Savin: la concordanza di pietra e vita.

Sola nel mondo eterna, a cui si volve

 Ogni creata cosa, 

in te, morte, si posa

 nostra ignuda natura,

 lieta no, ma sicura 

dell’antico dolor […] 

G. Leopardi Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie 

Quando Giacomo Leopardi ragiona sull’essere nulla del tutto, lo fa sbirciando al di fuori del nulla da cui ogni cosa proviene e verso cui ogni cosa ritorna. In questo mare di nulla, in tale pulviscolo di protoni, neutroni, elettroni, gluoni, alcune cose si creano casualmente, per ergersi sul nulla un periodo e disgregarsi nel nulla nuovamente. 

Ma esistono veramente le cose? La moderna fisica quantistica ci viene in aiuto, facendoci immaginare quanto possa essere desueta la staticità delle cose, in relazione alla ineluttabile ubiquità della non permanenza. 

Il mondo è composto da una serie di eventi, non da cose, . Un granito di Donato Savin è, esso stesso, un evento: un sasso perciò non è una cosa bensì un evento: prima nulla, poi polvere di stella, poi magma, poi fondale oceanico, poi montagna, poi collina, quindi masso, poi sasso, poi ciottolo, quindi grano di sabbia e poi, di nuovo, nulla. Se ci fosse possibile ridurre le nostre umane dimensioni alla scala atomica, una possente stele di Savin ci parrebbe allora, come un’indefinibile nebbia di caos. 

Ciò che i nostri occhi possono percepire, non è altro che una sfocatura della realtà. Ecco allora che il gesto artistico dello scultore, ci viene in aiuto, come il bastone del poeta che, conficcato nella solidità del mondo, ne incrina l’essenza stessa, facendoci sbirciare al di là dell’effimera immanenza della nostra realtà. 

Caos e Logos dunque, in questa eterna dicotomia universale, che mantiene in equilibrio ogni esistenza, sia essa intelligente o no, si muove il grimaldello dello scultore. Il gesto di Donato Savin muta la realtà statica, immobile, pesante del sasso, trasformando il significato dell’oggetto e palesandoci la sua prima qualità di evento. 

Sacerdote di un panteismo artistico che, visibilmente, fa di Dio il tutto naturale, lo scultore trasporta, attraverso la roccia, l’osservatore attonito, aiutandolo a intuire ciò che si cela oltre l’ostacolo: l’inganno della percezione sensoriale del mondo. 

Nell’istante in cui le forze universali, casualmente, interagiscono nel modificare un evento che avrebbe potuto essere immutabile, nel suo naturale decadimento, ecco che la realtà prende una nuova direzione; una direzione effimera, è vero, seppure esistente; una direzione che il gesto artistico umanizza. In questo umanizzarsi di un evento risiede la meraviglia della cultura umana, la meraviglia di una specie fragile, caratterizzata dall’ipertrofia dei lobi frontali del cervello. 

Ancora è l’arte quindi, non la scienza, come invece volevano Nietzsche e il suo oltre-uomo, ad umanizzare la realtà; a renderla non già comprensibile ma accettabile, trasformando il disegno immutabile del Dio spinoziano in un granello di identità riconoscibile all’occhio umano ed ai suoi giganteschi limiti. 

È infatti, come ebbe a sostenere chiaramente Schopenhauer, l’arte ad aiutare l’uomo a trascendere la propria condizione e non la conoscenza, foriera troppo spesso di volontà egoistiche autoreferenziali.

