Bon cop de falç.

Assembramento di manifestanti davanti al Tribunale Superiore di Giustizia Catalano, ieri intorno alle 19:30. Foto B. Baqué

Davanti al ministero dell’economia catalano un folto assembramento di persone, non solo giovani o anarchici o disobbedienti ma padri con figli e nonni con nipoti, la signora Fina della rosticceria, il macellaio, il parrucchiere gridano ai Mossos d’Esquadra: voi dovete proteggerci! Lo gridano increduli del fatto che la polizia indipendente catalana stia facendo il gioco sporco per la Guardia Civil madrilegna che è nel palazzo intenta a terminare le perquisizioni, dopo aver arrestato Josep Maria Jové, uomo molto vicino al vicepresidente catalano e altre tredici persone. Intanto Madrid congela i fondi del governo catalano e sequestra dieci milioni di schede elettorali, che si sarebbero dovute usare in occasione dell’ 1-0 ( come dicono i manifesti pro referendum indipendentista ). Un popolo vuole consultarsi a proposito della propria indipendenza, libertà e autodeterminazione e questo, in un’Europa costruita con non pochi problemi alle fondamenta, non sa da fare. Il presidente catalano Carles Puigdemont arriva a dire che il suo governo è stato surclassato, estromesso dal governo centrale di Madrid. Nonostante i divieti e le proibizioni di continuare a pubblicizzare il referendum del primo ottobre, il governo catalano continua a far uscire spot in rete; l’ultimo recita: ti è stata data la capacità di scegliere, perché non farlo? Mentre nelle immagini scorre lentamente una ferrovia che procede verso un bivio. Comunque si voterà dichiara Puigdemont e questo solleva una domanda inquietante: come si comporterà Madrid il primo di ottobre, in questa Spagna che dagli atteggiamenti assomiglia tanto più alla Turchia di Erdogan che alla culla di Podemos? Gli scenari sono molteplici: dai controlli antidemocratici degli accessi ai seggi alla chiusura e al sequestro dei seggi stessi, al possibile arresto dei presidenti e degli operatori di seggio che stanno chiaramente svolgendo un’attività antispagnola, fino ad arrivare al possibile, anche se probabilmente isolato, uso della forza. Le escalation in questo tipo di situazioni di tensione ( quando un popolo intero è vessato e si sente calpestato da un potere lontano, visto come tirannico, accentratore e divoratore di PIL ) sono pericolose e assai poco rare. C’è un aspetto della lotta per l’indipendenza catalana che mi colpisce particolarmente, è il fatto che una buona parte degli indipendentisti non siano in verità catalani doc ma abbiano adottato questa terra meravigliosa scegliendola come loro casa e come tale sono determinati a difenderla. Questo è l’esempio provato di ciò che sosteneva Bruno Salvadori, personaggio forse un po’ troppo dimenticato, secondo cui essere nato in un luogo non significa necessariamente appartenere alla comunità etnica di tale luogo infatti ” l’etnia è una scelta, in quanto non è mai un atto passivo, al contrario, richiede uno sforzo, una lotta costante, con i mezzi di cui si dispone, per difenderla e soprattutto per proiettarla verso l’avvenire. ” È proprio l’avvenire qui ad essere incerto mentre l’Europa tace, dissimula, ammicca ma non dice e non può dire nulla forse perché ha paura o meglio, i poteri centrali hanno timore e tremore di questo vento indipendentista che ha iniziato a soffiare forte, come una tramontana che entra dal mare, dalla Catalogna verso gli altri stati. Io, dal canto mio, sogno un finale felice; un’Europa nuova o piuttosto vecchia come idea ma migliore, come quella descritta da illustri e cristallini pensatori del passato tra i quali Federico Chabod. Un’Europa viva e vivace, un’Europa dei popoli e non delle nazioni, un’Europa piena di confini linguistici e culturali da preservare e da contaminare allo stesso tempo. Vorrei essere con quei trecento che ieri sera intonavano Els Segadors davanti alla caserma della Guardia Civil in Travessera de Gracia, trecento come alle Termopili con il Leonida più forte di sempre: l’idea di unione e di giustizia e se necessario di un bon cop de falç!

