La situazione potrebbe precipitare

Dopo l’arresto del Presidente catalano esule in Belgio, Carles Puigdemont, i toni della diatriba Madrid – Barcellona si stanno inesorabilmente scaldando. Se, com’è immaginabile vista l’azione congiunta dei servizi segreti spagnoli e della Polizei tedesca che hanno portato alla cattura del Presidente, ci sarà l’estradizione tanto desiderata da Madrid la situazione potrebbe precipitare. Con nove persone in carcere, alcune da più di quattro mesi, sei esuli volontari, non contando il Presidente Puigdemont ora in stato di fermo, l’azione del governo di Madrid si fa sempre più repressiva e aggressiva nei confronti della classe politica indipendentista. L’Europa dimostra una volta di più i suoi limiti anche in materia di relazioni legali: com’è infatti possibile che un uomo su cui pende un mandato di cattura europeo, sostanzialmente per reati di opinione, possa tranquillamente vivere in Belgio, viaggiare in Scandinavia e attraversare l’Olanda senza che nulla gli venga contestato e poi arrivare in Germania e finire in manette?

I richiami alla pace e alla calma arrivano da tutte le parti politiche che sostengono l’indipendenza catalana, gli stessi incarcerati, dai loro account Twitter gestiti dai legali o dai collaboratori invitano la popolazione a non lasciarsi trascinare in atti di violenza ma un fuoco già cova nelle fila dei separatisti e l’arresto di Puigdemont potrebbe essere la benzina che lo farà divampare. Se il popolo catalano riuscisse ad ottenere l’indipendenza senza nessuno spargimento di sangue, senza nessun atto di violenza, sarebbe la prima volta nella storia dell’umanità; sarebbe la dimostrazione di un avanzatissimo civismo che io però oggi non scorgo, nel mondo che mi circonda. Temo che per i catalani si prospetti un periodo cupo.

Annunci

Il grande zelo

Seneca, che non era un cretino ma forse un poco illuso sì, sosteneva che quod non vetat lex, hoc vetat fieri pudor ( ciò che non proibisce la legge, lo proibisce la vergogna ); ora, vivendo di grazia e fortuna in un paese democratico, ad ogni cittadino è consentito dire la propria sopra l’intero scibile umano, nulla lo vieta tranne appunto la vergogna, l’idea che frena la lingua nelle situazioni in cui ci sentiamo non in grado di introdurci in una discussione semplicemente perché non conosciamo l’argomento trattato; non c’è nulla di male a stare ad ascoltare le alterità che si esprimono, cercando magari di farci un’idea nostra. Il grande zelo è l’opposto di tutto ciò: la fregola adolescenziale che ti fa guardare tutto dall’alto e di sfuggita, che appiattisce il mondo facendoti pensare che solo tu abbia la risposta giusta.

A bocce tutt’altro che ferme ma comunque fredde, ho ripensato alle dichiarazioni rilasciate nella prima intervista della neo eletta deputata pentastellata valdostana che, come primo impegno nel suo mandato a Montecitorio si dedicherà alla modifica dello Statuto dell’Autonomia valdostana! Cara signora, lo Statuto dell’Autonomia è una legge costituzionale, promulgata il 26 febbraio 1948 ( per questo motivo abbiamo corso 26 febbraio in Aosta come in molte altre città della valle) e come tale non può essere modificato a piacere. Il grande zelo ci fa proferire castronerie protetti dall’aura di quelli che ” però si dà da fare “. Darsi da fare non è sintomatico di fare bene, bisogna mettere impegno, intelligenza e amore per ben riuscire in ciò che si intende fare, purtroppo spesso l’uomo non ha la forza, preferendo rimanere senza risposte come il ladro di pane di Henrie Gougaud: vinrent, dice il pane al ladro, les premiers jours d’été, l’armée ferrée des moissonneurs, l’inutilité des prières. Je fus lié, battu, broyé, reduit en poudre sous la meule, noyé, pétri, jeté au four, enfin tiré par mon bourreau hors des braises de cet enfer. C’est ainsi et pas autrement que je me suis fait nourrissant. È così che si diventa ” nutrienti ” per se stessi e per la società, con un processo lento e faticoso fatto di letture, di studio, di incontri, di immersioni nel sapere altrui, fatto di umiltà e di opportunità da cogliere. Diceva il de Sanctis che l’uomo si costruisce a strati, come la terra, io aggiungo che quando mancano degli strati gli edifici inevitabilmente crollano.

Per meglio capire la questione catalana.

