Riflessioni indotte dal virus

IMG_9885

Siamo muti. Ci avete tolto infine pure la parola. Per quanto sia possibile, a chi ne faccia ancora buon uso. Quell’unica voce del cittadino, che è il parlamento, si è spenta e non si riprenderà più come un tempo sebbene già vacillasse nell’ignoranza gretta di molti rappresentanti del popolo ma si sa: il vertice della piramide è espressione statistica della sua base. 

Sappiamo che dovremo restare confinati almeno, ancora,  circa venti giorni, si arriverà ad aver perduto due mesi di vita sociale, se basterà, se ancora potremo averne una.

Intanto riaprono le librerie, in uno dei paesi europei col più basso tasso di lettori e uno dei più alti tassi di analfabeti funzionali. Non si capisce se lo stato ci prenda in giro o voglia regalarci una scusa per uscire, come un genitore severo che proibisca tutto ma chiuda un occhio quando il figlio ruba un biscotto dalla credenza.

Verrebbe da dire: ho visto cose che voi umani… Abbiamo visto l’ascesa del monoteismo-monolinguismo tecnocratico, pieno di sapere ma credo, troppo spesso, privo di sapienza. Abbiamo imparato cosa sia uno spillover, perché una zoonosi sia così difficile da sradicare, quanto sia importante valutare la sieroprevalenza… O forse no, qui non ci siamo ancora arrivati, la nostra storia è ferma al capitolo precedente.

Intanto i prefetti assumono poteri impensabili solo due mesi fa e all’esercito vengono trasferite funzioni di pubblica sicurezza.

Lo stato ci conduce verso la fine del tunnel ma non ci educa su cosa faremo una volta usciti. Badate bene alla radice di questi due verbi: con-ducere ossia convincere con la retorica, con la paura, portare a sé il consenso ed e-ducere ossia trarre dagli animi le buone inclinazioni, sgrezzare e dare strumenti per comprendere e quindi comportarsi.

Già annunciati controlli a tappeto in tutte quelle attività che possono lentamente riaprire e tornare a vivere, a creare reddito ma solo qualche settimana fa gli stessi organi di controllo ( molte ASL e uffici regionali ) mandavano in giro circolari che proibivano ai medici l’uso delle mascherine per non allarmare la popolazione. Solo qualche settimana fa, ne DL del 2 marzo 2020 si poteva leggere ( e si legge ancora ) che “ è consentito fare ricorso alle mascherine chirurgiche, quale dispositivo idoneo a proteggere gli operatori sanitari “, come dire che valga tutto; non siamo in grado di fornirti le protezioni adeguate quindi metti un foulard in faccia e corri ad autorapinarti la vita in corsia e non solo.

Dopo più di tre mesi dalla scoperta di SARS-COV-2 la nostra immensa società globale e tecnologica non ha saputo ( o voluto ) impiantare  poli industriali per la produzione di protezioni facciali; non ha saputo moltiplicare i centri in grado di processare i tamponi, per controllare a tappeto la situazione e l’andamento dell’epidemia nel paese.

Siamo orfani dello stato. Proprio nel momento in cui lo stato risulta più forte nei nostri confronti. Potrebbe sembrare un paradosso ma così non è.

Viviamo il tempo dell’incuria, un tempo in cui medici e infermieri, figure già mancanti nel nostro panorama lavorativo, vengono sacrificati per mancanza di progettualità, di previsione e stima di ciò che accade nel mondo. Vediamo scene di inseguimenti sulle spiagge, da parte di forze dell’ordine che rincorrono podisti ma più di un mese dopo lo scoppio dell’epidemia cinese ancora facevamo entrare parenti e amici negli ospizi, luoghi perfetti per essere deputati ad incubatrici di malattie infettive a trasmissione aerea.

80.000 persone muoiono ogni anno in Italia per patologie legate al tabagismo eppure non mi pare che lo stato abbia proibito la vendita del tabacco anzi, sulle confezioni, in bella vista, spicca il bollo MONOPOLIO DI STATO, che è un po’ come dire che lui solo ha il diritto di lucrare su tutte quelle morti. I tabagisti però entrano in terapia intensiva e rianimazione un poco alla volta quindi il sistema sanitario regge e questi possono morire tranquilli.

Non siamo in guerra. Non ci sono eroi o nemici. Beati i popoli che non hanno bisogno di eroi ci ricorda Brecht, perché gli eroi muoiono tutti.

Quando questa pandemia ad un tratto scomparirà e lo farà perché così ci insegna la storia, ci ritroveremo a fare i conti con il dolore sofferto e le privazioni patite e non saranno conti senza l’oste. Questa pandemia ci ha sbattuto in faccia il concetto per cui non moriamo perché ci ammaliamo ma ci ammaliamo perché dobbiamo morire. La rivelazione è tale da lasciarci basiti, straniti, spaesati, perduti. Era tempo che non assaporassimo la finitezza della nostra esistenza, era tempo che non ci confrontassimo con la morte, unico vero tabù del mondo contemporaneo. 

Saremo tutti chiamati ad una riflessione profonda sul senso di precarietà della vita e sul sentimento di angoscia che esso genera nella speranza di arrivare a comprendere che proprio da questo prende moto la linfa dell’esistenza stessa.

Una domanda alla quale ancora non ho trovato risposta mi frulla nella mente da un po’: siamo sicuri che la salute sia più importante della libertà? Cosa ne penserebbero i resistenti? I curdi, ormai abbandonati, che hanno fatto fronte all’avanzata di Daesh?

Le nostre libertà sono sancite da una carta inviolabile che è la Costituzione italiana e mi vengono in mente le parole di Piero Calamandrei: se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la Costituzione , andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà […]. E se quelle donne e quegli uomini avessero pensato solo alla salute?