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Scripta manent


Ormai non si sta più passando il limite, siamo ben oltre l’umanamente assimilabile, molto ma molto distanti dalle quattro boiate che si possano sentire al bar, magari dopo qualche prosecco di troppo. Il commento dell’assessore Certan sui vaccini pubblicato l’otto giugno su Facebook è, come direbbe Antonio Conte, agghiacciante. Un intervento simile non è cultura ma non è neppure controcultura, non è nulla se non un vaniloquio complottista degno di incauti pentastellati di inizio legislatura. Il fatto che una donna di governo possa sentirsi in diritto di sproloquiare su un tema che oggi si vuole far apparire come spinoso ma che non lo è per nulla, come quello dei vaccini è, tralasciando l’inconsapevolezza, pericoloso. È di qualche giorno fa la, ahimè, nutrita manifestazione tenutasi in piazza Chanoux dagli ” antivaccinisti “, se mi passate il neologismo nauseabondo, in cui un folto gruppo di genitori e non, con tanto di maglietta gialla ( come la febbre ), si è riunito per far sentire la propria presenza nella società. Ecco, il problema sta proprio qui, nel fatto cioè che queste persone vivano e siano attivamente partecipi della società. Ora: io non ho nulla contro i bonzi, i Vivekananda, gli ayurvedici o i chakristi, ogni persona adulta e in grado di intendere e volere può vivere la propria vita come meglio creda, nel limite del senso che il termine libertà include ovvero, banalmente, che la libertà personale di ogni uomo termina dove inizia quella di ogni altro uomo. Ognuno è libero di fare le scelte che meglio creda si confacciano alla ricerca della felicità, in cui tutti siamo perennemente immersi, compreso l’abbandono della società stessa e delle regole che la contraddistinguono e caratterizzano ma ( ed è un ma fondamentale ) queste scelte possono essere prese solo una volta cresciuti, divenuti adulti e in grado di poter e voler esprimere la propria ribellione non solo per partito preso, non cioè adolescenzialmente. Gli infanti e i bambini devono restare esclusi da questo genere di presa di coscienza proprio perché essi una coscienza formata non l’hanno ancora. Non viviamo in uno stato nazista signora Certan, non c’è nessun dottor Mengele che studi o produca qualche particolare farmaco per il controllo mentale; molto più semplicemente viviamo in uno stato che, nonostante l’infinità di problematiche da risolvere, vuol bene ai suoi cittadini e cerca di proteggerli. Non si capisce bene inoltre cosa l’assessore voglia intendere quando dice: ” […] livello di ” sperimentazione ” … per la quale chi paga può scegliere, chi non ha i soldi no “, si spiegasse meglio per favore.

Iniziare quel post premettendo di non essere contro i vaccini, nè contro la scienza e poi portare a sostegno delle proprie sconcertanti ipotesi complottiste le parole di un massone teosofo da sempre neppure considerato proprio dalla scienza non le servirà granché ad avvalorare il Suo pensiero, oltre ad essere intellettualmente scorretto e un po’ paraculo. C’è un altro aspetto di questa brutta faccenda che mi perplime: la quantità incredibile di commenti favorevoli che il post dell’assessore ha ricevuto. Decine di ” grazie “, ” vada avanti così ” e via dicendo postati sicuramente anche, se non soprattutto, da genitori. Bene cari signori e signore dovete capire che prima dell’avvento dei vaccini si moriva molto facilmente, nei primi anni di vita e oggi non si muore quasi più; dovrebbe essere un concetto di semplice comprensione e assimilazione. È vero che ci sono medici che fanno proseliti sulla pericolosità delle vaccinazioni ma vi ricordo che vi furono medici che tacciarono di eresia il dottor Ignaz Semmelweis quando questi cercava di spiegar loro che se tanti neonati morivano di febbre puerperale era per via del fatto che gli ostetrici non si lavavano le mani. Aggiungo come nota del tutto personale che un Consiglio valle che si rispetti dovrebbe prendere dei seri provvedimenti, nei confronti di tali comportamenti almeno fin quando non verrà istituito il reato di apologia di fesseria!