Sento e leggo, in questi giorni, una moltitudine di commenti superficiali e disinformati in relazione al tema dell’indipendenza catalana, con questo pezzo cerco di fare un po’ di chiarezza, a me in primis riguardo alla faccenda.

È chiaro credo a tutti che la questione dell’indipendentismo catalano non si limiti ad un capriccio di un popolo parlante una lingua propria, detentore di una gustosissima cucina propria e ricchissimo di usi e costumi secolari; beninteso le ragioni più profonde sono radicate nel tessuto sociale ma soprattutto economico della società civile ed imprenditoriale catalana. La battaglia, oggi come in passato, si combatte sui numeri quindi questi numeri vanno conosciuti. Partiamo da alcune considerazioni: lo stato spagnolo si è a lungo rifiutato di fornire informazioni sui bilanci regionali, nel 2008 alcuni dati sono venuti alla luce e si è così confermato che il deficit accumulato dallo stato catalano dal 1986 ammontava a più di duecento miliardi di euro. Bisogna sapere che in Spagna, unico stato dell’unione europea, esiste un ” fondo di solidarietà ” istituito virtualmente per aiutare le aree depresse della nazione; la Catalogna ha contribuito a questo fondo con circa l’8% del suo PIL annuo. La crisi del 2008 sommata a questa continua emorragia di tasse che escono e non rientrano hanno condizionato notevolmente e al ribasso l’economia dell’intera regione. Come se non bastasse entra in gioco anche il FLA ( Fondo di Liquidità dell’Autonomia ), in questo fondo dovrebbero essere reindirizzate le tasse spettanti ai governi autonomi di Spagna per la gestione dell’autonomia appunto ( in Catalogna sono autonome la scuola, la sanità ecc. ) ma qualcosa di strano avviene nei passaggi di bilancio dallo stato centrale alle autonomie periferiche, i soldi non arrivano tutti, le autonomie si vedono quindi costrette a chiedere del denaro in prestito per far funzionare la macchina sociale e i prestiti vengono erogati dallo stesso stato centrale che però ora guadagna degli interessi su detti prestiti. Credo che inizi ad essere più chiara la situazione ma vorrei comunque portare qualche altro esempio: partiamo dalla questione delle autostrade, si pagano 17,40 euro per fare i circa cento chilometri che dividono Tarragona da Alcanar, un tratto di autostrada che ad oggi è stato ammortizzato circa centosessanta volte ma che aumenta costantemente di prezzo perché la concessione alla società statale che lo gestisce è stata rinnovata ab æternum. Gli introiti di queste autostrade, eccessivamente care in territorio catalano, vanno a finanziare opere tanto mastodontiche quanto inutili come la AP41, l’autostrada Madrid-Toledo, arteria praticamente inutilizzata alla stregua della nostra BreBeMi, e che nei piani di Madrid dovrà essere continuata fino a Cordoba, passando per Ciudad Real. La costruzione di queste infrastrutture assolutamente sovradimensionate non ha nulla a che vedere con il miliardo e ottocento milioni di euro di espropri che si sono intascati i proprietari delle fincas a sud di Madrid, caso strano di proprietà dei più alti esponenti di oligarchia, industria e azienda pubblica di Spagna che hanno visto aumentare il valore dei loro terreni da 28€ al metro quadro a volte fino a 3161€ al metro quadro! ( La cartina pubblicata in alto da un’idea delle aziende proprietarie di quei territori. )

Ho citato in precedenza Ciudad Real e non è stato un caso giacché il governo centrale avrebbe in previsione di costruire un porto in questa località, il problema più annoso è che il mare dista circa quattrocento chilometri. Non è uno scherzo, lo stato spagnolo sta pensando di costruire a Ciudad Real il più grande terminal di container marittimi del sud Europa, nel quale si dovrebbe concentrare tutto l’afflusso dei porti di Barcellona, Valencia e dei porti portoghesi. C’è una motivazione ed è una motivazione sostanzialmente economica a questa follia infrastrutturale: cercare di boicottare il ” corridoio mediterraneo ” cioè quella linea di trasporto su treno ad alta velocità che dovrebbe collegare tutti i porti del mediterraneo all’Ungheria e all’Ucraina. È dal 1963 circa che in Europa si discute di questa via commerciale che ancora non è operativa, ci sarebbe da chiedersi il perché. Lo stato centrale cerca di deviare il percorso del ” corridoio Mediterraneo ” trasferendolo al centro del paese, per intenderci un ” corridoio centrale ” che andrebbe dall’Andalusia alla frontiera francese passando per l’interno della penisola iberica; si evince che questo progetto non intacca esclusivamente l’economia catalana bensì tutta l’economia costiera del Mediterraneo. L’intento non sottinteso di Madrid è sostanzialmente fare si che il ” corridoio centrale “, il ” corridoio Atlantico ” e il ” corridoio Mediterraneo ” confluiscano tutti nel centro della Spagna. Nella zona di Ciudad Real è stato costruito anche un aeroporto mai entrato in funzione, finanziato privatamente da Cassa Castilla-La Mancha; l’esborso si è rivelato talmete alto e fallimentare che la banca madrilena ha dovuto essere riscattata dal governo centrale, chiaramente con l’esborso di denaro pubblico. Ho portato alcuni esempi delle ingerenze anzi mi sentirei di usare il termine vessazioni che lo stato centralista e accentratore infligge alla Catalogna e ad altre comunità autonome della Spagna che non ho preso qui in considerazione.