La scultura di Donato Savin è quindi segno allegorico che nasconde e rivela la propria finezza nella durezza della pietra. Le stele, intrise di licheni variopinti, si ergono dai loro piedistalli come menir, non di una civiltà perduta bensì di un tempo inesistente, il tempo degli dei e dei poeti, il tempo della concordanza totale tra uomo e natura, tra pietra e vita, quel tempo che va sotto il nome di Saturnia Regna, l’età d’oro della condizione umana in cui “vitto il bosco,/nidi l’intima rupe, onda ministra/l’irrigua valle” all’uomo,per utilizzare, nuovamente, le esemplari parole del Leopardi, nel suo Inno ai patriarchi

Fermarsi di fronte ad una stele di Savin significa assaporare la reminiscenza di questo tempo fuori del tempo, significa ritrovarsi davanti ad una parvenza di eternità, umanizzata nella statica roccia del fiume che scorre, della montagna che siede immota ed immobile. 

Se è vero, come aveva da scrivere il De Sanctis sopra ad un grande poeta, che “ l’uomo si forma a strati come la terra “ ecco allora che il paragone tra la roccia granitica e l’essenza umana non pare più così inusuale e distante dalle nostre effimere realtà di vita.

Le pietre di Savin sono silenziose ma mai mute; è dal silenzio infatti che sempre procede la parola, il Pensiero. Dal pensiero che tali opere impongono, all’osservatore, è lecito sprofondare in un ricco silenzio interiore, che indaghi e tenda a dischiudere la relazione che ogni essere pensante intrattiene , giocoforza, con la Natura.

La perseveranza dell’artista intride, delle semplici rocce, di umanità; perseveranza che è manifestazione della costanza, della tenacia naturali: gutta cavat lapidem non vi sed sæpe cadendo. Come la goccia dell’adagio lucreziano, anche Savin prende il tempo necessario a realizzare la propria opera.

Una tensione sublime pervade la mano dello scultore nell’atto di modificare, senza mai stravolgere, l’essenza della natura stessa, per mezzo di quella scintilla divina ch’è insita nell’uomo e che prende il nome di intelligenza. L’intelligenza però non è sufficiente a trovare la grazia nascosta nell’inanimato, nel grezzo, nel naturale, vi è un’ulteriore necessità, una necessità di concordanza: una sorta di stimmung spitzeriana in grado “ di assorbire tutta la gloriosa pienezza di            armonia “ rilevata e rivelata nel mondo. Parlo di una symphonìa edi un’armonìa pitagoriche che rispecchino la comunanza tanto del grande afflato dell’universo quanto della perfetta imperfezione della società umana.

Non sono generali queste figure svelte e longilinee, immobili, statiche eppure così eteree, leggiadre; non sono generali, dicevo, ma danzatrici inconsapevoli, donne sinuose, donne di montagna che è femmina per evidenti ragioni di bellezza.

La natura, se interrogata, non risponde all’uomo ma esiste pure la possibilità che sia l’uomo ad essere sordo alle parole della natura; Savin interpreta con il suo segno distintivo, proprio una parte del linguaggio della natura, la parte profonda che non riguarda il macrocosmo ma che è voce sincera del particolare, dello speciale. Ascolta la pietra, Savin, e da essa si lascia condurre alla scoperta di un universo che cerca la sua realizzazione nello stupore; lo scultore non toglie ciò che vi è di troppo, nel blocco granitico, per estrarne una rappresentazione plausibile agli occhi dell’uomo; il suo è piuttosto un lavoro costante di ricerca, in comunione con la natura stessa: liscia, leviga, incide, buca dove e solo dove la natura lo veicola a farlo. Potremmo così dire che Savin non scolpisca per gli uomini ma per la natura stessa, tale un ambasciatore che riferisca un messaggio, immediatamente incomprensibile, ma ben chiaro e visibile a lavoro ultimato.

Queste stele andrebbero abbracciate per poter essere godute a pieno, andrebbero abbracciate come si abbraccia un amore, come si abbraccia una fede ma pure come si possa abbracciare un albero, come si possa stringere con delicata fermezza un soffice bocciolo di rosa. È proprio nell’abbraccio infatti che l’uomo può ritrovare quella sensazione di unicità e di comunione con il tutto, che la società odierna spesso ci descrive come inutile perdita di tempo, nella sfrenata corsa al guadagno ed alla spesa.

Francesco Corniolo