Intorno ad un quadro di Giulio Schiavon

Un miracolo. Solo questo, un miracolo. Il colore si posa sul legno grezzo, trattato a gesso, delinea un volto, una danza, un gesto, una fanciulla attraente, un giovane baldo, la locanda, la serata perfetta… e se annusi come si deve c’è anche l’odore del vino. Divino.

( Piccola digressione: il vino modifica le sue doti sensoriali grazie, potremmo dire, a delle particolari affinità elettive ovvero, formulando un’equazione direttamente proporzionale, più è buona e divertente la compagnia, migliore saranno il profumo ed il gusto del vino. )

Per molti l’odore del vino è una culla; il gusto, una stanza dove sostare, un pensatoio dove trovare ispirazione, un osservatorio da dove controllare il moto del mondo,  un metro per calcolarne le distanze, una pellicola dove catturarne delle istantanee da rielaborare per tentare di capire.

I colori di questo ballo, così sfumati ed allegri, sanno di barbera d’un tempo, quella dalla puntina acida e il fondo nella bordolese, quella di quando saltare l’ultimo filtraggio non era una moda per milanesi né un vezzo da enologi ma il semplice modo di risparmiare vino per berne di più, perché il vino è fatica tanto quanto gioia e così dovrebbe essere sempre.

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