Trascrivo di seguito una interessante intervista fatta dai giornalisti Pere Sánchez e Albert Pont a Ramón Cotarelo, nato a Madrid e professore emerito di scienze politiche e dell’amministrazione dell’università nazionale spagnola e dell’educazione a distanza. Una sorta di ” discorso sullo stato dell’unione ” pronunciato non da un politico ma da un accademico che può dare una visione generale piuttosto dettagliata e senza peli sulla lingua della situazione attuale.

Parla il prof. Ramón Cotarelo

Tutte le attività imprenditoriali spagnole girano intorno al potere politico […] e la Catalogna non è un’eccezione, la differenza è che le possibilità di espansione catalana non finiscono in un settore imprenditoriale corrotto che fa affari con l’oligarchia madrilena ma possiedono un potenziale di crescita che arriva da secoli precedenti e ciò che sembra ora è che l’antico scontro tra un nazionalismo catalano che spinge per l’indipendenza e una classe imprenditoriale impegnata negli intrallazzi con l’oligarchia centrale è stato vinto dalla tesi nazionalista e indipendentista. Parte importante della rappresentanza politica di quest’imprenditoria è diventata indipendentista e questo è ciò che sta dando l’impulso definitivo al movimento indipendentista.

Albert Pont: c’è la possibilità che si possa replicare ciò che sta succedendo in Catalogna anche in quei territori vicini in cui ci si sta accorgendo che fiscalmente si è molto maltrattati?

È parte della paura che ha l’oligarchia di Madrid. Qui stiamo parlando della Catalogna ma il contesto si allarga alle tre comunità che portano, in termini netti, la maggior parte degli introiti dello stato e per di più non fittiziamente, come Madrid, perché effettivamente a Madrid non c’è industria. Per il momento le altre due parti restano a guardare come va a finire per la Catalogna. Però se i catalani riescono a ottenere ciò che vogliono, immediatamente si svilupperà un movimento gregario molto forte che si andrà inquadrando come un movimento irredentista.

Pere Sánchez: come possono gli apparati statali affrontare una crisi tanto ampia, che non è solamente politica ?

Penso che non possano, non perché non vogliano ma perché non ne hanno i mezzi. L’ultima volta che lo stato spagnolo ha affrontato la Catalogna è stata durante la guerra civile; una parte importante della giustificazione della guerra civile è stata la Catalogna. Ci sono due fattori alla base dello scoppio della guerra civile: il fattore sociale e teorico della rivoluzione ( molto meno importante ) e la minaccia della separazione della Catalogna. Oggi le possibilità al servizio dello stato sono molto minori: possono continuare a pensare di bombardare Barcellona ogni cinquant’anni però non possono più farlo! Nella guerra del 1936-39 il contesto internazionale era favorevole ai fascisti, ora non è più così […] vedo la sinistra spagnola molto sconcertata […] il suo appoggio incondizionato al governo spagnolo, a questo governo, a questa destra nazional-cattolica, questo appoggio non credo che potrá mantenersi. Questa è una differenza alla quale deve sommarsi il fatto che alla fine si sono resi conto, da spagnoli, che la Catalogna fa sul serio!

A chi si è preso la briga di leggere fin qui voglio ancora dire una cosa rivolgendomi a coloro che sostengono che questo scatto indipendentista sia pilotato in tutto e per tutto dall’alta borghesia catalana: non è così. Conosco bene il popolo catalano, ho molti amici delle età più disparate, conosco il rammarico dei settant’enni nel non aver potuto apprendere a scrivere bene la propria lingua perché vietata nelle scuole dal franchismo e conosco anche la soddisfazione dei giovani che invece la loro lingua l’hanno potuta studiare ed apprendere in tutte le sue sfaccettature perché il modello scolastico catalano è inclusivo e bilingue, catalano-castigliano. È vero, non tutti i catalani saranno favorevoli all’indipendenza ma una grande maggioranza lo è, sente le proprie radici affondare in quella terra che dall’Alt Empordá al Tarragonès vibra ora tutta insieme e lotta contro la malversazione e la prepotenza di uno stato che nulla sa fare se non nascondersi dietro una corte costituzionale fasulla ed alla ragion di stato. Il 1789 ci insegna che le borghesie possono fomentare le rivoluzioni ma a combatterle e vincerle sono i popoli.

