cito! Il Gufo indicava in direzione di Scurzolengo: qualcuno viene da di là, ho sentito calpestio. Statento! Pinin teneva stretto il novantuno, quattro chili di morte precisa nelle sue mani di abile cacciatore, la bocca di fuoco in direzione del niente: foglie marce, neve e terra gelata. Ad un tratto uno stivale, dietro un pino: Gufo, guarda non è lustro, è un dei nostri; dici? E se poi non è? Presa una pietra che aveva la forma di un elefante ma Pinin non se ne accorse, la lanciò verso la sinistra dello stivale; come cadde a terra bam! un colpo secco di carabina e il grido inconfondibile: bastard! Fafiuchè spara nen! E di là: chi siete, neri? Rossi? Baciapile? Che se siete baciapile vi sparo più che ai fascisti! Amici, amici, viva Lenin!                                                                    Saltati fuori dai loro rispettivi nascondigli i combattenti si scrutarono ben bene. Siete della Libera? Chiese il Gufo. Sì e voi? Della Tanaro. Tanaro? Mai sentita, rispose l’altro che ancora teneva il moschetto teso e il dito sul grilletto; Pinin lo guardava attentamente, dall’alto dei suoi quarantaquattro anni e un metro e novantatre di altezza e non riusciva a vedere niente altro che un ragazzetto smagrito, dal viso cianotico di chi non beve un buon brodo bollente di cappone da un po’; una barbetta ispida nerissima e incolta gli spuntava a chiazze sul viso, specialmente sul mento, sotto gli zigomi pronunciati e intorno al pomo d’Adamo che aveva dovuto rivelarsi da non molto tempo. Abbassa il fucile ragazzo, disse con la voce tenera d’un buon padre che vede il terrore negli occhi del figlio e cerca di placarlo, non ti faremo del male. Siamo in ricognizione, continuò Pinin, non hai mai sentito parlare della nostra brigata perché è stata annientata appena tre giorni dopo la sua formazione, vicino a Costigliole; quattordici dei sedici che eravamo sono caduti sotto il fuoco di una mitragliatrice crucca infrascata a difesa di una collina. Io mi chiamo Pinin e quello che vedi dietro di me si chiama Gufo. Da dietro un cespuglio di rose canine si udì una voce roca e profonda, a Pinin pareva fosse il cespuglio stesso a parlare, come ti insegna il prete che è scritto sulla Bibbia, sei tu Giulio? Disse la voce. Sì e tu chi sei? Sono Franco, del mulino! Tranquillo Souri, disse Franco uscendo dal suo nascondiglio, li conosco, sono amici, abbassa il fucile prima che ti facciano saltare la testa! Souri, topo in francese, era il nome di battaglia di quel ragazzetto magrolino, forse per via degli incisivi visibilmente sporgenti che lo facevano assomigliare più a una lontra che a un topo. Prima che sti due vecchi mi facciano la pelle ne deve passare di Tanaro sotto i ponti! Non sbagliarti, lo riprese Franco, hai davanti due dei migliori cacciatori dell’astigiano. Franco si fece più vicino a Pinin, col braccio destro teso verso il gigante, in segno di saluto. È bello vederti Giulio! Solo soprannomi, amico mio, te ne prego, la guerra ci è troppo vicina per essere noi stessi; a proposito, tu come ti fai chiamare? Tordo, fu la risposta. Con la polenta, come ti piaceva, rise Pinin. Venite, siamo accampati poco distante da qui, non abbiamo granché ma sempre meglio di nulla, siete ben accetti, sia tu che il Gufo.                                                                         I quattro si avviarono verso nord, raccolsero poco distante da lì altri due dell’avanguardia: Cero e l’Allegro. Appena Tordo fu vicino all’Allegro questi, con un sorriso sardonico che pareva avere tatuato a fuoco sulla faccia disse a voce bassa: non dovremmo continuare la perlustrazione? Tranquillo Allegro, i miei amici vengono da ovest, di là non c’è anima viva e se c’era ora non lo è più! Arrivarono al campo mezz’ora più tardi, pareva abbandonato. Dove sono i vostri compagni, chiese Pinin. C’era nell’aria un puzzo strano, un odore che non apparteneva al bosco e neppure agli uomini. Tordo si guardò intorno poi disse a Souri che andasse a vedere dov’erano gli altri. Prima che il ragazzo eseguisse l’ordine giunsero voci da est, voci non lontane. Andiamo! Qualcosa sta succedendo, disse Gufo imbracciando l’arma. Una decina di uomini stava intorno ad un albero, discutevano animatamente, si sbracciavano, da lontano sarebbero potuti sembrare i partecipanti ad un sabba. Tordo precedeva tutti i nuovi venuti e quando fu a una ventina di metri dalla chiassosa comitiva chiese, con voce tonante: che succede? Nessuno aveva ancora notato la ragazza, sulla ventina, vestita di stracci e legata stretta ad un pino. Un ragazzo si fece sotto a Tordo con fare baldanzoso e fiero dicendo: capo! Abbiamo beccato questa puttana che aiutava i fascisti, i neri li abbiamo fatti secchi ma lei ho creduto ti potesse interessare e l’ho portata qui. Bravo il Conte, ti sei