Un maledetto incontro

Come è ormai consuetudine  da qualche anno, il giorno della liberazione, il 25 aprile, pubblico il mio racconto di resistenza. I personaggi non sono realmente esistiti e i fatti narrati non sono realmente accaduti ma verosimilmente sarebbero potuti accadere; perché non c’è cosa peggiore della guerra ed in essa non c’è guerra più sporca di quella definita ” civile “. Buon 25 aprile a tutti.
6 gennaio ’45
Fa un freddo che levati. Forse avrei dovuto starmene giù, al caldo, vicino al camino con Mariangela, che non vedevo da tanto. Son via già da più di sei me… Il tocco sulla spalla di Pinin secco, rapido e robusto sebbene silenzioso da parte del Gufo fece allungare, al partigiano che scriveva il suo diarietto, talmente tanto la gamba della e da sembrare un viticcio ben formato. Cito! Il Gufo indicava in direzione di Scurzolengo: qualcuno viene da di là, ho sentito calpestio. Statento! Pinin teneva stretto il novantuno, quattro chili di morte precisa nelle sue mani di abile cacciatore, la bocca di fuoco in direzione del niente: foglie marce, neve e terra gelata. Ad un tratto uno stivale, dietro un pino: Gufo, guarda non è lustro, è un dei nostri; dici? E se poi non è? Presa una pietra che aveva la forma di un elefante ma Pinin non se ne accorse, la lanciò verso la sinistra dello stivale; come cadde a terra bam! un colpo secco di carabina e il grido inconfondibile: bastard! Fafiuchè spara nen! E di là: chi siete, neri? Rossi? Baciapile? Che se siete baciapile vi sparo più che ai fascisti! Amici, amici, viva Lenin!                                                                    Saltati fuori dai loro rispettivi nascondigli i combattenti si scrutarono ben bene. Siete della Libera? Chiese il Gufo. Sì e voi? Della Tanaro. Tanaro? Mai sentita, rispose l’altro che ancora teneva il moschetto teso e il dito sul grilletto; Pinin lo guardava attentamente, dall’alto dei suoi quarantaquattro anni e un metro e novantatre di altezza e non riusciva a vedere niente altro che un ragazzetto smagrito, dal viso cianotico di chi non beve un buon brodo bollente di cappone da un po’; una barbetta ispida nerissima e incolta gli spuntava a chiazze sul viso, specialmente sul mento, sotto gli zigomi pronunciati e intorno al pomo d’Adamo che aveva dovuto rivelarsi da non molto tempo. Abbassa il fucile ragazzo, disse con la voce tenera d’un buon padre che vede il terrore negli occhi del figlio e cerca di placarlo, non ti faremo del male. Siamo in ricognizione, continuò Pinin, non hai mai sentito parlare della nostra brigata perché è stata annientata appena tre giorni dopo la sua formazione, vicino a Costigliole; quattordici dei sedici che eravamo sono caduti sotto il fuoco di una mitragliatrice crucca infrascata a difesa di una collina. Io mi chiamo Pinin e quello che vedi dietro di me si chiama Gufo. Da dietro un cespuglio di rose canine si udì una voce roca e profonda, a Pinin pareva fosse il cespuglio stesso a parlare, come ti insegna il prete che è scritto sulla Bibbia, sei tu Giulio? Disse la voce. Sì e tu chi sei? Sono Franco, del mulino! Tranquillo Souri, disse Franco uscendo dal suo nascondiglio, li conosco, sono amici, abbassa il fucile prima che ti facciano saltare la testa! Souri, topo in francese, era il nome di battaglia di quel ragazzetto magrolino, forse per via degli incisivi visibilmente sporgenti che lo facevano assomigliare più a una lontra che a un topo. Prima che sti due vecchi mi facciano la pelle ne deve passare di Tanaro sotto i ponti! Non sbagliarti, lo riprese Franco, hai davanti due dei migliori cacciatori dell’astigiano. Franco si fece più vicino a Pinin, col braccio destro teso verso il gigante, in segno di saluto. È bello vederti Giulio! Solo soprannomi, amico mio, te ne prego, la guerra ci è troppo vicina per essere noi stessi; a proposito, tu come ti fai chiamare? Tordo, fu la risposta. Con la polenta, come ti piaceva, rise Pinin. Venite, siamo accampati poco distante da qui, non abbiamo granché ma sempre meglio di nulla, siete ben accetti, sia tu che il Gufo.                                                                         I quattro si avviarono verso nord, raccolsero poco distante da lì altri due dell’avanguardia: Cero e l’Allegro. Appena Tordo fu vicino all’Allegro questi, con un sorriso sardonico che pareva avere tatuato a fuoco sulla faccia disse a voce bassa: non dovremmo continuare la perlustrazione? Tranquillo Allegro, i miei amici vengono da ovest, di là non c’è anima viva e se c’era ora non lo è più! Arrivarono al campo mezz’ora più tardi, pareva abbandonato. Dove sono i vostri compagni, chiese Pinin. C’era nell’aria un puzzo strano, un odore che non apparteneva al bosco e neppure agli uomini. Tordo si guardò intorno poi disse a Souri che andasse a vedere dov’erano gli altri. Prima che il ragazzo eseguisse l’ordine giunsero voci da est, voci non lontane. Andiamo! Qualcosa sta succedendo, disse Gufo imbracciando l’arma. Una decina di uomini stava intorno ad un albero, discutevano animatamente, si sbracciavano, da lontano sarebbero potuti sembrare i partecipanti ad un sabba. Tordo precedeva tutti i nuovi venuti e quando fu a una ventina di metri dalla