Bon cop de falç.

Assembramento di manifestanti davanti al Tribunale Superiore di Giustizia Catalano, ieri intorno alle 19:30. Foto B. Baqué

Davanti al ministero dell’economia catalano un folto assembramento di persone, non solo giovani o anarchici o disobbedienti ma padri con figli e nonni con nipoti, la signora Fina della rosticceria, il macellaio, il parrucchiere gridano ai Mossos d’Esquadra: voi dovete proteggerci! Lo gridano increduli del fatto che la polizia indipendente catalana stia facendo il gioco sporco per la Guardia Civil madrilegna che è nel palazzo intenta a terminare le perquisizioni, dopo aver arrestato Josep Maria Jové, uomo molto vicino al vicepresidente catalano e altre tredici persone. Intanto Madrid congela i fondi del governo catalano e sequestra dieci milioni di schede elettorali, che si sarebbero dovute usare in occasione dell’ 1-0 ( come dicono i manifesti pro referendum indipendentista ). Un popolo vuole consultarsi a proposito della propria indipendenza, libertà e autodeterminazione e questo, in un’Europa costruita con non pochi problemi alle fondamenta, non sa da fare. Il presidente catalano Carles Puigdemont arriva a dire che il suo governo è stato surclassato, estromesso dal governo centrale di Madrid. Nonostante i divieti e le proibizioni di continuare a pubblicizzare il referendum del primo ottobre, il governo catalano continua a far uscire spot in rete; l’ultimo recita: ti è stata data la capacità di scegliere, perché non farlo? Mentre nelle immagini scorre lentamente una ferrovia che procede verso un bivio. Comunque si voterà dichiara Puigdemont e questo solleva una domanda inquietante: come si comporterà Madrid il primo di ottobre, in questa Spagna che dagli atteggiamenti assomiglia tanto più alla Turchia di Erdogan che alla culla di Podemos? Gli scenari sono molteplici: dai controlli antidemocratici degli accessi ai seggi alla chiusura e al sequestro dei seggi stessi, al possibile arresto dei presidenti e degli operatori di seggio che stanno chiaramente svolgendo un’attività antispagnola, fino ad arrivare al possibile, anche se probabilmente isolato, uso della forza. Le escalation in questo tipo di situazioni di tensione ( quando un popolo intero è vessato e si sente calpestato da un potere lontano, visto come tirannico, accentratore e divoratore di PIL ) sono pericolose e assai poco rare. C’è un aspetto della lotta per l’indipendenza catalana che mi colpisce particolarmente, è il fatto che una buona parte degli indipendentisti non siano in verità catalani doc ma abbiano adottato questa terra meravigliosa scegliendola come loro casa e come tale sono determinati a difenderla. Questo è l’esempio provato di ciò che sosteneva Bruno Salvadori, personaggio forse un po’ troppo dimenticato, secondo cui essere nato in un luogo non significa necessariamente appartenere alla comunità etnica di tale luogo infatti ” l’etnia è una scelta, in quanto non è mai un atto passivo, al contrario, richiede uno sforzo, una lotta costante, con i mezzi di cui si dispone, per difenderla e soprattutto per proiettarla verso l’avvenire. ” È proprio l’avvenire qui ad essere incerto mentre l’Europa tace, dissimula, ammicca ma non dice e non può dire nulla forse perché ha paura o meglio, i poteri centrali hanno timore e tremore di questo vento indipendentista che ha iniziato a soffiare forte, come una tramontana che entra dal mare, dalla Catalogna verso gli altri stati. Io, dal canto mio, sogno un finale felice; un’Europa nuova o piuttosto vecchia come idea ma migliore, come quella descritta da illustri e cristallini pensatori del passato tra i quali Federico Chabod. Un’Europa viva e vivace, un’Europa dei popoli e non delle nazioni, un’Europa piena di confini linguistici e culturali da preservare e da contaminare allo stesso tempo. Vorrei essere con quei trecento che ieri sera intonavano Els Segadors davanti alla caserma della Guardia Civil in Travessera de Gracia, trecento come alle Termopili con il Leonida più forte di sempre: l’idea di unione e di giustizia e se necessario di un bon cop de falç!

