Stupidità nera

Auschwitzland

L’articolo 410 del codice penale italiano è molto chiaro: chiunque commetta atti di vilipendio sopra un cadavere o sulle sue ceneri è punito con la reclusione da uno a tre anni. Se il colpevole […] commette, comunque, su questo atti di brutalità o oscenità, è punito con la reclusione da tre a sei anni. 

Ebbene la maglietta con la scritta Auschwitzland, indossata ieri a Predappio da una nostalgica fascista questo fa, vilipende oscenamente non solo il popolo ebraico vittima della Shoah ma tutti quei quindici e più milioni di morti per il folle processo di arianizzazione del III° reich; oltre al tricolore italiano esibito a pochi centimetri.

Sì, perchè le ceneri di quella sterminata moltitudine di persone passate per un camino, oggi sono in ogni dove. Aleggiano nei venti di ogni parte del mondo, galleggiano su ogni oceano, mare, fiume e ruscello in cui il nostro sguardo si posi, attendono immobili su ogni selciato, marmo, pietra o terra battuta che si calpestino. Se le parole, riportate in intervista qui, fossero vere, bisognerebbe spiegare all’indossatrice che lo humor nero ha un limite e se l’intelligenza personale non è in grado di porlo, allora ci deve pensare la Legge. 

L’umorismo nero è da sempre utilizzato in letteratura come nel teatro o in poesia con la sola finalità di spingere il lettore\ascoltatore a meditare su fatti macabri, folli, violenti. Non è umorismo nero mettere in beffa la sofferenza, la paura, l’annullamento e infine la morte di milioni di persone. Nessuno si sognerebbe neppure di stampare ed indossare una maglietta con l’immagine dello stabile diroccato, del quartiere san Lorenzo di Roma, dove pochi giorni fa ha trovato una morte atroce una giovane ragazza, scrivendoci sotto chessó: party house. Il fatto che la seconda guerra mondiale, i campi di sterminio e la Shoah siano lontani nel tempo non cambia nulla. Non facciamo magliette che irridono allo sterminio degli abitanti di Timor Est, vittime di genocidio negli anni settanta del novecento come non se ne vedono del genocidio del popolo tutsi in Ruanda, di poco più di vent’anni fa.

Non si può ridere di tutto. Non si deve ridere della morte, a meno che non lo si faccia della propria; ridere della propria dipartita può essere un modo per esorcizzarne la paura che ne deriva ma ridere della morte di un altro essere umano è una grave mancanza di rispetto in primis verso se stessi. Sì perché la livella, come la chiamava il principe De Curtis in una splendida poesia, è l’unico mezzo in possesso dell’universo per eguagliare le distanze che gli uomini interpongono tra loro, se giochiamo su questo allora nemmeno la livella può più rendere reale il sogno egualitario.

Se è vero, come nell’intervista dichiara l’indossatrice, che quella maglietta fa parte del suo corredo quotidiano e nessuno se ne è mai lamentato allora questo paese ha dei problemi molto più rilevanti di spread, DEF, grandi opere o immigrazione: l’Italia sta perdendo la sua umanità. Possiamo iniziare a dimenticare il vecchio adagio che recita italiani brava gente; bisognerà inventarne un altro.

 

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