Intorno ad un quadro di Giulio Schiavon

Un miracolo. Solo questo, un miracolo. Il colore si posa sul legno grezzo, trattato a gesso, delinea un volto, una danza, un gesto, una fanciulla attraente, un giovane baldo, la locanda, la serata perfetta… e se annusi come si deve c’è anche l’odore del vino. Divino.

( Piccola digressione: il vino modifica le sue doti sensoriali grazie, potremmo dire, a delle particolari affinità elettive ovvero, formulando un’equazione direttamente proporzionale, più è buona e divertente la compagnia, migliore saranno il profumo ed il gusto del vino. )

Per molti l’odore del vino è una culla; il gusto, una stanza dove sostare, un pensatoio dove trovare ispirazione, un osservatorio da dove controllare il moto del mondo,  un metro per calcolarne le distanze, una pellicola dove catturarne delle istantanee da rielaborare per tentare di capire.

I colori di questo ballo, così sfumati ed allegri, sanno di barbera d’un tempo, quella dalla puntina acida e il fondo nella bordolese, quella di quando saltare l’ultimo filtraggio non era una moda per milanesi né un vezzo da enologi ma il semplice modo di risparmiare vino per berne di più, perché il vino è fatica tanto quanto gioia e così dovrebbe essere sempre.

M’ama, non m’ama… MaMa, MaMa, MaMa

Eccolo. Il Ristorante dove anche ciò che resta nel piatto, dopo mangiato, è opera d’arte. Il MaMa, acronimo di MarcoMaurizio, nome dei due giovani proprietari che, giusto un anno fa, hanno deciso ( e di questo li ringrazio personalmente ) di avventurarsi in un’esperienza credo esaltante tanto per loro quanto per le mie papille gustative, è un ristorante di cucina prettamente orientale: pesce crudo affidabilissimo, riso lavato e cotto alla perfezione, salse, intingoli e ricette segrete di maestri sushi giapponesi trapiantati negli States. Ingresso accogliente, carta da parati che sembra la macro di un dettaglio del Gabinetto delle lacche cinesi del magnifico Juvarra; parquet inchiodato e sonante in terra, lavabo spazioso e ben illuminato e mise en place all’occidentale che strizza l’occhio al sol levante. Ma l’unica cosa che conta qui, una volta messe le gambe sotto il tavolo, è il Gusto. Particolare, complesso, da scomporre, da conservare in bocca a lungo ed altrettanto a lungo elaborare con la mente; per questo consiglio due pezzi almeno d’ogni singola pietanza: uno per l’appetito e l’altro per il piacere. Non ve ne pentirete.

Goccia a goccia

 

La pazienza, si sa, è la virtù dei forti. Chi sa attendere, si dice, avrà belle sorprese… Ma non basta solamente attendere, necessario, se si vuole raggiungere l’obiettivo, è perseverare. Dicevano i latini ( non tutti, ovvio, quelli di cultura ): Gutta cavat lapidem, non vi, sed saepe cadendo. Goccia a goccia si può svuotare, o riempire, un mare!

AlbA

Sempre alla rincorsa di quello sbocco

lavorativo, non si finirà poi tutti

in un conato distruttivo,

per l’anima?

Le pareti del mondo sono troppe,

troppo intricate; non c’è filo che tenga,

se non col piombo, e dove porta

i muratori incalzano.

( Possiamo, talvolta, fermarci ad osservare ciò che è, per sua propria natura, Immobile. E dalla sua osservazione trarne numerosi vantaggi. La Becca è immensa, nell’alba come nel tramonto. Chi è immobile si muove realmente nel tempo. )

Il pezzo da 90

Pochi sapranno credo, che l’espressione ” pezzo da 90 ” ( che sta ad indicare il migliore, il più alto in grado, quello di maggior importanza ) è, in realtà, derivata dal teatrino dei Pupi siciliani, che narrano le vicende di Orlando e del feroce Saladino, questi Pupi sono in media alti settanta centimetri ma crescono, sino a raggiungere i novanta, se raffigurano un personaggio importante, come Orlando appunto. Ebbene, l’entrecôte, in questo caso di bovino proveniente dal macello T. Boer olandese ( fornitore ufficiale della casa reale ), è il pezzo da novanta dei tagli a ” bistecca “, il pezzo da intenditore, tenero quasi come un filetto ma saporito come una delle migliori vacche valdostane. Sopra lo vedete nella sua veste più semplice, scottato in padella tre minuti per parte, insaporito con burro e sale a fine cottura, lasciato riposare. La patatina novella, bollita, rosolata poi in burro e rosmarino è la degna accompagnatrice di questo taglio di carne che vi lascerà entusiasti.