Scripta manent


Ormai non si sta più passando il limite, siamo ben oltre l’umanamente assimilabile, molto ma molto distanti dalle quattro boiate che si possano sentire al bar, magari dopo qualche prosecco di troppo. Il commento dell’assessore Certan sui vaccini pubblicato l’otto giugno su Facebook è, come direbbe Antonio Conte, agghiacciante. Un intervento simile non è cultura ma non è neppure controcultura, non è nulla se non un vaniloquio complottista degno di incauti pentastellati di inizio legislatura. Il fatto che una donna di governo possa sentirsi in diritto di sproloquiare su un tema che oggi si vuole far apparire come spinoso ma che non lo è per nulla, come quello dei vaccini è, tralasciando l’inconsapevolezza, pericoloso. È di qualche giorno fa la, ahimè, nutrita manifestazione tenutasi in piazza Chanoux dagli ” antivaccinisti “, se mi passate il neologismo nauseabondo, in cui un folto gruppo di genitori e non, con tanto di maglietta gialla ( come la febbre ), si è riunito per far sentire la propria presenza nella società. Ecco, il problema sta proprio qui, nel fatto cioè che queste persone vivano e siano attivamente partecipi della società. Ora: io non ho nulla contro i bonzi, i Vivekananda, gli ayurvedici o i chakristi, ogni persona adulta e in grado di intendere e volere può vivere la propria vita come meglio creda, nel limite del senso che il termine libertà include ovvero, banalmente, che la libertà personale di ogni uomo termina dove inizia quella di ogni altro uomo. Ognuno è libero di fare le scelte che meglio creda si confacciano alla ricerca della felicità, in cui tutti siamo perennemente immersi, compreso l’abbandono della società stessa e delle regole che la contraddistinguono e caratterizzano ma ( ed è un ma fondamentale ) queste scelte possono essere prese solo una volta cresciuti, divenuti adulti e in grado di poter e voler esprimere la propria ribellione non solo per partito preso, non cioè adolescenzialmente. Gli infanti e i bambini devono restare esclusi da questo genere di presa di coscienza proprio perché essi una coscienza formata non l’hanno ancora. Non viviamo in uno stato nazista signora Certan, non c’è nessun dottor Mengele che studi o produca qualche particolare farmaco per il controllo mentale; molto più semplicemente viviamo in uno stato che, nonostante l’infinità di problematiche da risolvere, vuol bene ai suoi cittadini e cerca di proteggerli. Non si capisce bene inoltre cosa l’assessore voglia intendere quando dice: ” […] livello di ” sperimentazione ” … per la quale chi paga può scegliere, chi non ha i soldi no “, si spiegasse meglio per favore.

Iniziare quel post premettendo di non essere contro i vaccini, nè contro la scienza e poi portare a sostegno delle proprie sconcertanti ipotesi complottiste le parole di un massone teosofo da sempre neppure considerato proprio dalla scienza non le servirà granché ad avvalorare il Suo pensiero, oltre ad essere intellettualmente scorretto e un po’ paraculo. C’è un altro aspetto di questa brutta faccenda che mi perplime: la quantità incredibile di commenti favorevoli che il post dell’assessore ha ricevuto. Decine di ” grazie “, ” vada avanti così ” e via dicendo postati sicuramente anche, se non soprattutto, da genitori. Bene cari signori e signore dovete capire che prima dell’avvento dei vaccini si moriva molto facilmente, nei primi anni di vita e oggi non si muore quasi più; dovrebbe essere un concetto di semplice comprensione e assimilazione. È vero che ci sono medici che fanno proseliti sulla pericolosità delle vaccinazioni ma vi ricordo che vi furono medici che tacciarono di eresia il dottor Ignaz Semmelweis quando questi cercava di spiegar loro che se tanti neonati morivano di febbre puerperale era per via del fatto che gli ostetrici non si lavavano le mani. Aggiungo come nota del tutto personale che un Consiglio valle che si rispetti dovrebbe prendere dei seri provvedimenti, nei confronti di tali comportamenti almeno fin quando non verrà istituito il reato di apologia di fesseria!

