Un anno dopo

Oggi, primo di ottobre, è una data speciale: un anno fa la Catalunya proclamava la sua indipendenza dallo stato spagnolo ed entrava in un vortice discendente di nefandezze, aggressioni, arresti, esili e libertà negate. A distanza di un anno il popolo catalano non ha mutato la propria idea di autodeterminazione, non ha mai reagito violentemente alle provocazioni, ha saputo contenere la propria rabbia con la dignità degna di un popolo di avanzato civismo ed europeismo. La situazione in quelle terre superbe e rigogliose non è cambiata molto, ho potuto vedere e toccare con mano il lavoro instancabile degli attivisti, un lavoro inarrestabile, alimentato da un credo che poggia le proprie fondamenta su un’idea di libertà incrollabile ma, ahimè, molto distante dall’ordinamento politico mondiale che ci circonda. Lo stato-nazione non è la sola via per costruire un’Europa più solida e duratura. I popoli sono il sangue che scorre nelle vene di questo mondo umano, i popoli, non i confini o gli indici di borsa. Popoli come quello catalano mettono in evidenza il fatto che le idee possono concretizzarsi nella vita reale, possono farsi vita, partecipazione, condivisione. Il cammino intrapreso dai catalani è impervio e pieno di insidie ma sono convinto che si concluderà per il meglio. Visca la republica catalana!

Annunci

L’ours valdôtain

Lo squadernato amore che, ripetutamente, la Lega della Valle d’Aosta pronuncia nei confronti della valle stessa mi preoccupa. La ritrosia nell’utilizzo della lingua francese in Consiglio fa, se non altro, riflettere. Gli interventi della presidente Spelgatti a Pontida, la settimana scorsa, han fatto rizzare i peli sulle braccia ad ogni bravo valdostano. Non vorrei che finisse come la fiaba di La Fontaine sull’orso e il giardiniere: un giardiniere asceta, allontanatosi dalla civiltà a causa della stupidità degli uomini, un bel giorno incontra un orso, anch’esso che aveva deciso, essendo deforme e mostruoso, di dedicarsi ad una vita anacoretica. I due divengono amici; l’orso di giorno caccia e procura la selvaggina per il sostentamento di entrambi e quando il giardiniere riposa, premurosamente, l’orso, gli scaccia le mosche che vogliano posarsi sul suo viso. Un giorno, una mosca coraggiosa, non sembra volersi scalzare dal naso dell’uomo e l’orso infuriato riesce ad eliminarla brandendo una grossa pietra. Peccato che, insieme alla mosca, uccida anche il giardiniere, frantumandogli il cranio.

Gli scassapallari

( In dialetto siciliano i pallari erano quelle costruzioni di fortuna fatte di canne e frasche in cui i contadini di primo novecento, presi a mezzadria, si rifugiavano e vivevano. Per derivazione scassapallari erano definiti quei ladruncoli che derubavano di poco chi aveva nulla.)

