Incandescenze

Dopo forsennata corsa autostradale ( 120 km\h, forse si poteva fare di più ma… ) ed una disperata ricerca di parcheggio ( creato poi tra un marciapiede una macchina e un’officina ) arrivare a spettacolo iniziato non ha prezzo… In ogni caso qualche buon scatto ne è uscito! Per quanto non appezzi ( non essendo della coumba freida è difficile ) le festività carnevalizie, sarà poi il caso di approfondire il tema, devo dire che queste piroteknie pontsaintmartiniane siano state largamente apprezzate. E come sempre in questi casi… GRAZIE COMUNE E PRO-LOCO!!!!

La Saint Ours de Donnas

Chiedo scusa. Pur venendo cronologicamente prima, appare, solo dopo quello sulla più grande Sant’Orso aostana, questo articolo sulla più contenuta ma assai intrigante foire de Donnas. Ogni anno, ormai per tradizione, mi reco a visitare questa, non più così piccola, fiera dell’artigianato tradizionale, in bassa valle; a differenza di quanto si possa pensare, tutt’altro che una scimmiottatura della sorella maggiore. Anzi, una fiera direi più accogliente e azzarderei più sincera, sotto certi aspetti quali: i materiali lavorati ( legno, pietra, ferro ), la lingua più diffusa tra gli espositori ( lo patoué ), la grande partecipazione degli abitanti del paese e dei paesi concirconvicini e senza dubbio le dimensioni, ancora in grado di adattarsi allo stretto e lungo borgo del villaggio all’adret.

La fiera di Donnas, nell’incedere della mia vita, è il primo punto di sfogo festoso, trascorsi i bagordi pre e post natalizi. Un appuntamento che non posso mancare anche per via della sosta, successiva alla visita mattutina, al ristorante Bordet, nel paese di Hone: cucina casalinga vera: pochi fronzoli, solo gusto. Dalle iniziali tartine con seirass    ( il seirasso è quella cosa che assomiglia un po’ ai tomini, c’è chi ci fa senso e chi va pazzo e chi lo mangia coi crostini ) castagne e miele, alle frittatine di zucchini e pomodorini freschi, passando per il cotechino e la crema di ceci, per arrivare ai primi con sughi d’arrosto o zuppe libidinose e ancora la cacciagione in civet e gli arrosti al latte, per concludere con trionfi di cioccolato, creme e frutta di stagione. Sicuramente il miglior modo di iniziare il nuovo anno, in allegria.

Una scappata Al Caminetto

La strada tortuosa, la visibilità limitatissima da nuvola bassa, la neve cedente copiosa like x-mas, ce lo hanno fatto decisamente sudare ma, alla fine, dietro ad un tornante retto da un muro pietra-a-vista tanto spesso da parere un bastione di contenimento del fosso di Helm, come è uso in Vallée, l’abbiamo visto affiorare, tra le spesse nebbie… il ristorante. Vi eravamo già stati, appena su piazza, quattro anni fa circa e la sorpresa era stata ottima. L’atmosfera ti avvolge subito, tra il vezzoso montano e la trattoria di provincia, boiserie antica fino a metà pareti, tinte giallo pastello sui muri, alle finestre tendone spesse e rosse con renne ( animale qui sconosciuto, chissà perché vada tanto ), doubleface. Ci accomodiamo, la signora che ci accoglie, molto gentile, indossa una camicetta di volant a mezza manica, il cui motivo colorato ricorda il Sam Francis ultima maniera, che lascia semi-scoperto un tatuaggio sull’avambraccio sinistro, memore di chissà quali avventure giovanili. La carta dei vini è giustamente voluminosa, con una buona selezione di etichette, il menù è esile e facilmente leggibile: selezione di tre antipasti, serviti con una coppa di prosecco a perfetta temperatura, con un perlage pimpante e pure buono; un tris di primi e di secondi, il tagliere di formaggi serviti con le loro composte e una scelta di tre dolci che sembrano uno più invitante dell’altro.

Dietro la porta a battente unico con ritorno automatico si apre la camera delle meraviglie, una cucina acciaio inox che, per quanto mi sia stato dato di sbirciare, pareva brillare anche in pieno servizio, il regno indiscusso dello Chef Stefano Zonca, valdostano d’adozione, ha preso i natali in Gattico, terra di Piemonte così grassa e sapiente da bastare al resto del mondo. Uomo di cucina esperto con esperienze in tristellati quali La Tante Claire, London o l’enoteca Pinchiorri, Florence; mica chiacchiere, ristoranti che in cucina non hanno cuochi ma brigate organizzate come un esercito della delizia, capace di atterrarti solo con lo stordimento della papilla gustativa… E questo, Chef Zonca, lo ha imparato bene.Primo fra tutti, nei suoi piatti, è il Gusto ( non crediate sia cosa scontata ), mai eccessivo, sempre delicato con punte acidule e fresche, si compone come una pittura antica assemblando i vari componenti, scomposti, che formano la pietanza. Noi ci siamo concessi: carciofo ripieno, crema di sedano rapa, misticanze invernali; fonduta di Fontina d’alpeggio, miele al tartufo bianco,  toast di pain brioche; zucca marinata, anatra affumicata, praline di fegatini alle nocciole, pane grigliato; tortelli di ricotta e cime di rapa, ragù di capra; spaghetti alla chitarra di farina di castagne, verza scottata, bagna caoda; sottofiletto di vitella farcito al lardo in crosta di flakes di castagne, purea di cavolfiore, bietoline; mela tatin, crema al mascarpone, hot shot mela grappa rosmarino; zuppetta di cioccolato, pera e gelato alla vaniglia, briciole di meringa… E come digestivo un affascinate distillato di Sambuco. Ultima chicca, da non sottovalutare, era buono pure il caffé.