Un maledetto incontro

Come è ormai consuetudine  da qualche anno, il giorno della liberazione, il 25 aprile, pubblico il mio racconto di resistenza. I personaggi non sono realmente esistiti e i fatti narrati non sono realmente accaduti ma verosimilmente sarebbero potuti accadere; perché non c’è cosa peggiore della guerra ed in essa non c’è guerra più sporca di quella definita ” civile “. Buon 25 aprile a tutti.
6 gennaio ’45
Fa un freddo che levati. Forse avrei dovuto starmene giù, al caldo, vicino al camino con Mariangela, che non vedevo da tanto. Son via già da più di sei me… Il tocco sulla spalla di Pinin secco, rapido e robusto sebbene silenzioso da parte del Gufo fece allungare, al partigiano che scriveva il suo diarietto, talmente tanto la gamba della e da sembrare un viticcio ben formato. Cito! Il Gufo indicava in direzione di Scurzolengo: qualcuno viene da di là, ho sentito calpestio. Statento! Pinin teneva stretto il novantuno, quattro chili di morte precisa nelle sue mani di abile cacciatore, la bocca di fuoco in direzione del niente: foglie marce, neve e terra gelata. Ad un tratto uno stivale, dietro un pino: Gufo, guarda non è lustro, è un dei nostri; dici? E se poi non è? Presa una pietra che aveva la forma di un elefante ma Pinin non se ne accorse, la lanciò verso la sinistra dello stivale; come cadde a terra bam! un colpo secco di carabina e il grido inconfondibile: bastard! Fafiuchè spara nen! E di là: chi siete, neri? Rossi? Baciapile? Che se siete baciapile vi sparo più che ai fascisti! Amici, amici, viva Lenin!                                                                    Saltati fuori dai loro rispettivi nascondigli i combattenti si scrutarono ben bene. Siete della Libera? Chiese il Gufo. Sì e voi? Della Tanaro. Tanaro? Mai sentita, rispose l’altro che ancora teneva il moschetto teso e il dito sul grilletto; Pinin lo guardava attentamente, dall’alto dei suoi quarantaquattro anni e un metro e novantatre di altezza e non riusciva a vedere niente altro che un ragazzetto smagrito, dal viso cianotico di chi non beve un buon brodo bollente di cappone da un po’; una barbetta ispida nerissima e incolta gli spuntava a chiazze sul viso, specialmente sul mento, sotto gli zigomi pronunciati e intorno al pomo d’Adamo che aveva dovuto rivelarsi da non molto tempo. Abbassa il fucile ragazzo, disse con la voce tenera d’un buon padre che vede il terrore negli occhi del figlio e cerca di placarlo, non ti faremo del male. Siamo in ricognizione, continuò Pinin, non hai mai sentito parlare della nostra brigata perché è stata annientata appena tre giorni dopo la sua formazione, vicino a Costigliole; quattordici dei sedici che eravamo sono caduti sotto il fuoco di una mitragliatrice crucca infrascata a difesa di una collina. Io mi chiamo Pinin e quello che vedi dietro di me si chiama Gufo. Da dietro un cespuglio di rose canine si udì una voce roca e profonda, a Pinin pareva fosse il cespuglio stesso a parlare, come ti insegna il prete che è scritto sulla Bibbia, sei tu Giulio? Disse la voce. Sì e tu chi sei? Sono Franco, del mulino! Tranquillo Souri, disse Franco uscendo dal suo nascondiglio, li conosco, sono amici, abbassa il fucile prima che ti facciano saltare la testa! Souri, topo in francese, era il nome di battaglia di quel ragazzetto magrolino, forse per via degli incisivi visibilmente sporgenti che lo facevano assomigliare più a una lontra che a un topo. Prima che sti due vecchi mi facciano la pelle ne deve passare di Tanaro sotto i ponti! Non sbagliarti, lo riprese Franco, hai davanti due dei migliori cacciatori dell’astigiano. Franco si fece più vicino a Pinin, col braccio destro teso verso il gigante, in segno di saluto. È bello vederti Giulio! Solo soprannomi, amico mio, te ne prego, la guerra ci è troppo vicina per essere noi stessi; a proposito, tu come ti fai chiamare? Tordo, fu la risposta. Con la polenta, come ti piaceva, rise Pinin. Venite, siamo accampati poco distante da qui, non abbiamo granché ma sempre meglio di nulla, siete ben accetti, sia tu che il Gufo.                                                                         I quattro si avviarono verso nord, raccolsero poco distante da lì altri due dell’avanguardia: Cero e l’Allegro. Appena Tordo fu vicino all’Allegro questi, con un sorriso sardonico che pareva avere tatuato a fuoco sulla faccia disse a voce bassa: non dovremmo continuare la perlustrazione? Tranquillo Allegro, i miei amici vengono da ovest, di là non c’è anima viva e se c’era ora non lo è più! Arrivarono al campo mezz’ora più tardi, pareva abbandonato. Dove sono i vostri compagni, chiese Pinin. C’era nell’aria un puzzo strano, un odore che non apparteneva al bosco e neppure agli uomini. Tordo si guardò intorno poi disse a Souri che andasse a vedere dov’erano gli altri. Prima che il ragazzo eseguisse l’ordine giunsero voci da est, voci non lontane. Andiamo! Qualcosa sta succedendo, disse Gufo imbracciando l’arma. Una decina di uomini stava intorno ad un albero, discutevano animatamente, si sbracciavano, da lontano sarebbero potuti sembrare i partecipanti ad un sabba. Tordo precedeva tutti i nuovi venuti e quando fu a una ventina di metri dalla