Altro che vivace

È una confessione quella che vi voglio fare oggi. Lo devo ammettere, anche io, talvolta, cedo alla tentazione e mi reco a ingurgitare “ cibo veloce “ in un freddo non luogo baudrillardesco dove ogni giorno, ad ogni ora, si consuma un grottesco carnevale che di bachtiano, ahimè, non ha proprio nulla. Ora questi luoghi esistono per sfamare la gente, nulla di più, riuscendoci benissimo, tanto che, credo, il galateo vi consenta di dir buon appetito, visto che, sotto un tavolo di finto marmo, le gambe le si mette solo ed esclusivamente per placar questo e mai, spero, per il mero piacere della convivialità.

Entrare e vedere, stampigliato a caratteri cubitali, sul tabellone tristemente retroilluminato a neon, il nome del principe della cucina totale, il traghettatore della tradizione gastronomica italiana nella nuova era ( quella alla quale diedero l’abbrivio i fratelli Troisgros, ispirati forse dallo scorrere della Loira, nella loro bella Roanne ), è stato per me un shock, il crollo di un mito: non ho saputo resistere, ho dovuto acquistare, spinto dalla necessità della rivalsa sui miei cattivi pensieri, quel panino Vivace, in apparenza succulento che portava il sacro nome di GVALTIERO MARCHESI; scritto proprio così, con la U tramutata in V, come nelle stampe secentesche. Purtroppo di Vivace non vi ho trovato proprio nulla, carne mal cotta, maionese alla senape che poteva saper di tutto ( ricordate le caramelle mille gusti +1 di Harry Potter? Una cosa simile ), spinaci “ spadellati “ che pareva gridassero pietà intrappolati tra il pane molliccio e la carne grondante acqua e per concludere il bacon o pancetta che dir si voglia: croccante come la colla di pesce ammollata nell’acqua.

Insomma, un disastro. Che il mio Crispy McBacon possa talvolta sostare un po’ più a lungo sulla rastrelliera e quindi la resa del suo bacon non sia più così crispy lo posso accettare, ma che questo accada ad un panino con su scritto GVALTIERO MARCHESI, mi dispiace non lo accetto. Dov’è finito l’attendo professionista di riso e oro,  del dripping, del raviolo scomposto, del cubo di finanziera? Quel genio estroso che fece tremare le papille gustative della Milano da bere, con le sue invenzioni più provocatorie di un murale di Siqueiros? Ahimè, temo proprio che anche lui abbia ceduto alle succulente e ricche lusinghe del marketing più feroce, le stessa che fanno sostenere a campioni che sacrificano la vita per lo sport, di allenarsi con la Kinder o capaci di far mettere a nudo donne già sublimi da vestite. Una brutta pagina nella storia della cucina italiana.

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