In relazione al discorso migranti sento spesso obiettare, a chi si prenda la briga di accampare una loro difesa, con domande come:<< ma tu che parli tanto, che fai di concreto per aiutare questa gente? >> Allora, siccome sono un puntiglioso e non credo di avere la verità infusa, ci ho pensato seriamente e son giunto alla conclusione che questi obiettori hanno ragione: io concretamente non faccio nulla, per migliorare le condizioni di vita di queste persone. Penso altresì che non tutti possiamo far parte di Medici senza frontiere, essere volontari della Croce Rossa, imbarcarci su di una nave ONG e salpare in direzione delle coste libiche e via dicendo; tutti però possiamo tentare di trasformare le nostre idee, possiamo cercare di redimere il nostro spirito umano dalla paura. I grandi passi avanti nella conoscenza del sé, nell’antropologia, nell’etnologia ci hanno ormai spiegato che la paura è una costante atavica del pensiero umano, fu Sumner all’inizio del novecento a teorizzare l’etnocentrismo e cioè quel meccanismo che ci fa considerare il gruppo a cui apparteniamo come il centro di ogni cosa e ci fa valutare tutto il resto in funzione di questo. L’etnocentrismo però è solamente un ” luogo ” in cui le nostre idee si formano, non ha nulla a che vedere con il razzismo che è invece un risultato deviato della nostra struttura culturale, delle paure che ci vengono infuse dalla politica, dalla cattiva informazione. Per intenderci la diffidenza è un atteggiamento conservativo dell’essere umano, ci fa osservare con più attenzione un luogo sconosciuto, ci fa odorare un cibo prima di inghiottirlo, ci fa valutare attentamente una persona prima di darle la nostra amicizia. La paura invece è un sentimento che porta alla chiusura totale, che atterrisce il pensiero deviandone il flusso naturale verso sentieri senza uscita. Lo studioso Garman scriveva:<< forse il demonio non grida nelle tombe dei morti, ma all’orecchio dei vivi superstiziosi >>, lo scriveva in relazione al pericolo della peste nera del trecento ma può, questo pensiero, essere traslato nella nostra contemporaneità. All’epoca degli scassapallari l’emigrazione verso l’Italia era del tutto inesistente anzi era quello italiano un popolo di migranti, nonostante ciò i contadini, proletari, nullatenenti avevano timore di essere depredati di quel nulla in loro possesso, alla volte questo capitava ma non era all’ordine del giorno, come non lo è oggi. Eppure le nostre paure ci fanno scaricare sul diverso le frustrazioni più profonde dell’epoca che abbiamo da vivere. Ecco perché trasformare le nostre paure è un atto che richieda grande coraggio, dobbiamo, a tutti i costi, tentare di sottomettere alla nostra volontà, alla nostra intelligenza, al nostro discernimento più razionale quegli spettri che, offuscandoci la vista, ci fanno percepire con occhio agghiacciato il vivere che ci circonda. Ecco perché, sebbene sia vero che io non faccia nulla di concreto per difendere i Rom o per aiutare i migranti, credo che tutti possiamo fare qualcosa per migliorare la convivenza nei nostri territori: possiamo smettere di nascondere la testa sotto la sabbia fingendo che certe dichiarazioni di nostri politici siano dettate dal buonsenso e non invece dalla voglia di incutere timore e separare la popolazione preparando un conflitto tra chi ha poco e chi nulla.

La gioia dell’arrivo

Di solito cerco di tacermi, di non rispondere a commenti o affermazioni che mi fanno accapponare la pelle per la stupidità di contenuti e toni ma questa volta ho deciso di forzarmi perché ritengo sia giusto controbattere. Voglio parlare delle bieche reazioni che molti pusillanimi hanno avuto fronte alla visione di uno dei tanti video, in circolazione in rete, riguardanti lo sbarco di migranti dalla nave Aquarius giunta domenica 17 giugno nel porto della città di Valencia. In particolare modo di un filmato che ritrae principalmente donne sul ponte della nave che alla vista della costa valenciana in lontananza si mettono a ballare e cantare. “ Figurati se quelle quattro poveracce se la son passata male in crociera a spese mie “, questa la reazione, edulcorata, di gran parte dell’opinione pubblica. Io vorrei utilizzare una serie di similitudini sportive per mettere sotto una luce diversa quei comportamenti tanto gioviali. Sicuramente sarete grandi sportivi da divano, calciatori repressi dalle pantofole, maratoneti che nemmeno riescano a guardarli i 42 chilometri e 195 metri olimpici e si limitano a guardarne gli ultimi due ebbene, avrete notato che quando una squadra vince un titolo o un maratoneta si aggiudica una medaglia la stanchezza come d’incanto svanisce e lascia spazio a giri di pista, a piroette sotto la propria curva e via dicendo. Si chiama gioia, iniezione di fiducia, adrenalina. La stessa reazione pervade quei disperati che vedendo una costa sanno che un viaggio impervio, di settimane, forse di mesi si conclude. Non sanno cosa capiterà loro, di certo ad aspettar loro non ci saranno ricchi premi e cotillon ma più probabilmente CIE, SPRAR, interminabili attese burocratiche e forse, alla fine, l’espulsione, la ripartenza dal via eppure la gioia di poter abbandonare la paura per pochi istanti è incontenibile e li fa ballare, li rende liberi e vivi, finalmente. Il buonismo non è insito negli uomini e nelle donne che tutto ciò riescano a comprenderlo bensì in coloro i quali sono in grado di provare un briciolo di compassione nei confronti di un nero solo se lo vedono in TV mezzo morto di fame, con le mosche al naso, immobile con gli occhi fissi nel vuoto. Il buonismo è prerogativa di coloro che si sentono buoni perché hanno inviato un SMS a qualche campagna umanitaria pensando così di scaricarsi la coscienza aiutandoli a casa loro.

