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Archivio mensile:agosto 2011

Esperimento riuscitissimo. Per il croccante: sminuzzate finemente della polenta già cotta ben ferma, mettete la poltiglia ottenuta tra due strati di carta da forno e appiattitela sottile con un mattarello, poi mantenendo la carta da forno friggete in olio non bollente fino a che la polenta non divenga croccante. Per il tuorlo d'uovo: ( procedimento dello Chef Cracco ), create un composto con 500 gr. di sale, 125 gr. di zucchero e 100 gr. di purea di fagioli borlotti, miscelate il tutto e disponete un poco della marinatura sul fondo di una tazza, eliminate tutto l'albume dal tuorlo e precipitate quest'ultimo sullo strato di composto nella tazza dopo di che ricoprite il tuorlo con la stessa soluzione ed attendete sei/sette ore, avendo cura di rigirare il tuorno a metà del tempo. Per il tonno al verde: mettete in una casseruola antiaderente una noce di burro e un filo d'olio e.v.o., fate sciogliere e aggiungete un cucchiaio raso di farina 00, tritate una bella manciata di prezzemolo e tuffatelo in padella lasciandolo cuocere circa 30 minuti bagnando con acqua, verso fine cottura aggiungere della ventresca di tonno sott'olio precedentemente sminuzzata. Impiattare a piacere con due/tre cipolline sott'aceto per sgrassare la bocca una volta consumata questa leccornia. Bon apetit!

Senz'ombra di dubbio alcuno, la più antica forma di cucina utilizzata dall'uomo: del fuoco e della carne. La semplicità assoluta, quella apprezzata dai re di tutte le epoche, il pollo arrosto, che sulla tavola di Luis XVI veniva servito à la volée ovvero fatto a pezzi da un cameriere esperto che lasciava cadere nel piatto, dall'alto, il pezzo del pollo richiesto dal commensale. La stessa tavola che veniva imbandita da cuochi esperti che, dopo varie decapitazioni e la conseguente perdita dell'impiego a corte, subirono una fortunata diaspora culinaria che li portò ad impossessarsi delle sudice locande plebee per farne dei Restaurant indirizzati alla nuova, ricca e intelligente borghesia gourmet, inventando così il concetto di cucina moderna. Nella cottura arrosto la fanno da padrona: il tempo, gli odori dell'orto, i grassi nobili della bestia elevata a pasto e, fuori di dubbio, la materia prima, nel caso specifico il pollo: ruspante, nutrito a cereali e di quasi quattro chili. Dalle otto alle tredici, una cassa di legno di ciliegio, un girarrosto ( elettrico per carità, siamo contro la schiavitù ) ed il risultato è visibile sopra queste poche righe.  Abbinato al polletto un Refosco dal peduncolo rosso, colli orientali del Friuli, ben strutturato con la giusta barrique. Una sola parola resta da dire: acquolina.

Durante il rigido inverno del 1782, sul far della sera, mentre la neve cadeva copiosa a ricoprire i fitti boschi della valle d’Ayas, un montanaro di Champoluc di nome  Matteo Brunod detto   “Lo Rey“ ( il re ), per via della sua possente forza e stazza fisica, si mise in cammino per raggiungere il villaggio di Saint-Jaques, marciando faticosamente per via dell’ abbondante nevicata che aveva reso impraticabili i sentieri. Improvvisamente, da dietro  un albero sbucò, sbarrandogli la strada, un gigantesco orso bruno. L’animale, affamato e inferocito dall’inverno, giacché le bestie non son mai cattive per volere loro, sollevatosi sulle due zampe posteriori, forti come querce secolari, si scagliò con furia addosso al povero montanaro, sferrando un morso micidiale.  Lo Rey, senza lasciarsi intimorire dall’attacco dell’animale, con un fulmineo movimento del collo schivò il suo attacco e afferrò con le sue mani vigorose il collo della belva incominciando a stringere, con forza inimmaginabile, per soffocarla. Dopo alcuni minuti di lotta feroce per la sopravvivenza, nella foresta ripiombò il profondo silenzio portato con sé dalla neve. Brunod aveva vinto la battaglia.   Una delle tante e belle “contes“ valdostane, a far da cornice alle intriganti realizzazioni di un artista del legno ( o sarto di legni esausti, come lui stesso ama definirsi ) tra i più innovativi della scena valdostana: il suo nome è Roberto “Bobo” Pernettaz. Nelle foto alcuni esempi dei sapienti intarsi lignei dell’artista che, con giochi d’ombra e di profondità, sembrano balzare fuori dai loro supporti, talvolta legnosi, talaltra ferrosi ed arrugginiti. Il senso profondo di tutte queste opere è, credo, insito proprio nella ruggine ed in quello che essa rappresenta di più profondo, il suo senso di vecchiezza e disuso. L’opera di Bobo è salvifica perché in grado di dare nuova e più nobile vita a materiali che altrimenti sarebbero da stufa o discarica. Intendendola in senso ancora più moderno, l’arte di questo sarto così speciale, può essere definita, con un termine oggi tanto di moda: Bio. Le opere fotografate sono alcune di quelle che, giusto sabato scorso, erano in esposizione, al banco dello scultore, durante la quarantatreesima Foire d’été ( alla quale è dedicato il post precedente questo ). [gallery link="file" columns="4"]