chiassosa comitiva chiese, con voce tonante: che succede? Nessuno aveva ancora notato la ragazza, sulla ventina, vestita di stracci e legata stretta ad un pino. Un ragazzo si fece sotto a Tordo con fare baldanzoso e fiero dicendo: capo! Abbiamo beccato questa puttana che aiutava i fascisti, i neri li abbiamo fatti secchi ma lei ho creduto ti potesse interessare e l’ho portata qui. Bravo il Conte, ti sei meritato doppia razione di vino per sta sera! Vediamo… Ma prima che il mugnaio combattente potesse finire la frase un urlo zittì il bosco intero: Mariangela! Che cazzo fate, slegate subito quella ragazza, è mia figlia! Tordo bloccò di forza Pinin che stava correndo verso la poveraccia legata all’albero: fermo. Dobbiamo vederci chiaro. Conte! Vieni qui. Il ragazzo, che forse era così soprannominato per via di un fazzoletto di raso bianco legato intorno al collo, si avvicinò. Sei sicuro di quello che hai detto prima? Come fai a dire che è una spia? Le abbiamo trovato indosso delle carte con segnate le posizioni di altri gruppi, le stava consegnando a una squadra di fascisti. Abbiamo un grosso problema, disse Tordo guardando negli occhi Pinin che, nel frattempo, non aveva smesso di cercare d’avvicinarsi alla figliola legata e visibilmente infreddolita. Amico mio, disse Tordo rivolgendosi al gigante che era tenuto fermo da quattro persone, i delatori, le spie, gli amici dei fascisti, vanno fucilati. Tutti sono figli di qualcuno ma in tempo di guerra ognuno è solo figlio delle proprie scelte. Andiamo al campo, beviamoci sopra e domani decideremo. Organizzate un turno di guardia alla ragazza, che non fugga. Gufo era rimasto in disparte, non aveva proferito parola. Seguì il resto della comitiva verso il campo, due passi indietro a quelli che trascinavano il suo compagno Pinin. Bevvero vino regalato o confiscato in qualche cascina, un buon vino, rosso e pesante sulle palpebre e Tordo diceva, continuando a riempire il bicchiere di Pinin: bevi amico mio, che il vino è il sudore degli uomini! E Pinin beveva, per accontentarlo, cercando di sembrare sempre più stanco e ebbro. La notte si fece nera come il culo dei bottiglioni vuoti che giacevano in terra. Poco a poco il campo si addormentò. Pinin attese paziente quindi, quando gli parve che tutti fossero assopiti si alzò cercando di far meno rumore possibile, passando vicino a Gufo lo guardò e questi aprì gli occhi sostenendo lo sguardo di Pinin con un’occhiata di intesa. Si alzò. Sei sicuro di volerlo fare? Questa guerra sta finendo, disse Pinin, tra non molto non avrà più importanza chi ha parlato con chi, non posso lasciare che la fucilino, l’ ho abbandonata una volta, non lo rifarò. Allora io metto fuorigioco la guardia, proseguì Gufo,tu libera Mariangela e ce la filiamo da qui. Bene. La ragazza legata all’albero sembrava essere svenuta più che assopita; Gufo fece il giro da dietro e colse alle spalle l’uomo di guardia che dormiva della grossa, col calcio del fucile gli diede una grossa botta sulla nuca poi fece segno a Pinin che la via era libera. Mariangela! Mariangela! Mariangela! Quel nome pronunciato da un padre disperato sembrava un grido sommesso, taciuto; la ragazza pareva svegliarsi a fatica come si stesse riprendendo da un sonno causato dall’oppio. Pinin le sciolse le mani, che erano legate dietro all’albero con un corda di juta spessa e lurida, con un grosso coltellaccio da caccia; la giovane sembrò vacillare ma non cadde, nel frattempo Gufo si era avvicinato ai due dalla sinistra e osservava se ci fosse bisogno di aiuto poi si udì un rumore di foglie smosse, Gufo puntando il moschetto in direzione del campo disse a bassa voce: arriva qualcuno, fa in fretta. Pinin, che aveva visto Mariangela aprire gli occhi e riprendersi, le diede in mano il coltello e le disse di tagliare la corda che le teneva uniti i piedi mentre lui puntava il novantuno a difesa ma la ragazza, appena avuto il coltello nel palmo della destra, con un movimento fulmineo, si girò verso Gufo trafiggendogli la gola, con quella lama che aveva squartato decine di cinghiali, poi mosse la mano destra, che teneva salda il pugnale, in avanti e l’acciaio strappò la gola del combattente che si accasciò a terra in mezzo a rantoli e agli spruzzi caldi del suo stesso sangue. Pinin non fece a tempo a comprendere l’accaduto che si ritrovò la figlia sul petto, il pugnale appoggiato alla giacca logora giusto all’altezza del cuore, Mariangela lo teneva saldo, le mani sporche di terra e sangue ben serrate intorno all’impugnatura. Che fai? E mentre diceva queste parole Pinin scorse nello sguardo della figlia, appena illuminato da una fioca luna, un odio indicibile, un sentimento che l’uomo sa cogliere perfettamente ma che non sa spiegarsi. Pensi di venire qui e liberarmi, pensavi di liberare l’Italia ma da chi? Come? Non sei mai stato altro che un buono a nulla. La mamma l’hai ammazzata tu, con la tua indifferenza, con le tue stronzate. Il collegio, le bastonate gli abusi sono colpa tua. La mia famiglia è il Duce. Poco prima dell’alba un combattente della compagnia che veniva a rilevare il compagno dalla guardia si trovò davanti tre cadaveri e un pezzo di corda logoro e sozzo ai piedi dell’albero.