Eiapopeia, ninna nanna di carta

Chi conosce l’opera di Klee lo sa, la realtà nei suoi quadri è rarefatta, filtrata come da un colino a maglie strettissime che lascia colare solo alcune visioni, sgocciolare solo segno e colore. La realtà nei quadri di Klee è rarefatta e lo stesso si può dire dei quadri dell’artista bernese esposti all’infausta ninna nanna regionale del museo archeologico. Il nome sul cartellone pubblicitario però risulta chiarissimo: Paul Klee, peccato che manchi una fondamentale precisazione ovvero l’opera su carta. Forse può essere che noi italiani siamo un poco fissati con le differenze tra carta e tela, olio e guache, cartapesta e marmo ma, e il mercato mi è testimone, se l’opera è su carta non voglio dire che valga di meno ( anche se è proprio così ) ma sicuramente è meno stimata. Ora se su un cartello di cinque metri per tre scrivi PAUL KLEE e poi in mostra trovi schizzi, bozze, bozzetti neanche di primissima scelta beh, lo spettatore pagante, che ama l’artista e magari ha fatto dei chilometri sperando di potersi immergere in capolavori assoluti del cromatismo più evoluto come la scena di lotta dall’opera comico-fantastica ” Il marinaio ” o Armonia di rettangoli in rosso, giallo, blu, bianco e nero o ancora Ad Parnassum ecc. ecc. come dicevo, lo spettatore pagante potrebbe anche infastidirsi. Io personalmente, passatemi l’eufemismo, m’incazzerei come una bestia. E pensare che di opere su carta il musicista pittore ne ha prodotte molte, alcune di eccezionale qualità ( penso a Davanti alle porte di Kairuan, Case rosse e gialle a Tunisi, Giardino di rose ecc. )… e che dire della serie di stupende, impareggiabili, oniriche acqueforti su zinco dei primi anni del ‘900, quando l’artista ancora ondivagava tra musica e pittura indeciso, completamente assenti in mostra? Meglio non dire nulla. Comunque, mi si dirà che non ho saputo intendere la ricerca effettuata dai curatori per portare a galla un lato poco conosciuto dell’artista ma fatto sta, ed è, che gira che ti rigira ad Aosta non si riesce mai a portare a galla qualcosa che porti gente e che, soprattutto, la gente, la lasci soddisfatta.

Tartare di filetto battuta a coltello, vinegrette di Moutarde de Dijon alla salsa di soia

Può sembrare ovvio, la tartare fatta col filetto è un’altra cosa. Così non è. I bovini sono costituiti da innumerevoli parti e alcune di queste si prestano ad esser mangiate triturate, crude                ( ricordo ancora piacevolissimamente un centrale di bue battuto a coltello, il pranzo di Natale di qualche anno addietro ). No, un’altra cosa è battere la carne a coltello. Questo procedimento, lungo quanto fantastico nel risultato, è immensamente migliore dell’utilizzo del tritacarne. Elimina fondamentalmente, quella spiacevole sensazione di ovattamento tattile del palato. Io la mia tartare la condisco con: scalogno, cipollotto, cetriolini sott’aceto, prezzemolo, il tutto finamente tritato; un filo d’olio evo e sale grezzo della Camargue.

La vinegrette invece è composta da: un tuorlo d’uovo, senape di Digione del tipo Fine et Forte, olio evo e salsa di soia biologica                                         ( attenzione, non  ho scelto la soia bio perché bio ma per il suo gusto meno pungente e leggermente più sciocco ). Emulsionate tutti gli ingredienti per qualche minuto, finchè non saranno più visibili frammenti di senape e servitela, come tutte le salse, sempre a parte.

Nuova era

Eccola. Tanto attesa. Tanto agognata. L’antesignana delle reflex. La prima, in effetti. Otturatore a tendine di stoffa perfetto, anno 1959: qualità costruttiva nipponica. In un tempo dove tutto è digitale la nuova era è innegabilmente figlia del passato. Verrebbe da dire: l’analogico si imporrà, necessariamente. Ossimoro, la foto di sopra è digitale, scatto costruito in lightbox casalinga. Ma poco importa, la grazia espressa dalle forme della Nikon F Photomic è assoluta, dannunziana.Espressione sicura di innovazione, ricerca, design e stile, va ad arricchire di un fondamentale tassello l’attrezzatura necessaria a scrivere con la luce, seriamente. Evviva!