chiassosa comitiva chiese, con voce tonante: che succede? Nessuno aveva ancora notato la ragazza, sulla ventina, vestita di stracci e legata stretta ad un pino. Un ragazzo si fece sotto a Tordo con fare baldanzoso e fiero dicendo: capo! Abbiamo beccato questa puttana che aiutava i fascisti, i neri li abbiamo fatti secchi ma lei ho creduto ti potesse interessare e l’ho portata qui. Bravo il Conte, ti sei meritato doppia razione di vino per sta sera! Vediamo… Ma prima che il mugnaio combattente potesse finire la frase un urlo zittì il bosco intero: Mariangela! Che cazzo fate, slegate subito quella ragazza, è mia figlia! Tordo bloccò di forza Pinin che stava correndo verso la poveraccia legata all’albero: fermo. Dobbiamo vederci chiaro. Conte! Vieni qui. Il ragazzo, che forse era così soprannominato per via di un fazzoletto di raso bianco legato intorno al collo, si avvicinò. Sei sicuro di quello che hai detto prima? Come fai a dire che è una spia? Le abbiamo trovato indosso delle carte con segnate le posizioni di altri gruppi, le stava consegnando a una squadra di fascisti. Abbiamo un grosso problema, disse Tordo guardando negli occhi Pinin che, nel frattempo, non aveva smesso di cercare d’avvicinarsi alla figliola legata e visibilmente infreddolita. Amico mio, disse Tordo rivolgendosi al gigante che era tenuto fermo da quattro persone, i delatori, le spie, gli amici dei fascisti, vanno fucilati. Tutti sono figli di qualcuno ma in tempo di guerra ognuno è solo figlio delle proprie scelte. Andiamo al campo, beviamoci sopra e domani decideremo. Organizzate un turno di guardia alla ragazza, che non fugga. Gufo era rimasto in disparte, non aveva proferito parola. Seguì il resto della comitiva verso il campo, due passi indietro a quelli che trascinavano il suo compagno Pinin. Bevvero vino regalato o confiscato in qualche cascina, un buon vino, rosso e pesante sulle palpebre e Tordo diceva, continuando a riempire il bicchiere di Pinin: bevi amico mio, che il vino è il sudore degli uomini! E Pinin beveva, per accontentarlo, cercando di sembrare sempre più stanco e ebbro. La notte si fece nera come il culo dei bottiglioni vuoti che giacevano in terra. Poco a poco il campo si addormentò. Pinin attese paziente quindi, quando gli parve che tutti fossero assopiti si alzò cercando di far meno rumore possibile, passando vicino a Gufo lo guardò e questi aprì gli occhi sostenendo lo sguardo di Pinin con un’occhiata di intesa. Si alzò. Sei sicuro di volerlo fare? Questa guerra sta finendo, disse Pinin, tra non molto non avrà più importanza chi ha parlato con chi, non posso lasciare che la fucilino, l’ ho abbandonata una volta, non lo rifarò. Allora io metto fuorigioco la guardia, proseguì Gufo,tu libera Mariangela e ce la filiamo da qui. Bene. La ragazza legata all’albero sembrava essere svenuta più che assopita; Gufo fece il giro da dietro e colse alle spalle l’uomo di guardia che dormiva della grossa, col calcio del fucile gli diede una grossa botta sulla nuca poi fece segno a Pinin che la via era libera. Mariangela! Mariangela! Mariangela! Quel nome pronunciato da un padre disperato sembrava un grido sommesso, taciuto; la ragazza pareva svegliarsi a fatica come si stesse riprendendo da un sonno causato dall’oppio. Pinin le sciolse le mani, che erano legate dietro all’albero con un corda di juta spessa e lurida, con un grosso coltellaccio da caccia; la giovane sembrò vacillare ma non cadde, nel frattempo Gufo si era avvicinato ai due dalla sinistra e osservava se ci fosse bisogno di aiuto poi si udì un rumore di foglie smosse, Gufo puntando il moschetto in direzione del campo disse a bassa voce: arriva qualcuno, fa in fretta. Pinin, che aveva visto Mariangela aprire gli occhi e riprendersi, le diede in mano il coltello e le disse di tagliare la corda che le teneva uniti i piedi mentre lui puntava il novantuno a difesa ma la ragazza, appena avuto il coltello nel palmo della destra, con un movimento fulmineo, si girò verso Gufo trafiggendogli la gola, con quella lama che aveva squartato decine di cinghiali, poi mosse la mano destra, che teneva salda il pugnale, in avanti e l’acciaio strappò la gola del combattente che si accasciò a terra in mezzo a rantoli e agli spruzzi caldi del suo stesso sangue. Pinin non fece a tempo a comprendere l’accaduto che si ritrovò la figlia sul petto, il pugnale appoggiato alla giacca logora giusto all’altezza del cuore, Mariangela lo teneva saldo, le mani sporche di terra e sangue ben serrate intorno all’impugnatura. Che fai? E mentre diceva queste parole Pinin scorse nello sguardo della figlia, appena illuminato da una fioca luna, un odio indicibile, un sentimento che l’uomo sa cogliere perfettamente ma che non sa spiegarsi. Pensi di venire qui e liberarmi, pensavi di liberare l’Italia ma da chi? Come? Non sei mai stato altro che un buono a nulla. La mamma l’hai ammazzata tu, con la tua indifferenza, con le tue stronzate. Il collegio, le bastonate gli abusi sono colpa tua. La mia famiglia è il Duce. Poco prima dell’alba un combattente della compagnia che veniva a rilevare il compagno dalla guardia si trovò davanti tre cadaveri e un pezzo di corda logoro e sozzo ai piedi dell’albero.