Anwar: ” gli scampati alla giustizia sono i poliziotti dell 1-0″

( nella foto Clara Ponsatí )

Propongo di seguito la traduzione di una intervista, apparsa su elnational.cat il 3 aprile 2018 a firma Nicolas Tomás, alla legale dell’ex Ministro del Governo catalano Clara Ponsatí, consegnatasi alla polizia scozzese il 25 marzo u.s., anch’essa accusata di ribellione e in esilio in Scozia dall’ottobre scorso. Rischia anche lei come Puigdemont e gli altri membri di governo 30 anni di carcere.

Aamer Anwar ( Liverpool, 1967 ), eletta miglior avvocato di Scozia del 2017, ha assunto con onore la difesa della consigliera Clara Ponsatí. È rettrice dell’università di Glasgow e internazionalmente riconosciuta per la sua lotta a favore dei diritti umani. È convinta di essere questa volta di fronte a una persecuzione politica e promette di lottare sino alla fine per impedire l’estradizione della consigliera in Spagna.

Il suo legame con la Catalunya non si limita al rapporto con la Ponsatí e per la difersa dei diritti di autodeterminazione. L’estate scorsa ha tenuto una conferenza all’università estiva di Barcellona. Il suo soggiorno a Barcellona è coinciso con gli attentati terroristici. Lei si trovava sulla Rambla e ” per dieci secondi ” è sopravvissuta. In quei giorni è rimasta orripilata dal trattamento dei mezzi di informazione spagnoli, che mettevano in tavola il processo indipendentista nel pieno del cordoglio per gli attentati.

Perché ha accetato il caso di Clara Ponsatí?

L’anno scorso sono venuta a Barcellona per una conferenza all’università riguardo alla lotta catalana. Le do supporto, perché credo che il popolo catalano abbia il diritto di decidere riguardo al suo destino. Ho osservato con orrore come la polizia ha attaccato brutalmente persone che semplicemente chiedevano di poter esercitare il loro diritto di voto. Quando Clara mi ha contattato perché la rappresentassi, le ho risposto che sarebbe stato un onore. È una disgrazia che nell’Europa moderna dei politici possano passare la vita in prigione semplicemente per aver promosso un referendum. Si potrebbe immaginare in un altro luogo ma non in Europa.

Sono ” scappati dalla giustizia “?

Questo non lo accetto. Il popolo ha diritto di decidere il suo destino, se dovranno essere indipendenti o no. L’hanno accusata di ribellione con violenza. L’unica violenza che molti di noi hanno visto è quella dei poliziotti spagnoli il giorno del referendum. Clara non può essere considerata responsabile di quella violenza. Quello che dovrebbe fare lo Stato è mettere sotto giudizio i poliziotti che hanno attaccato il popolo catalano. Se qualcuno è responsabile della violenza quello è lo Stato spagnolo. In ogni caso, gli scampati alla giustizia sono gli agenti di polizia che hanno attaccato indiscriminatamente gente pacifica che voleva votare.

Comunque accusano la Ponsatí e gli altri esiliati di fuggire dalla giustizia…

La domanda che bisognerebbe farsi è se ci sarà una qualsiasi sorta di giustizia per i politici catalani in Spagna. Non crediamo che la magistratura spagnola sia indipendente. Non crediamo che ad attendere Clara ci sia un giudizio giusto. Dando per scontato che la Spagna è un paese europeo e ha un sistema giuridico, quando si tratta però di catalogna questo sistema si incattivisce. Il governo catalano si trova in esilio o in prigione, e persone come Clara devono fare i conti con condanne fino a 35 anni. Per aver fatto cosa? Per aver promosso pacificamente un referendum. Questa non è né democrazie né giustizia.

Perchè crede che i tribunali spagnoli non possano garantire un giusto giudizio?

Ponsatí, Puigdemont, tutti i politici, la polizia e la magistratura già li hanno giudicati pubblicamente. Agli occhi della società spagnola, sono già stati dichiarati colpevoli. Ora non si possono inviare nei tribunali spagnoli perché abbiano un giusto giudizio. Per di più la magistratura spagnola è sistematicamente selezionata dal governo spagnolo, vi è molto legata. La propria indipendenza e imparzialità non possono essere garantite.

Secondo la sua opinione, ci sono prigionieri politici dello Stato spagnolo?

Sì. In questo momento i politici indipendentisti imprigionati lo sono. Sono d’accordo con quelle persone che sostengono che le azioni del governo spagnolo hanno ombre di franchismo. Il franchismo è tornato nelle strade della Catalogna e di Barcellona. Credo che stiano cercando di criminalizzare sistematicamente le aspirazioni indipendentiste.