La Saint Ours 2011

Tutti gli anni, alla vigilia dell’attesissima festa la gente usa domandare: allora, pronto per la Fiera? Mon Dieu! Io penso. Come, come si fa a prepararsi ad una battaglia così emozionante? Non esiste allenamento, nessuno può insegnare cosa si debba o non si debba fare, alla Fiera. La Fiera è come l’amore, o la si ha nel D.N.A. oppure la si vive aridi, magari lamentandosi del contatto umano. Beh, se non sei disposto a bere una sorsata di vino gelato, da una scioppa vinata ( magnifiche opere di tornitura artigianale, utile ), dalla quale hanno bevuto altri venti sconosciuti prima di te, alle otto del mattino, beh, spero tu sia di Milano perché se sei di Aosta, mio caro, nasconditi in casa e restaci… Due giorni fanno in fretta a passare!

La giovane Italia, debole

La giovane Italia, debole

Vi era un tempo in cui la disoccupazione veniva definita come una situazione transitoria, più assimilabile al popolo fannullone che a quello in età da lavoro, tale tempo è trascorso e la disoccupazione, con il passare degli anni, si è consolidata divenendo sempre più definitiva.
L’essere in forze ed il poter essere produttivi ma non riuscire a trovare uno sbocco dove esprimere la propria produttività, rende deboli; le donne e gli uomini costretti a stare a casa, spesso, sviluppano forme di disagio che possono sfociare talvolta in fenomeni di vera e propria depressione; l’essere umano che non riesce ad esprimersi nel mondo del lavoro si sente allontanato dalla società, tanto da sentirsi giustificato nei suoi eventuali comportamenti antisociali. L’ostracismo, senza cocci firmati, al quale è soggetto il disoccupato è uno degli effetti più pericolosi e troppo sottovalutati, derivanti dalla sfrenata politica economica neoliberista che impera nelle nostre menti quanto nei nostri cuori.
Qui si forma il paradosso, è proprio in questa società avvezza al liberismo più assoluto, che rifiuta il disoccupato, l’habitat in cui quest’ultimo si muove, nella speranza di trovare un lavoro ed è a questo punto che il liberismo si trasmuta da pagatore dei diritti storici del lavoratore in garante della carità sociale, fenomeno che indebolisce smisuratamente la considerazione che il disoccupato ha di se stesso e della sua condizione.
Bisogna però dire che il disoccupato moderno non è quasi mai un completo nullafacente anzi, credo che ormai si possa assimilare il fenomeno della disoccupazione nella molto più vasta ed articolata problematica che va comunemente sotto l’appellativo di precariato.
Spessissimo il disoccupato è un precario: del mondo dei co.co.co., del mondo del lavoro sommerso, del mondo del lavoro stagionale, del mondo delle false partite I.V.A. in mano a segretarie e redattori assunti sempre dalle stesse aziende.
La popolazione che vive immersa nel precariato è una massa insicura ed instabile, incapace di creare progetti e di progredire; immersa fino al collo nel liquame dell’incertezza nutre solo la speranza che d’improvviso il livello non si alzi ad affogarla. In una società dove l’indispensabile spesso risulta inutile ed il superfluo assolutamente necessario se non vitale, il non aver una busta paga da poter presentare come garanzia per il nuovo TV LED 42 pollici si trasforma in un supplizio generante stress. Da questo stress nasce una sorta di apatia sociale che porta a spegnere, nel precario, la voglia, il sentimento stesso di riscatto sociale che per lunghi anni è stato il motore del nostro e di molti altri paesi.
Il precario è troppo spesso un ondivago, oscillante tra la vacanza risicata e il baratro della povertà; una società che fa finta di non vedere, di non accorgersi di queste problematiche è destinata a soccombere a causa delle stesse. Urge la necessità di un vero risveglio sociale al quale partecipino tutte le categorie interessate, anche il lavoratore stabile, che oggi non si batte più per migliorie socio-economiche bensì per difendere i propri diritti acquisiti, deve comprendere che senza il suo appoggio il precario ( suo figlio ) non può vincere una battaglia così difficile.
Il compito del sindacato è trovare un nuovo tipo di linguaggio capace di entrare nella quotidianità di queste problematiche per eviscerarle ed eviscerandole aiutare ad individuare quale e dove sia, per dirla con Montale, l’anello che non tiene e da quel punto iniziare a lavorare per rimettere in movimento quel progredire sociale che è sempre stato e sempre dovrà essere obiettivo primario di ogni gruppo sindacale.

F.C.