meritato doppia razione di vino per sta sera! Vediamo… Ma prima che il mugnaio combattente potesse finire la frase un urlo zittì il bosco intero: Mariangela! Che cazzo fate, slegate subito quella ragazza, è mia figlia! Tordo bloccò di forza Pinin che stava correndo verso la poveraccia legata all’albero: fermo. Dobbiamo vederci chiaro. Conte! Vieni qui. Il ragazzo, che forse era così soprannominato per via di un fazzoletto di raso bianco legato intorno al collo, si avvicinò. Sei sicuro di quello che hai detto prima? Come fai a dire che è una spia? Le abbiamo trovato indosso delle carte con segnate le posizioni di altri gruppi, le stava consegnando a una squadra di fascisti. Abbiamo un grosso problema, disse Tordo guardando negli occhi Pinin che, nel frattempo, non aveva smesso di cercare d’avvicinarsi alla figliola legata e visibilmente infreddolita. Amico mio, disse Tordo rivolgendosi al gigante che era tenuto fermo da quattro persone, i delatori, le spie, gli amici dei fascisti, vanno fucilati. Tutti sono figli di qualcuno ma in tempo di guerra ognuno è solo figlio delle proprie scelte. Andiamo al campo, beviamoci sopra e domani decideremo. Organizzate un turno di guardia alla ragazza, che non fugga. Gufo era rimasto in disparte, non aveva proferito parola. Seguì il resto della comitiva verso il campo, due passi indietro a quelli che trascinavano il suo compagno Pinin. Bevvero vino regalato o confiscato in qualche cascina, un buon vino, rosso e pesante sulle palpebre e Tordo diceva, continuando a riempire il bicchiere di Pinin: bevi amico mio, che il vino è il sudore degli uomini! E Pinin beveva, per accontentarlo, cercando di sembrare sempre più stanco e ebbro. La notte si fece nera come il culo dei bottiglioni vuoti che giacevano in terra. Poco a poco il campo si addormentò. Pinin attese paziente quindi, quando gli parve che tutti fossero assopiti si alzò cercando di far meno rumore possibile, passando vicino a Gufo lo guardò e questi aprì gli occhi sostenendo lo sguardo di Pinin con un’occhiata di intesa. Si alzò. Sei sicuro di volerlo fare? Questa guerra sta finendo, disse Pinin, tra non molto non avrà più importanza chi ha parlato con chi, non posso lasciare che la fucilino, l’ ho abbandonata una volta, non lo rifarò. Allora io metto fuorigioco la guardia, proseguì Gufo,tu libera Mariangela e ce la filiamo da qui. Bene. La ragazza legata all’albero sembrava essere svenuta più che assopita; Gufo fece il giro da dietro e colse alle spalle l’uomo di guardia che dormiva della grossa, col calcio del fucile gli diede una grossa botta sulla nuca poi fece segno a Pinin che la via era libera. Mariangela! Mariangela! Mariangela! Quel nome pronunciato da un padre disperato sembrava un grido sommesso, taciuto; la ragazza pareva svegliarsi a fatica come si stesse riprendendo da un sonno causato dall’oppio. Pinin le sciolse le mani, che erano legate dietro all’albero con un corda di juta spessa e lurida, con un grosso coltellaccio da caccia; la giovane sembrò vacillare ma non cadde, nel frattempo Gufo si era avvicinato ai due dalla sinistra e osservava se ci fosse bisogno di aiuto poi si udì un rumore di foglie smosse, Gufo puntando il moschetto in direzione del campo disse a bassa voce: arriva qualcuno, fa in fretta. Pinin, che aveva visto Mariangela aprire gli occhi e riprendersi, le diede in mano il coltello e le disse di tagliare la corda che le teneva uniti i piedi mentre lui puntava il novantuno a difesa ma la ragazza, appena avuto il coltello nel palmo della destra, con un movimento fulmineo, si girò verso Gufo trafiggendogli la gola, con quella lama che aveva squartato decine di cinghiali, poi mosse la mano destra, che teneva salda il pugnale, in avanti e l’acciaio strappò la gola del combattente che si accasciò a terra in mezzo a rantoli e agli spruzzi caldi del suo stesso sangue. Pinin non fece a tempo a comprendere l’accaduto che si ritrovò la figlia sul petto, il pugnale appoggiato alla giacca logora giusto all’altezza del cuore, Mariangela lo teneva saldo, le mani sporche di terra e sangue ben serrate intorno all’impugnatura. Che fai? E mentre diceva queste parole Pinin scorse nello sguardo della figlia, appena illuminato da una fioca luna, un odio indicibile, un sentimento che l’uomo sa cogliere perfettamente ma che non sa spiegarsi. Pensi di venire qui e liberarmi, pensavi di liberare l’Italia ma da chi? Come? Non sei mai stato altro che un buono a nulla. La mamma l’hai ammazzata tu, con la tua indifferenza, con le tue stronzate. Il collegio, le bastonate gli abusi sono colpa tua. La mia famiglia è il Duce. Poco prima dell’alba un combattente della compagnia che veniva a rilevare il compagno dalla guardia si trovò davanti tre cadaveri e un pezzo di corda logoro e sozzo ai piedi dell’albero.

