Vedi l’Istria per la prima volta e ti vien subito da pensare: peccato averla persa. Poi t’accorgi di come le coste siano ancora lineari, non intatte ma ben occupate e fai il paragone con gli ecomostri che popolano i litorali dell’italico paese e il secondo pensiero è: forse è andata bene così! In un’estate qui popolata di bombe d’acqua ( espressione orripilante ) e sparuti turisti qualche cielo azzurro è quasi in grado di farti tornar bambino, avesse fin benefici cromoterapeutici per il raggiungimento della felicità puerile.
La Stampa di oggi reca un pezzo insipido sul successo ottenuto dalla prima proiezione valdostana, aperta al pubblico, del film di Alessandro Stevanon intitolato America ed incentrato ( a quanto si evince dal trailer visionabile su youtube ) sulla figura del becchino di Aosta Pino America, al secolo Giuseppe Bertuna.
Io ero davanti al Cinemá de la Ville curioso di assaporare le delicate atmosfere che la regia di Stevanon sa creare e la luce magnifica della fotografia dei ragazzi dello Stopdown Studio. Guardandomi intorno però mi è subito balzato all’occhio lo stridente paradosso sociale che intorno a me si stava consumando: all’arrivo di Pino, la folla in attesa di entrare nel teatro scoppia in un caloroso applauso arricchito da fischi e qualche ” bravo!” di melodrammatica memoria. Ora, il paradosso citato non sta ovviamente negli applausi a Pino, meritati o no non sta a me giudicare, ma nelle mani che quei suddetti applausi stavano producendo, nei proprietari di quelle mani, mani di ” quelli che la notte non si può girare più ” per citare Frankie HI-NRG. Un sacco di facce da ” se questi non la smettono chiama la volante, caro.” Tanta gente mai vista in un solo bar, tanta gente antipaticamente borghese. Eccolo il nostro paradosso: l’emarginato, l’ubriacone, il pazzo, il molesto acclamato da chi tutti questi simpatici appellativi glie li ha regalati strada facendo.
Su una cosa ha ragione Davide Jaccod de La Stampa: ieri sera c’era il red carpet al de la Ville ma non era certo occupato dalla star della serata; a solcare il tappeto rosso era il pubblico compiaciuto di se stesso, il pubblico delle grandi occasioni, quello che non può mancare perchè altrimenti in ufficio è tagliato fuori dalla discussione.
C’era una volta America, quel Pino che un tempo non si sarebbe abbandonato alla vanità e sarebbe rimasto al Nazionale a bere, con me e gli altri, sproloquiando sulla pubblica amministrazione, i matrimoni che non durano e fantomatiche tardone attardatesi in discoteca. Il tempo trascorre su tutti e tutti ci rende più vulnerabili, ahimé.
Il compleanno di un amico è sempre un bel momento, se la festa poi la si fa nel suo studio, perché l’amico in questione è un gran pittore, allora tutto è molto più spazioso ed intrigante, uno spicchio di mondo lontano, un pezzetto di New York ricreato ad arte in un seminterrato! Location resa davvero pro dall’illuminazione che Rocco ha regalato al buon Passuello, cadeau davvero superbo. E noi, che il nostro programma era ” un saluto, non facciamo tardi ” siamo rincasati alle sei del mattino. Che dire, auguri Patrick e grazie!
Un paesaggio spesso può esser simile a se stesso eppure avere un fascino diverso in ogni sua rappresentazione. E’ il caso dei famosi colli bolognesi cantati da Cremonini in una canzone orecchiabile, seppure povera, di qualche annetto fa. Non ero mai stato nel mezzo dei detti colli e posso garantire che sono un luogo amato dalla primavera, come pochi altri. Linee, orizzonti, colori, nubi, sembra tutto lì pronto ad aspettare lo scatto, in posa come una bella donna che sa di esserlo e non se ne vergogna. Perché la bellezza è di tutti e forse dovremmo concentrarci più spesso su di lei e meno sulle storture di questo mondo bieco!
Nel territorio ricchissimo della provincia di Asti, a due passi da Torino e dalla sua frenesia di nuova metropoli, c’è ancora una campagna languida e ben curata dalle sapienti mani dell’uomo, in grado di indurre l’animo alla contemplazione. Il colore, il calore ed il profumo della primavera hanno accompagnato una domenica piacevolissima, allietata da una sosta in osteria ( fritto misto e Barbera ) e dalla visita all’abbazia di Vezzolano. Costruita intorno all’anno mille, fregiata d’una caratterizzante bicromia, è dimora di affreschi d’epoca medievale e d’una rarità architettonica, un pontile o jubé, d’epoca duecentesca, che divide la navata centrale in due raccontando, in un meraviglioso bassorilievo policromo, le storie della vergine e raffigurando i patriarchi. Visitabile è anche il chiostro, uno dei meglio conservati di tutto il Piemonte, dove è possibile osservare capitelli scolpiti d’ottima fattura ed un ciclo di affreschi risalenti al XIV° secolo; il tutto assolutamente GRATIS! W l’Italia!
Che idea meravigliosa. Inizio così, con una frase nominale di lontana memoria, quando a scuola si studiava la grammatica, l’analisi logica e del periodo, con in testa solo l’idea che fosse sabato; si mangia dalla nonna… Che idea meravigliosa poter entrare di nuovo in quel gusto pieno e mai troppo, avvolgente e nascosto ( come la cervella cachée sotto le mentite spoglie della bistecca impanata ma dal cuore ricco e cremoso ), carico di quel sentimento tutto piemontese, come lo era la mia nonna, del voler fare le cose bene, del voler cucinare bene, non tanto forse per amore degli ospiti o non solo: in primis per amore della cucina. E’ sì, perché come ci si nutre è una cosa seria, serissima, e lo sa evidentemente bene chi apre un ristorante fianco al più grande mercato ortofrutticolo d’Europa. Parliamo di un locale del quale si ritrovano tracce sin dalla fine del ‘500, un locale nel cuore della Torino romana, al centro del centro della Torino vera, vicino a Porta Pila, quella Porta Pila, quella che per Gipo l’era na gran festa! Gran festa, come i sapori che vi troverete a meditare, le consistenze ben giocate, i colori, le temperature perfette e una cantina che sa stupire per varietà e prezzi. Alle Tre Galline va decisamente il mio pollice in su, se non l’aveste capito!
P.S. Vi lascio immaginare il carrello dei formaggi…
In occasione dell’annuale giornata del FAI ( Fondo Ambiente Italiano ), mi son ritrovato a visitare il castello medievale che sorge nel comune di Manta, paesino della provincia cuneese a pochi chilometri dalla bella Saluzzo, dove le colline sono prealpi e lo vedi già che stanno per crescere, che non sono addomesticate come nell’astigiano o nel Roero. Il patrimonio paesaggistico, artistico, architettonico e culturale che possiede l’Italia è davvero sconfinato. Tra le sale del castello, passeggiando sopra pavimenti di finto marmo ( una sorta di resina premoderna assai affascinante ), con la testa rivolta all’insù per tentare di carpire ogni singolo dettaglio dei poderosi soffitti affrescati in stile cinquecentesco, l’occhio umano si perde tra un decoro floreale, un carro d’Apollo e una grotesque. Appartenuto alla gloriosa dinastia dei signori di Saluzzo della Manta, che toccò il suo massimo splendore nel secolo XV° sotto i marchesati di Ludovico I e Ludovico II, il castello è stato donato la FAI che ha affrontato ed affronta minuziosi e significativi lavori di restauro, restituendo così al pubblico un incanto che vale davvero la visita.