Abbattere o non abbattere, questo è il dilemma.

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Quantomeno curiosa questa non nuova mania di abbattere le effigi. Curiosa e stupida al tempo. Già, perché le statue, siano esse di dittatori, conquistatori, tiranni, divinità o esploratori sono e sempre saranno memento di ciò che è stato, nulla di più, solo questo. Segni, non simboli, di passati più o meno lontani, più o meno cruenti e terribili.

Alcune effigi, mi rendo conto, dolgono come cicatrici profonde ma come non è possibile eliminare una cicatrice dalla nostra pelle ( ancor peggio eliminarla dalla nostra anima ) così queste statue dovrebbero rimanere erette, pietre miliari della storia umana quasi sempre sbagliata e crudele.

Abbattere una statua di Cristoforo Colombo non ha più senso dell’abbatterne una di Giulio Cesare o di Cesare Augusto, essi stessi conquistatori, razziatori, assassini e schiavisti. Il mondo è sempre andato avanti così, non è, la mia, una giustificazione bensì una amara constatazione: gli uomini fanno del male ad altri uomini.

Questo credere di aver  improvvisamente aperto gli occhi è, in realtà, una mera menzogna, un sotterfugio spirituale per accreditare un’azione di per sé sbagliata e oltremodo inutile.

Siamo sempre a caccia di giustificazioni per ammettere le nostre cattive condotte.

Ricordo l’indignazione mondiale che si sollevò nell’anno 2001 quando i talebani decisero, contravvenendo alla tradizione islamica che non distrugge le testimonianze del passato, di abbattere i Buddha di Bamiyan. Dagli Stati Uniti d’America al Giappone fu un brulicare di comitati, di petizioni, di appelli volti ad arrestare tanta stupidità, dettata dalla travisazione di un messaggio religioso.

Molti uomini hanno fatto del male nella storia dell’umanità ma non credo che alle donne vittime di violenza oggi, venga in mente di voler distruggere l’Apollo e Dafne di Gian Lorenzo Bernini perché fece sfregiare, per mano di un bravo, la sua amante che lo tradiva; come non credo che abbatteremmo volentieri Sabaudia solo perché il suo fondatore si è macchiato della morte di centinaia di migliaia di italiani e non solo.

L’uomo vive immerso nella storia ma la storia è una scienza che troppo spesso viene confusa con una sua lontana cugina: la memoria, completamente personale e personalizzabile, sulla memoria non si può e non si deve fare troppo affidamento. Basandosi sulla memoria si corre sempre il rischio di commettere sciocchezze.

La memoria ci tradisce, la storia ( se studiata e scritta seriamente ) mai.

Sulla storia dobbiamo fare affidamento, da essa, dal suo studio impegnato dobbiamo partire per migliorare il mondo, non distruggendo, non abbandonandoci alla facile incuria, alla non cultura ma costruendo, ragionando e lavorando alacremente, perseguendo l’obiettivo della bellezza e della giustizia sociale. Dostoevski ci ricorda che   “ la bellezza salverà il mondo “. Perché non erigere allora, magari accanto alle effigi più discusse, effigi nuove: diamo lavoro agli scultori, facciamo loro creare statue di Rosa Parks o Linda Brown, di Gandhi o del Dalai Lama, di Muhammad Yunus o Madre Teresa.

Diamo segno e speranza al prossimo che il bene possa trionfare. Dalla brutalità del mondo si può uscire in due soli modi: secchi e aridi o nutrienti, come ben ci insegna il pane di Gougaud: un matin un brin d’herbe est né. C’était moi, vivant, ébloui. L’air bleu, le soleil, les oiseaux, la liberté, quelle merveille ! Je me suis encore élevé, je me suis offert aux averses. J’ai connu cette fierté d’être qui fait croire à l’éternité. Vinrent les premiers jours d’été, l’armée ferrée des moissonneurs, l’inutilité des prières. Je fus lié, battu, broyé, réduit en poudre sous la meule, noyé, pétri, jeté au four, enfin tiré par mon bourreau hors des braises de cet enfer. C’est ainsi et pas autrement que je me suis fait nourrissant.

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