Gratin dauphinois a modo mio

Ho rivisitato questo classico della tradizione francese, un piatto non certo dei più leggeri ma dal gusto intenso ed inconfondibile. Vi do la ricetta per due persone:

4 patate di media grandezza

2 cipolle bianche

400 ml di panna fresca

100 ml di acqua

100 gr di parmigiano reggiano 

Sale, pepe, burro e noce moscata 

Mondate e pelate le patate quindi tagliatele a rondelle di circa mezzo centimetro di spessore, eseguite lo stesso procedimento con le cipolle; immergete le patate nella panna e nell’acqua mescolate insieme aggiungendo un pizzico di sale e scaldate il tutto lasciando sobbollire per 10 minuti, nel frattempo scaldate una padella antiaderente e arrostite le cipolle, che siano ben abbrustolite così che trasmettano il colore alla salsa successivamente. Trascorsi 10 minuti togliete le patate dal pentolino e adagiatene un primo strato in una teglia da forno imburrata, aggiungete uno strato di cipolle quindi ricoprite con altre patate; versate la salsa rimasta all’interno del tegame su tutta la superficie della teglia. Condite con un pizzico di sale, pepe nero macinato al momento e noce moscata a piacere e spargete il parmigiano. Infornate a forno preriscaldato a 200 gradi per 15/20 minuti e il gioco è fatto. Superbo contorno ad un bell’arrosto o a ciò che più vi piace ma anche eventuale piatto unico: le calorie non mancano di certo! 

Gnocco in fonduta al profumo di zafferano

Cucinare mi riappacifica col mondo, per me è una sorta di meditazione: dosi, attenzione, sapori, equilibrio tutto si fonde per dar vita alla cosa più fondamentale della vita stessa, il cibo. Questa sera gnocchi, visto pure che  è giovedì!

Per lo gnocco:

500 gr di patate rosse

80 gr di farina

80 gr di parmigiano reggiano 30 mesi vacche rosse

5 gr di sale

1 uovo

Pepe nero e noce moscata q.b.

Far cuocere per circa un’ora a 180 gradi le patate nel forno, avvolte in alluminio quindi lasciarle raffreddare; schiacciarle in un grilletto e unire la farina setacciata, mescolare quindi aggiungere l’uovo, il sale, la noce moscata e il pepe ed impastare, all’ultimo unire il parmigiano. Lasciar riposare la pasta per qualche minuto quindi stirarla in salsicciotti di circa un centimetro e mezzo di diametro, tagliarli della lunghezza che preferite e passarli con decisa delicatezza sul dorso dei rebbi di una forchetta. Cuocere in acqua semi bollente fino a quando non vengano a galla.

Per la fonduta:

250 gr di formaggio valdostano

200 gr di gorgonzola

200 ml di panna

250 ml di latte

1 tuorlo d’uovo

1 bustina di zafferano in polvere

Pepe nero e noce moscata q.b.

