È la tradizione a forgiare i popoli

Chi è stato bambino se la ricorda quella sensazione, quell’attesa stressante, ricca di aspettative e sogni, quella voglia di futuro così ben descritta dal Leopardi ne Il sabato del villaggio: l’attesa del Natale, del giorno della festa. Ecco, chi è nato e cresciuto in Valle d’Aosta, chi da essa si è lasciato adottare inglobandone nel proprio sé crismi e sacrifici, questa spasmodica attesa la riversa sui giorni della Fiera di Sant’Orso. Oggi, trenta gennaio duemilaventuno, questa attesa è stata disattesa.  Nessun lieto romore quest’anno per le vie del borgo, nelle piazze, sotto i capannoni e dentro alle taverne; solo la deliziosa ma fredda presenza del legno scavato sapientemente che, privato del suo autore, si ridimensiona a semplice oggetto di ammirazione, dietro ad un vetro, irraggiungibile, inesplicabile.

La pandemia che ancora sferza  le nostre vite, i nostri animi, le nostre abitudini, come uragano di incertezze e angosce, ha segnato un nuovo punto a suo favore. Non le è bastato averci inflitto il dolore della perdita dei nostri cari, la rinuncia alle libertà più banali, l’averci inculcato il timore della vicinanza, il disappunto della stretta di mano, la paura dell’abbraccio; la pandemia, in ultimo, si è presa anche la tradizione.

Mi risulta davvero difficile esprimere ciò che in me sento oggi: una sensazione di sconfitta bruciante, la vista dell’abisso vorace che ci si spalanca davanti allorché tutto un popolo perde; perché oggi il popolo valdostano è stato battuto, ha perduto la guerra al virus. Non siamo stati capaci di aguzzare l’ingegno e trovare una scappatoia, se non quella della gelida virtualità, per prenderci una grande rivincita sull’angoscia dettata, da un anno, dalla pandemia.

La nostra Autonomia, calpestata, vituperata, sfrondata, da più di un decennio, è valsa, come ormai spesso le accade, meno di nulla. E dire che, in questo triste frammento temporale che ci tocca vivere, avremmo potuto recuperare la vera essenza della millenaria, avremmo potuto riportare a noi stessi una tradizione che, con gli anni, è andata scivolandoci tra le dita, come sabbia precipitante nel turbinio del commercio. Una occasione persa per rialzare la testa e cacciare un grido di esistenza e di rivincita.

Governare non significa rappezzare la barca già colpita dall’onda, governare significa indirizzare la pruda della nave verso l’onda, per bucarla, senza che questa ci colga impreparati; chi doveva farlo non ne è stato capace, a tutti i livelli.

Mi rendo conto di poter sembrare oltremodo catastrofico e catastrofista ma è la tradizione a forgiare il senso di appartenenza e la stabilità dei popoli, se siamo disposti a rinunciare ad essa, abbassando le mani, a quant’altro saremo disposti a rinunciare in futuro, senza battere ciglio?