Discorso sopra una foto ” basura “

L’espressione umana ha tanti volti. Da quando, nel maggio del 1816, Joseph Niépce riuscì a produrre uno dei primi negativi, ad oggi, la fotografia ha percorso molta strada, non solo nella tecnica precipua, soprattutto nella produzione di soggetti sempre nuovi. La venuta al mondo di una tecnica straordinaria, capace di riprodurre fedelmente un’immagine istantanea, fissandola nei secoli a venire, ha cambiato l’universo della percezione dell’effimera vita umana: in meglio o in peggio non sta a me giudicare. Io so per certo però, che se la fotografia non avesse trasportato oltre l’idea di immagine, oggi non si farebbero lunghe code, fuori dei maggiori musei del mondo, per ammirare i capolavori impressionisti. Modigliani non avrebbe insistito tanto su quei colli diafani e distesi, su quegli occhi viralmente vacui e forse, Soutine non avrebbe ammorbato di olezzo putrescente la scala della sua abitazione. Il dilemma profondo investe la realtà: che cos’è reale? I ” mostri ” di cui si serve Joel Peter Witkin in quei teatri del grottesco e dell’assurdo, che solo lui sa comporre, riescono a raggiungere vette di estaticità che rasentano il sacro ( penso, ad esempio, a ” Gods of Earth and Heaven “, uno dei capolavori, capace di scardinare, con il perentorio puntiglio della visione infernale, secoli di storia dell’arte ), sanno essere reali ed artistici all’unisono, si accordano come un’orchestra navigata, con la visione del mondo che l’uomo contemporaneo dovrebbe avere. Eppure altro non sono che dei sali d’argento impressionati su di una carta fotosensibile, altro non sono che un’immagine, spiacevole o meno, razionalizzata o delirante, che può pararsi di fronte al nostro sguardo, spesso disattento, quasi sempre troppo rapidamente impressionabile. Il quieto vivere, il settario sentimento bigotto che offusca i nostri sguardi, volentieri ci fa prendere decisioni, riguardo al bello ed al brutto, troppo all’impronta: aver paura di un’immagine spaventosa è una reazione istintiva e giusta ma, bene sappiamo, che l’essere umano non è più, da molti millenni, puro istinto. Ahimè non siamo più – beata prole, a cui non sugge / pallida cura il petto – per dirla con Leopardi ovvero abbiamo coscienza di noi stessi e del nostro ferale destino. Questa coscienza, sviluppatasi in millenni di evoluzione, dovrebbe quantomeno farci comprendere che, dietro ad un’immagine, si possono celare molteplici significati e se tali significati ci disturbano così profondamente da non riuscire a trarne un insegnamento, che non sia esiziale per noi stessi e il nostro animo, allora è meglio non curarsene ma guardare e passare.