Mettete a bagno i formaggi, fuori dal frigo, nel latte e nella panna mescolati per circa un’ora. Trascorso questo tempo accendete la fiamma sotto al pentolino delicatamente e fate fondere i formaggi finché non otterrete un liquido denso e liscissimo, spegnete il fuoco e mescolate con una frusta il pepe nero,la noce moscata e lo zafferano, otterrete una fonduta di un giallo tenue. Attendete qualche minuto che il composto si intiepidisca quindi aggiungete il tuorlo dell’uovo e mescolate rapidamente.

Fatte queste operazioni adagiate gli gnocchi dentro ad una pirofila, ricopriteli quasi interamente con la fonduta e grattuggiate abbondante parmigiano sulla superficie. Cinque minuti sotto al grill del forno ( controllate sempre perché la potenza dei grill varia di forno in forno ) e il gioco è fatto. Semplice, veloce e squisito !

Il pane


Dopo svariate prove per affinare le dosi di pasta madre, senola rimacinata, farina di tipo 1 macinata a pietra, acqua, miele, sale e olio ecco il primo pane casalingo di cui sono contento! L’alimento principe della sussistenza storica dell’essere unano viene, oggi, spesso dato per scontato, un acquisto da effettuare quotidianamente sotto casa o vicino all’ufficio, in un’azione banale ed automatica. Curarlo, impastarlo, vederlo lievitare, trattare con le proprie mani la pasta soffice, darle le giuste pieghe prima di infornarlo ci può avvicinare ad un mondo di sapori e gesti ancestrali, capaci di regalere soddisfazioni altissime. 

Discorso sopra una foto ” basura “

L’espressione umana ha tanti volti. Da quando, nel maggio del 1816, Joseph Niépce riuscì a produrre uno dei primi negativi, ad oggi, la fotografia ha percorso molta strada, non solo nella tecnica precipua, soprattutto nella produzione di soggetti sempre nuovi. La venuta al mondo di una tecnica straordinaria, capace di riprodurre fedelmente un’immagine istantanea, fissandola nei secoli a venire, ha cambiato l’universo della percezione dell’effimera vita umana: in meglio o in peggio non sta a me giudicare. Io so per certo però, che se la fotografia non avesse trasportato oltre l’idea di immagine, oggi non si farebbero lunghe code, fuori dei maggiori musei del mondo, per ammirare i capolavori impressionisti. Modigliani non avrebbe insistito tanto su quei colli diafani e distesi, su quegli occhi viralmente vacui e forse, Soutine non avrebbe ammorbato di olezzo putrescente la scala della sua abitazione. Il dilemma profondo investe la realtà: che cos’è reale? I ” mostri ” di cui si serve Joel Peter Witkin in quei teatri del grottesco e dell’assurdo, che solo lui sa comporre, riescono a raggiungere vette di estaticità che rasentano il sacro ( penso, ad esempio, a ” Gods of Earth and Heaven “, uno dei capolavori, capace di scardinare, con il perentorio puntiglio della visione infernale, secoli di storia dell’arte ), sanno essere reali ed artistici all’unisono, si accordano come un’orchestra navigata, con la visione del mondo che l’uomo contemporaneo dovrebbe avere. Eppure altro non sono che dei sali d’argento impressionati su di una carta fotosensibile, altro non sono che un’immagine, spiacevole o meno, razionalizzata o delirante, che può pararsi di fronte al nostro sguardo, spesso disattento, quasi sempre troppo rapidamente impressionabile. Il quieto vivere, il settario sentimento bigotto che offusca i nostri sguardi, volentieri ci fa prendere decisioni, riguardo al bello ed al brutto, troppo all’impronta: aver paura di un’immagine spaventosa è una reazione istintiva e giusta ma, bene sappiamo, che l’essere umano non è più, da molti millenni, puro istinto. Ahimè non siamo più – beata prole, a cui non sugge / pallida cura il petto – per dirla con Leopardi ovvero abbiamo coscienza di noi stessi e del nostro ferale destino. Questa coscienza, sviluppatasi in millenni di evoluzione, dovrebbe quantomeno farci comprendere che, dietro ad un’immagine, si possono celare molteplici significati e se tali significati ci disturbano così profondamente da non riuscire a trarne un insegnamento, che non sia esiziale per noi stessi e il nostro animo, allora è meglio non curarsene ma guardare e passare.