Discorso sopra una foto ” basura “

L’espressione umana ha tanti volti. Da quando, nel maggio del 1816, Joseph Niépce riuscì a produrre uno dei primi negativi, ad oggi, la fotografia ha percorso molta strada, non solo nella tecnica precipua, soprattutto nella produzione di soggetti sempre nuovi. La venuta al mondo di una tecnica straordinaria, capace di riprodurre fedelmente un’immagine istantanea, fissandola nei secoli a venire, ha cambiato l’universo della percezione dell’effimera vita umana: in meglio o in peggio non sta a me giudicare. Io so per certo però, che se la fotografia non avesse trasportato oltre l’idea di immagine, oggi non si farebbero lunghe code, fuori dei maggiori musei del mondo, per ammirare i capolavori impressionisti. Modigliani non avrebbe insistito tanto su quei colli diafani e distesi, su quegli occhi viralmente vacui e forse, Soutine non avrebbe ammorbato di olezzo putrescente la scala della sua abitazione. Il dilemma profondo investe la realtà: che cos’è reale? I ” mostri ” di cui si serve Joel Peter Witkin in quei teatri del grottesco e dell’assurdo, che solo lui sa comporre, riescono a raggiungere vette di estaticità che rasentano il sacro ( penso, ad esempio, a ” Gods of Earth and Heaven “, uno dei capolavori, capace di scardinare, con il perentorio puntiglio della visione infernale, secoli di storia dell’arte ), sanno essere reali ed artistici all’unisono, si accordano come un’orchestra navigata, con la visione del mondo che l’uomo contemporaneo dovrebbe avere. Eppure altro non sono che dei sali d’argento impressionati su di una carta fotosensibile, altro non sono che un’immagine, spiacevole o meno, razionalizzata o delirante, che può pararsi di fronte al nostro sguardo, spesso disattento, quasi sempre troppo rapidamente impressionabile. Il quieto vivere, il settario sentimento bigotto che offusca i nostri sguardi, volentieri ci fa prendere decisioni, riguardo al bello ed al brutto, troppo all’impronta: aver paura di un’immagine spaventosa è una reazione istintiva e giusta ma, bene sappiamo, che l’essere umano non è più, da molti millenni, puro istinto. Ahimè non siamo più – beata prole, a cui non sugge / pallida cura il petto – per dirla con Leopardi ovvero abbiamo coscienza di noi stessi e del nostro ferale destino. Questa coscienza, sviluppatasi in millenni di evoluzione, dovrebbe quantomeno farci comprendere che, dietro ad un’immagine, si possono celare molteplici significati e se tali significati ci disturbano così profondamente da non riuscire a trarne un insegnamento, che non sia esiziale per noi stessi e il nostro animo, allora è meglio non curarsene ma guardare e passare.