Si dovrebbe essere dei bugiardi, sapendo bene a cosa si vada in contro, per dire che la quarantatreesima fiera estiva di Sant'Orso sia stata, per dirla con de André, una " tonnara di passanti ", complice forse, più della crisi, il tempo troppo incerto, per tutta questa brevissima estate  ( saggezza popolare recita che il tempo non volle mai sposarsi, per poter far sempre ciò che desidera ), la calca non c'è stata e credo sia stato un bene. Il fascino della manifestazione, più turistica in verità che tradizionale, non è certo quello della sorella maggiore Fiera, con F maiuscola, invernale ma devo dire che, grazie anche al sempre più alto livello di preparazione degli espositori, questa fierina mi è piaciuta. Vedremo che succederà l'anno venturo, forse l'amministrazione riuscirà a dismettere, una volta per sempre, quell'orrendo capannone fieristico che, per la metà dell'anno, stupra la neoclassica e così bella piazza Chanoux. [gallery link="file" columns="4"]

Così, siam sempre dritti come cipressi. Cosa ci divida da loro non so. Forse i nostri morti, che son troppi, che sono veramente troppi. Cipressi diritti come cazzi eccitati, che non dimostrano nulla, nulla che già non sapessimo. E abbiamo troppi numeri di telefono che non rispondono e quelli che rispondono sempre, son troppo lontani. Finiamo bottiglie per dimenticare e damigiane per ricordare storie che già sappiamo, sempre diverse.

Strofiniamo ricordi con onde che vagabondano nelle nostre serate alcoliche, essi emergono, da mari inesplorati da tempo e ci prendono a schiaffi, non abbiamo più disegni da mostrare a nessuno. A nessuno che se ne interessi, siamo adulti, non artisti. La più grande soddisfazione sono i complimenti per il carpione, da una donna che ne ha fatti per quarant’anni, come fossero acqua santa. L’acqua, lo abbiamo imparato, non è mai dolce, la fiele, il vino, sì… ed esso ci strega per tutta la vita, ci cattura e ci guarda votarci ad esso. Tutto è come se ci frustassero continuamente la schiena, continuamente non si accorgessero di noi, continuamente pensassero che siamo inutili, meno utili di altri. L’alluvione colpisce tutti, fracassa le case e gli animi, fracassa le storie  porta la morte nella vita, troppa morte nella vita. Perdere tempo non si può. Perdere tempo non è il nostro mestiere, noi siamo divoratori, onnivori, tutto affoghiamo senza pensare cosa possa servire; nessuno torna con una lacrima in più. E i panni chi li guarda, nessuno sa dire come sarebbero se fossero puliti, nessuno ricorda nulla di un tempo. E noi beviamo, ci scusiamo con noi stessi e andiamo avanti, qualcosa ci spinge, qualcosa ci vuole più in là di dove siamo, qualcosa ci ama…più di nostra madre. Le candele si consumano, per qualcuno troppo in fretta, per qualcun altro più in fretta ancora. E quindi accompagnami ancora per le vie bagnate di pioggia e tienimi quando nella pozzanghera mi getto, aiutami ad uscirne senza ferite, aiutami a tornare vivo e vegeto dal nulla, scuotimi.

Svegliami dai miei affetti, fammi solo, in un istante, così che possa capire la mia fortuna, il mio tesoro. Liberami dal pensiero e affogami nella gioia per un secondo. Tornerò cambiato, nuovo. Ma forse non potrò dirlo, a nessuno. Amen

Un miracolo. Solo questo, un miracolo. Il colore si posa sul legno grezzo, trattato a gesso, delinea un volto, una danza, un gesto, una fanciulla attraente, un giovane baldo, la locanda, la serata perfetta… e se annusi come si deve c’è anche l’odore del vino. Divino.

( Piccola digressione: il vino modifica le sue doti sensoriali grazie, potremmo dire, a delle particolari affinità elettive ovvero, formulando un’equazione direttamente proporzionale, più è buona e divertente la compagnia, migliore saranno il profumo ed il gusto del vino. )

Per molti l’odore del vino è una culla; il gusto, una stanza dove sostare, un pensatoio dove trovare ispirazione, un osservatorio da dove controllare il moto del mondo,  un metro per calcolarne le distanze, una pellicola dove catturarne delle istantanee da rielaborare per tentare di capire.

I colori di questo ballo, così sfumati ed allegri, sanno di barbera d’un tempo, quella dalla puntina acida e il fondo nella bordolese, quella di quando saltare l’ultimo filtraggio non era una moda per milanesi né un vezzo da enologi ma il semplice modo di risparmiare vino per berne di più, perché il vino è fatica tanto quanto gioia e così dovrebbe essere sempre.

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