Gli scassapallari

( In dialetto siciliano i pallari erano quelle costruzioni di fortuna fatte di canne e frasche in cui i contadini di primo novecento, presi a mezzadria, si rifugiavano e vivevano. Per derivazione scassapallari erano definiti quei ladruncoli che derubavano di poco chi aveva nulla.)

In relazione al discorso migranti sento spesso obiettare, a chi si prenda la briga di accampare una loro difesa, con domande come:<< ma tu che parli tanto, che fai di concreto per aiutare questa gente? >> Allora, siccome sono un puntiglioso e non credo di avere la verità infusa, ci ho pensato seriamente e son giunto alla conclusione che questi obiettori hanno ragione: io concretamente non faccio nulla, per migliorare le condizioni di vita di queste persone. Penso altresì che non tutti possiamo far parte di Medici senza frontiere, essere volontari della Croce Rossa, imbarcarci su di una nave ONG e salpare in direzione delle coste libiche e via dicendo; tutti però possiamo tentare di trasformare le nostre idee, possiamo cercare di redimere il nostro spirito umano dalla paura. I grandi passi avanti nella conoscenza del sé, nell’antropologia, nell’etnologia ci hanno ormai spiegato che la paura è una costante atavica del pensiero umano, fu Sumner all’inizio del novecento a teorizzare l’etnocentrismo e cioè quel meccanismo che ci fa considerare il gruppo a cui apparteniamo come il centro di ogni cosa e ci fa valutare tutto il resto in funzione di questo. L’etnocentrismo però è solamente un ” luogo ” in cui le nostre idee si formano, non ha nulla a che vedere con il razzismo che è invece un risultato deviato della nostra struttura culturale, delle paure che ci vengono infuse dalla politica, dalla cattiva informazione. Per intenderci la diffidenza è un atteggiamento conservativo dell’essere umano, ci fa osservare con più attenzione un luogo sconosciuto, ci fa odorare un cibo prima di inghiottirlo, ci fa valutare attentamente una persona prima di darle la nostra amicizia. La paura invece è un sentimento che porta alla chiusura totale, che atterrisce il pensiero deviandone il flusso naturale verso sentieri senza uscita. Lo studioso Garman scriveva:<< forse il demonio non grida nelle tombe dei morti, ma all’orecchio dei vivi superstiziosi >>, lo scriveva in relazione al pericolo della peste nera del trecento ma può, questo pensiero, essere traslato nella nostra contemporaneità. All’epoca degli scassapallari l’emigrazione verso l’Italia era del tutto inesistente anzi era quello italiano un popolo di migranti, nonostante ciò i contadini, proletari, nullatenenti avevano timore di essere depredati di quel nulla in loro possesso, alla volte questo capitava ma non era all’ordine del giorno, come non lo è oggi. Eppure le nostre paure ci fanno scaricare sul diverso le frustrazioni più profonde dell’epoca che abbiamo da vivere. Ecco perché trasformare le nostre paure è un atto che richieda grande coraggio, dobbiamo, a tutti i costi, tentare di sottomettere alla nostra volontà, alla nostra intelligenza, al nostro discernimento più razionale quegli spettri che, offuscandoci la vista, ci fanno percepire con occhio agghiacciato il vivere che ci circonda. Ecco perché, sebbene sia vero che io non faccia nulla di concreto per difendere i Rom o per aiutare i migranti, credo che tutti possiamo fare qualcosa per migliorare la convivenza nei nostri territori: possiamo smettere di nascondere la testa sotto la sabbia fingendo che certe dichiarazioni di nostri politici siano dettate dal buonsenso e non invece dalla voglia di incutere timore e separare la popolazione preparando un conflitto tra chi ha poco e chi nulla.

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La gioia dell’arrivo

Di solito cerco di tacermi, di non rispondere a commenti o affermazioni che mi fanno accapponare la pelle per la stupidità di contenuti e toni ma questa volta ho deciso di forzarmi perché ritengo sia giusto controbattere. Voglio parlare delle bieche reazioni che molti pusillanimi hanno avuto fronte alla visione di uno dei tanti video, in circolazione in rete, riguardanti lo sbarco di migranti dalla nave Aquarius giunta domenica 17 giugno nel porto della città di Valencia. In particolare modo di un filmato che ritrae principalmente donne sul ponte della nave che alla vista della costa valenciana in lontananza si mettono a ballare e cantare. “ Figurati se quelle quattro poveracce se la son passata male in crociera a spese mie “, questa la reazione, edulcorata, di gran parte dell’opinione pubblica. Io vorrei utilizzare una serie di similitudini sportive per mettere sotto una luce diversa quei comportamenti tanto gioviali. Sicuramente sarete grandi sportivi da divano, calciatori repressi dalle pantofole, maratoneti che nemmeno riescano a guardarli i 42 chilometri e 195 metri olimpici e si limitano a guardarne gli ultimi due ebbene, avrete notato che quando una squadra vince un titolo o un maratoneta si aggiudica una medaglia la stanchezza come d’incanto svanisce e lascia spazio a giri di pista, a piroette sotto la propria curva e via dicendo. Si chiama gioia, iniezione di fiducia, adrenalina. La stessa reazione pervade quei disperati che vedendo una costa sanno che un viaggio impervio, di settimane, forse di mesi si conclude. Non sanno cosa capiterà loro, di certo ad aspettar loro non ci saranno ricchi premi e cotillon ma più probabilmente CIE, SPRAR, interminabili attese burocratiche e forse, alla fine, l’espulsione, la ripartenza dal via eppure la gioia di poter abbandonare la paura per pochi istanti è incontenibile e li fa ballare, li rende liberi e vivi, finalmente. Il buonismo non è insito negli uomini e nelle donne che tutto ciò riescano a comprenderlo bensì in coloro i quali sono in grado di provare un briciolo di compassione nei confronti di un nero solo se lo vedono in TV mezzo morto di fame, con le mosche al naso, immobile con gli occhi fissi nel vuoto. Il buonismo è prerogativa di coloro che si sentono buoni perché hanno inviato un SMS a qualche campagna umanitaria pensando così di scaricarsi la coscienza aiutandoli a casa loro.