La risposta non è nel vento

  
In un’epoca in cui i lettori veri si son quasi dileguati, lasciando spazio, quando va bene, a persone che spizzicano libri come fossero un pinzimonio di boria da sfoggiare, raccolto in una boutade mirabolante e spesso senza appigli, all’apericena del sabato, mi ha molto colpito la decisione dell’Accademia svedese, di assegnare l’annuale premio Nobel per la letteratura ad un ” menestrello “. La definizione non viene certo da me, l’ho accolta a malincuore questa mattina dalle pagine dei quotidiani nazionali; ora, sarà che nella nostra lingua i nomi che han desinenza in -ello- non son quasi mai forieri di buone speranze ( vedi l’uomo/volatile che, raggiunta una certa età, non trova il bisogno di caricarsi di schiaccianti responsabilità: il fringuello; vedi lo zimbello, altro volatile asservito all’arte venatoria, di rimando, uomo esposto al giuoco faceto di chi è gerarchicamente sopra di lui; vedi il santarello, vezzeggiativo d’una qualità in vero sconosciuta all’essere umano…), sarà che da onirico medievista ho sempre visto il ” menestrello ” come una figura di passaggio nella città prerinascimentale, una sorta di Vernacoliere dalla risata giustamente facile, sarà, sarà ma io non me lo spiego proprio questo premio, senza nulla togliere agli estimatori esterofili che per Bob Dylan impazziscono ancora oggi. Mi è capitato però di pensare come avrei reagito alla vittoria del Nobel da parte di un altro cantautore a cui sono molto legato: Fabrizio de André. Ci ho pensato a lungo e sono giunto alla conclusione che sarei stato comunque in disaccordo. Sì, comunque, come fui in disaccordo all’epoca dell’assegnazione del premio ad un illustre italiano, anch’egli apostrofato d’un epiteto simile: il giullare Fo, purtroppo recentemente morto, che venne scelto, forse, al posto del semi sconosciuto Luzi, in aria di Nobel da una ventina d’anni, all’epoca ( la poesia in testa al pezzo è proprio l’ultima composta dal poeta di Castello ). Perché sono convinto che la letteratura e la poesia abbiano il compito fondante di esaltare – la grazia del linguaggio in cui si trasmette il movimento stesso dell’essere – per citare Saint-John Perse. E questa grazia di linguaggio, per me, non necessita né di accordi né di chitarre. La risposta quindi non soffia nel vento ma è radicata profondamente nell’animo umano ed è quindi rimesso all’individuo lo sforzo necessario alla sua ricerca comunque vana. Mi trovo quindi qui a pormi, in relazione al nobel di Dylan, le medesime domande che un grande pensatore si poneva, quasi sessant’anni fa, proprio il giorno del ritiro del suo Nobel: Albert Camus: perché a me? Perché io, in un mondo in cui decine di scrittori e poeti sono ridotti al silenzio? Il coronamento della carriera di un cantante non si esplicita in un premio Nobel bensì negli ultra remunerativi stadi colmi di fans che a memoria cantano felici i sui ritornelli. Spero che il cospicuo premio in denaro che affianca il Nobel, il buon vecchio Dylan ( che rubò il suo cognome d’arte all’eccentrico Thomas, quello di E la morte non avrà più dominio, forse il solo poeta ad essere riuscito a riempire la piazze ) decida di devolverlo a qualche stanco, disilluso poeta, che possa così godere anch’egli della sola ed unica ricchezza che pare conti oggi: quella pecuniaria!

