Gente di legno a Presezzo

Ieri, in una meravigliosa giornata dal caldo estivo nevvero più che primaverile, un’allegra combriccola s’è data ritrovo, intorno alle sette e trenta del mattino, per partire, a mezzo autobus riservato, in direzione Presezzo, borgo di quella laboriosa cintura bergamasca ormai divenuta un unico, immenso villaggio. I primi istanti di viaggio, a dire il vero piuttosto sonnolenti, lasciano presto spazio alle elaborate quanto allegre melodie delle fise dei Tintamaro e dei loro tamburi campanellati, percossi o strusciati a pece. Giunti a Bergamo alta la comitiva si concede la visita della central piazza con annessi duomo e battistero.

Conclusa la parte culturale dell’amena escursione, rientrati tutti in autobus, ci siamo diretti verso il luogo del luculliano pasto ( affettati misti della zona, casoncei burro e salvia, arrosto con patate e dessert ), dopo di che la comitiva si è diretta verso Sotto il Monte, città natale del buon Papa Roncalli ma di questa escursione non posso render notizia in immagini in quanto mi sono dedicato ad altra attività. Ritrovo la compagnia intorno alle cinque del pomeriggio, tutta schierata all’interno della corte di palazzo Furietti Carrara ( splendida abitazione dell’ omonima famiglia che lo costruì verso la fine del cinquecento, nelle stanze della quale ancora sono in parte visibili gli affreschi cromaticamente sublimi di Giovan Paolo Cavagna ). In un bel salone ricavato nel piano interrato a mezzo d’un restauro ben realizzato si articola la mostra di Dorino Ouvrier. Alla presenza dell’artista, degli assessori alla pubblica istruzione delle regioni Lombardia e Valle d’Aosta, del sindaco di Presezzo e di altre autorità la mostra è inaugurata con ottimo successo di pubblico. Dopo la visita dell’esposizione si aprono le porte del vernissage transculturale con vini della bergamasca e valdostani, formaggi e salumi delle due regioni e l’immancabile musica dei Tintamaro. Nel complesso un giornata ricca di cultura, cibo, vino e divertimento. E cosa si può volere di più?! Grazie a tutti i compagni di viaggio.

Spring Break

Mattinata di fatica intensa, frustato dal solleone ho partorito sudori veri, ora l’orto possiede e può fregiarsi d’una nuova staccionata. Un gatto m’ ha osservato per buona parte del lavoro, pareva mi compatisse dalla sua fresca ombra…

Solo qualche foto per ricordarci che, anche se tutto ci appare oscuro, il mondo è piuttosto colorato.

E oggi?

Sosteneva il buon Guareschi che il trinariciuto è simbolo di imbecillimento e di rinuncia al ragionamento individuale in quanto dotato della terza narice la quale “ha una sua funzione completamente indipendente dalle altre due: serve di scarico in modo da tener sgombro il cervello dalla materia grigia e permette nello stesso tempo l’accesso al cervello delle direttive di partito che, appunto, debbono sostituire il cervello che appartiene oramai a un altro secolo…Naturalmente la terza narice non è una strettissima prerogativa delle sinistre: io credo che ce ne siano molte altre, distribuite un po’ in ogni dove: quanta gente ha la terza narice e non lo sa ancora? Le confesso che anch’io, alle volte, rileggendo quello che ho scritto e che purtroppo ho già stampato mi guardo perplesso nello specchio. Attenti dunque alla terza narice!”.
Vorrei suggerire la lettura del seguente componimento:

Il pirla

Prima di chiudere gli occhi
mi hai detto: pirla!
Una parola gergale, non traducibile,
da allora me la porto addosso
come un marchio che resiste alla pomice
Ci sono anche altri pirla nel mondo
ma come riconoscerli?
I pirla non sanno di esserlo
se pure ne fossero informati
tenterebbero di scollarsi
con le unghie quello stigma.

E. Montale

Ed oggi?

Irta la discesa

Spesso mi soffermo su ciò che è trascorso nel tempo e più e più si è fatto ed omesso. E so che non è poi così tanto. Si consuma ancora la cenere, con meno grida forse ma sempre la stessa birra. L’età e gli errori fatti o subiti ci rendono più silenziosi ma certo non meno bevitori.

Qui è il mio demone, mi coglie improvviso quasi ogni notte, celato dall’angolo di un sogno che inizia incubo e si consuma in idillio. Le città bruciano e gli uomini muoiono o peggio, dimenticano; ma il mio demone non si attarda mai sulla strada che lo porta a me.

Le poche cose che ho supposto conoscere nella mia vita, si sono rivelate d’altra fattura, sempre. Pure le fattezze di un viso angelico possono celare un inganno segreto ma non quelle del mio demone. Capisco ora che i tasti dolenti son spesso quelli che un tempo suonarono meglio.

Attesa

Così, tra una goccia di pioggia e un lampo di sole si sdipana l’inizio di primavera, nell’attesa del caldo estenuante che mena a gite amene, propongo un fugace ricordo di specchi alpini e nevai perenni, baciati da sguardi raminghi.

( Verso e al bivacco Regondi, 2598 slm sopra Ollomont )

Le poulet

Sveglia puntata alla 8:30. Domenica. Fuori della finestra zero anime. La pentola in ferro attende tranquilla. L’olio extravergine d’oliva si spande sulla superficie nera lucidandola poco a poco. Con un colpo sordo s’accende il gas, qualche minuto e i primi pezzi di pollastro si ritrovano a sfrigolare. Uno dopo l’altro. Prima dalla parte della spessa pelle poi direttamente sulla carne, 10/15 minuti ciascuno. Terminata l’operazione rosolatura, il grasso e l’olio residui sul fondo della pentola, abbandonano i fornelli per lo scarico. Senza condimento una parte di grasso della bestia fonde nel tegame, poco dopo sedano carota e cipolla iniziano a soffriggere. Dentro la carne, poi un bicchier di vino novello, una volta sfumato, dentro una scatola di pelati, rosmarino, prezzemolo, salvia e due cucchiai di olive taggiasche. Due ore e trenta ed il piatto è pronto.

Aspettando il termine della cottura non so come impiegare il tempo: metto a bollire mezzo Kg di patate rosse di Torgnon, dopo di che le passo stile puré, aggiungo 80 gr di burro, due rossi d’uovo, sale e noce moscata. Il composto nel sac à poche, beccuccio a stella: teglia da forno, carta da forno, forno duecento gradi, quindici minuti. Pomme duchesse. E buon appetito

La mattanza

12 mesi. 12 mesi d’attesa, ad imbeccarli di cereali sani e puri, questo ha fatto e fa ” il buon Petroz ” e poi… Per loro è la fine, senza soffrire. Io ci ho messo l’impegno nello smembramento ( praticamente perfetto ) e domani ci metterò la cura, nel cucinarlo. Pollo alla cacciatora, antica ricetta toscana… E scusate se è poco.