E questa è un’eredità della dittatura?

Credo che ci siano molte somiglianze con il franchismo. Non penso che la Spagna abbia mai rotto definitivamente con esso. La memoria ancora resiste. E quando vedi agenti di polizia che attaccano persone che nemmeno stanno protestando ma che stanno votando… questo succedeva ai tempi di Franco, ora non dovrebbe succedere. Quando vedi persone che cantano inni franchisti facendo saluti fascisti e omaggiando il dittatore, è evidente che ci sia un problema. La Spagna è un paese nel cuore dell’Europa. Dopo la seconda guerra mondiale abbiamo detto “mai più” al fascismo. Ora per provocare il movimento indipendentista si sta tornando a tattiche franchiste.

La risposta del governo spagnolo sta mettendo in pericolo la democrazia?

Assolutamente. Non puoi chiamarla democrazia quando neghi i diritti di una parte della popolazione, quando questa non è uguale davanti alla legge. Se questi diritti non esistono per il popolo catalano ciò significa che in Spagna non c’è democrazia.

Comprende il silenzio di Londra?

Capisco il silenzio, perché Theresa May è preoccupata. Per questo motivo non ne parla, credo però che sia ipocrisia. Il suo governo ha dimostrato codardia utilizzando due pesi e due misure. Difende i diritti umani fuori dall’Europa, però quando succede in Spagna rimane in silenzio e dà sostegno al governo spagnolo. È grottesco. Sì immagini se tutto questo stesse succedendo in Russia. Si parlerebbe di sanzioni e di espulsioni di diplomatici. Il governo britannico è complice dei crimini del governo spagnolo.

Cosa pensa della risposta dell’Unione Europea?

È stata patetica e codarda. Una delle pietre miliari e della comunità europea è la convenzione europea dei diritti umani. L’Unione Europea ha sbagliato nell’ora di prendere decisioni contro la Spagna. Le avrebbe dovute prendere. Non ha importanza se sono a favore o contro l’indipendenza; avrebbero dovuto parlare chiaramente a proposito di ciò che si sta facendo al popolo catalano. Non siamo in Russia o in un paese africano parliamo dei nostri fratelli.

La comunità internazionale dovrebbe intervenire nel conflitto?

Potrebbe fare alcuni passi avanti, potrebbe approvare sanzioni economiche e politiche. Se vuole continuare nel Unione Europea, dovrebbero chiedere alla Spagna che obbedisca alla convenzione europea dei diritti umani e smetta di criminalizzare il governo catalano e i politici catalani. Non si può fomentare in questa maniera l’animo di tanta gente.

Cosa supporrebbe l’estradizione della sua cliente?

Faremo tutto il possibile perché ciò non succeda. È un processo molto lungo. Ci sono diverse possibilità di ricorso. Speriamo che nei prossimi mesi il governo spagnolo faccia un cambio di mentalità. O che perda le lezioni e arrivi gente nuova, più ragionevole, che abbia intenzione di negoziare. In democrazia si negozia, non si danno manganellate. Questo è fascismo.

È ottimista?

Sì, lo sono. Lotteremo fino alla fine per difenderla dall’ estradizione.

Perché la Ponsatí ha ricevuto questo supporto in Scozia?

Gli scozzesi sono passati attraverso il loro referendum. Perfino le persone che hanno votato contro ricordano bene che è stato un referendum Pacifico. Molta gente è rimasta impressionata vedendo una professoressa universitaria che potrebbe passare il resto della sua vita in prigione per aver fatto lo stesso. È rimasta anche orripilata dalle immagini del 1 ottobre. È per questo che tanta gente, non solo in Scozia, sta dando supporto al popolo catalano.

Anche la gente contro l’indipendenza scozzese?

Sì. Partendo dalla rettrice dell’università di Saint Andrews, Catherine Stihler, che è una eurodeputata laburista e contro l’indipendenza. Ha detto Che tutta la Scozia e tutta l’ Europa dovrebbero dare supporto al popolo catalano perché si tratta semplicemente di giustizia, umanità e libertà. Anche senza essere indipendentista sa che ciò che stanno facendo a Clara è sbagliato.

In questo momento, visto dal di fuori, è possibile una soluzione politica?

Non solo è impossibile, è l’unica possibile. Questo però implica che il governo spagnolo si deve sedere a negoziare. Non può continuare provocando la gente come ha fatto sino ad adesso. Se continuano così perderanno la battaglia contro il popolo catalano.