La risposta non è nel vento

  
In un’epoca in cui i lettori veri si son quasi dileguati, lasciando spazio, quando va bene, a persone che spizzicano libri come fossero un pinzimonio di boria da sfoggiare, raccolto in una boutade mirabolante e spesso senza appigli, all’apericena del sabato, mi ha molto colpito la decisione dell’Accademia svedese, di assegnare l’annuale premio Nobel per la letteratura ad un ” menestrello “. La definizione non viene certo da me, l’ho accolta a malincuore questa mattina dalle pagine dei quotidiani nazionali; ora, sarà che nella nostra lingua i nomi che han desinenza in -ello- non son quasi mai forieri di buone speranze ( vedi l’uomo/volatile che, raggiunta una certa età, non trova il bisogno di caricarsi di schiaccianti responsabilità: il fringuello; vedi lo zimbello, altro volatile asservito all’arte venatoria, di rimando, uomo esposto al giuoco faceto di chi è gerarchicamente sopra di lui; vedi il santarello, vezzeggiativo d’una qualità in vero sconosciuta all’essere umano…), sarà che da onirico medievista ho sempre visto il ” menestrello ” come una figura di passaggio nella città prerinascimentale, una sorta di Vernacoliere dalla risata giustamente facile, sarà, sarà ma io non me lo spiego proprio questo premio, senza nulla togliere agli estimatori esterofili che per Bob Dylan impazziscono ancora oggi. Mi è capitato però di pensare come avrei reagito alla vittoria del Nobel da parte di un altro cantautore a cui sono molto legato: Fabrizio de André. Ci ho pensato a lungo e sono giunto alla conclusione che sarei stato comunque in disaccordo. Sì, comunque, come fui in disaccordo all’epoca dell’assegnazione del premio ad un illustre italiano, anch’egli apostrofato d’un epiteto simile: il giullare Fo, purtroppo recentemente morto, che venne scelto, forse, al posto del semi sconosciuto Luzi, in aria di Nobel da una ventina d’anni, all’epoca ( la poesia in testa al pezzo è proprio l’ultima composta dal poeta di Castello ). Perché sono convinto che la letteratura e la poesia abbiano il compito fondante di esaltare – la grazia del linguaggio in cui si trasmette il movimento stesso dell’essere – per citare Saint-John Perse. E questa grazia di linguaggio, per me, non necessita né di accordi né di chitarre. La risposta quindi non soffia nel vento ma è radicata profondamente nell’animo umano ed è quindi rimesso all’individuo lo sforzo necessario alla sua ricerca comunque vana. Mi trovo quindi qui a pormi, in relazione al nobel di Dylan, le medesime domande che un grande pensatore si poneva, quasi sessant’anni fa, proprio il giorno del ritiro del suo Nobel: Albert Camus: perché a me? Perché io, in un mondo in cui decine di scrittori e poeti sono ridotti al silenzio? Il coronamento della carriera di un cantante non si esplicita in un premio Nobel bensì negli ultra remunerativi stadi colmi di fans che a memoria cantano felici i sui ritornelli. Spero che il cospicuo premio in denaro che affianca il Nobel, il buon vecchio Dylan ( che rubò il suo cognome d’arte all’eccentrico Thomas, quello di E la morte non avrà più dominio, forse il solo poeta ad essere riuscito a riempire la piazze ) decida di devolverlo a qualche stanco, disilluso poeta, che possa così godere anch’egli della sola ed unica ricchezza che pare conti oggi: quella pecuniaria!

Colcannon


Dalle terre d’Irlanda questa puré aromatizzata che viene solitamente servita con verza novella ( assente qui per ovvi motivi stagionali ), lasciata cruda sul composto che la cuoce col suo calore.

Ingredienti:

3 patate di montagna grandi

80 gr di burro

400 ml di latte fresco intero

80 gr di prezzemolo tritato fresco

5 cipollotti di Tropea

100 gr di parmigiano reggiano 

Sale, pepe, noce moscata 

Far cuocere le patate per 30/40 min. circa avendo cura di sommergerle con almeno tre cm di acqua fredda nel tegame. Una volta cotte passarle con lo schiaccia patate ( non è necessario rimuovere la buccia l’arnese la trattiene ) e rimetterle nel tegame utilizzato in precedenza dopo averlo ben asciugato. Iniziare ad amalgamare il burro ( le patate vanno sempre lavorate a caldo ). Una volta che il burro è incorporato aggiungere adagio il latte, tenuto a temperatura ambiente. Raggiunta la consistenza desiderata spegnere il fuoco e introdurre i cipollotti e il prezzemolo finemente triturati. Aggiustare di sale, pepe e noce moscata e, in ultimo, aggiungere il parmigiano. Si può gustare caldo ma in queste afose giornate è ottimo anche freddo!