La situazione potrebbe precipitare

Dopo l’arresto del Presidente catalano esule in Belgio, Carles Puigdemont, i toni della diatriba Madrid – Barcellona si stanno inesorabilmente scaldando. Se, com’è immaginabile vista l’azione congiunta dei servizi segreti spagnoli e della Polizei tedesca che hanno portato alla cattura del Presidente, ci sarà l’estradizione tanto desiderata da Madrid la situazione potrebbe precipitare. Con nove persone in carcere, alcune da più di quattro mesi, sei esuli volontari, non contando il Presidente Puigdemont ora in stato di fermo, l’azione del governo di Madrid si fa sempre più repressiva e aggressiva nei confronti della classe politica indipendentista. L’Europa dimostra una volta di più i suoi limiti anche in materia di relazioni legali: com’è infatti possibile che un uomo su cui pende un mandato di cattura europeo, sostanzialmente per reati di opinione, possa tranquillamente vivere in Belgio, viaggiare in Scandinavia e attraversare l’Olanda senza che nulla gli venga contestato e poi arrivare in Germania e finire in manette?

I richiami alla pace e alla calma arrivano da tutte le parti politiche che sostengono l’indipendenza catalana, gli stessi incarcerati, dai loro account Twitter gestiti dai legali o dai collaboratori invitano la popolazione a non lasciarsi trascinare in atti di violenza ma un fuoco già cova nelle fila dei separatisti e l’arresto di Puigdemont potrebbe essere la benzina che lo farà divampare. Se il popolo catalano riuscisse ad ottenere l’indipendenza senza nessuno spargimento di sangue, senza nessun atto di violenza, sarebbe la prima volta nella storia dell’umanità; sarebbe la dimostrazione di un avanzatissimo civismo che io però oggi non scorgo, nel mondo che mi circonda. Temo che per i catalani si prospetti un periodo cupo.

Il grande zelo

Seneca, che non era un cretino ma forse un poco illuso sì, sosteneva che quod non vetat lex, hoc vetat fieri pudor ( ciò che non proibisce la legge, lo proibisce la vergogna ); ora, vivendo di grazia e fortuna in un paese democratico, ad ogni cittadino è consentito dire la propria sopra l’intero scibile umano, nulla lo vieta tranne appunto la vergogna, l’idea che frena la lingua nelle situazioni in cui ci sentiamo non in grado di introdurci in una discussione semplicemente perché non conosciamo l’argomento trattato; non c’è nulla di male a stare ad ascoltare le alterità che si esprimono, cercando magari di farci un’idea nostra. Il grande zelo è l’opposto di tutto ciò: la fregola adolescenziale che ti fa guardare tutto dall’alto e di sfuggita, che appiattisce il mondo facendoti pensare che solo tu abbia la risposta giusta.

A bocce tutt’altro che ferme ma comunque fredde, ho ripensato alle dichiarazioni rilasciate nella prima intervista della neo eletta deputata pentastellata valdostana che, come primo impegno nel suo mandato a Montecitorio si dedicherà alla modifica dello Statuto dell’Autonomia valdostana! Cara signora, lo Statuto dell’Autonomia è una legge costituzionale, promulgata il 26 febbraio 1948 ( per questo motivo abbiamo corso 26 febbraio in Aosta come in molte altre città della valle) e come tale non può essere modificato a piacere. Il grande zelo ci fa proferire castronerie protetti dall’aura di quelli che ” però si dà da fare “. Darsi da fare non è sintomatico di fare bene, bisogna mettere impegno, intelligenza e amore per ben riuscire in ciò che si intende fare, purtroppo spesso l’uomo non ha la forza, preferendo rimanere senza risposte come il ladro di pane di Henrie Gougaud: vinrent, dice il pane al ladro, les premiers jours d’été, l’armée ferrée des moissonneurs, l’inutilité des prières. Je fus lié, battu, broyé, reduit en poudre sous la meule, noyé, pétri, jeté au four, enfin tiré par mon bourreau hors des braises de cet enfer. C’est ainsi et pas autrement que je me suis fait nourrissant. È così che si diventa ” nutrienti ” per se stessi e per la società, con un processo lento e faticoso fatto di letture, di studio, di incontri, di immersioni nel sapere altrui, fatto di umiltà e di opportunità da cogliere. Diceva il de Sanctis che l’uomo si costruisce a strati, come la terra, io aggiungo che quando mancano degli strati gli edifici inevitabilmente crollano.