Lettera alla madre

Come di consueto pubblico un racconto in occasione della festa nazionale di liberazione del 25 aprile. Quest’anno, a parlarvi, non sarà una prosa bensì il simulacro di una lettera scritta da un giovane repubblichino alla madre. Spero non vogliate freintendere il mio intento che è ricordare, prima e più di tutto, che il 25 aprile è di tutti e nessuno può rivendicarne la proprietà. Il coraggio dei combattenti partigiani è fuori di dubbio ma non bisogna mai dimenticare che la storia la scrivono i vincitori e che dall’una e dall’altra parte della barricata, a comporre le fila di soldati ci sono solo e sempre esseri umani.

                                                                                                                                                                        Li 23 aprile 1945

Carissima Madre,
i tuoi dubbi su questa follia temo si stiano rivelando sinceri; ed io, che credetti tu fossi pazza devo ricredermi. Che potevo fare? Abiurare tutta la vita mia trascorsa sin qui? Forse avrei dovuto. In cuor mio dovevo conoscere il vero: che le madri hanno sempre ragione. Ora rivedo scorrere, come s’uno schermo di cinematografo, la mia infanzia da balilla: l’ordine, lo studio, gli allenamenti e quel mito di indissolubilità che piano piano mi ha forgiato l’anima e lo spirito. Madre, sono dilaniato. Qui a Gargnano abbiamo tutti paura, alcuni dei più convinti tra noi non sono rientrati in camerata, nelle notti passate; i marescialli li chiamano traditori e bastardi e bestemmiano, gridando col pugno rivolto al cielo, che la giustizia del fascio si abbatterà su di loro e se non quella, almeno quella divina. Tutto ciò che credevo vero sta affiorando alla superficie nelle sue reali fattezze; sento la Repubblica Sociale scricchiolare sotto i nostri piedi, c’è tensione tra i comandanti. Il Duce è partito qualche giorno fa, per andare a Milano dicono ma molti tra noi son convinti che sia fuggito, fuggito abbandonandoci. Pare che ieri Parma sia caduta in mano nemica, si dice che gli alleati non trovino resistenza alcuna fronte la loro avanzata e mi domando che cosa io debba fare. Gervasio e Griso tentano di convincermi alla fuga, dicono che la Svizzera non dista molto da qui e che poi si vedrà. I miei due compagni migliori vogliono ammutinarsi ed io non so se seguirli o denunciarli. Sono decisioni troppo aspre, non so come le affronterò. A Gervasio importa di vivere e basta, solo oramai com’è, morti i suoi fratelli e la madre, vuole studiare dice, studiare poesia. Il Griso parla solo di terra, della sua terra, la terra di famiglia, ricorda, a se stesso ed agli altri, come una preghiera, che è quasi tempo di allagare le risaie, di darsi da fare.
Ti scrivo queste poche righe nel tempo del pranzo, non ho appetito. Prenderò le mie decisioni senza poter contare sul tuo consiglio, come ahimè ho sempre fatto sino ad oggi, spero di scegliere nel modo giusto. Ti abbraccio nella speranza di rivederti presto.

                                                                                                                         Giuseppe

Vivere nel presente 

Premetto che non sono tipo da lanciarmi in polemiche, a meno che non riguardino direttamente la mia vita, ma sono certo persona che ama cercare di analizzare le polemiche e le affermazioni che da esse scaturiscono. Il mio ragionamento oggi verterà, come parrà ovvio, sulle dichiarazioni della nuova regina di bellezza italiana Alice Sabatini, diciottenne laziale della provincia di Viterbo che, domandatole in quale epoca avrebbe voluto nascere ha risposto nel 1942, per vedere la guerra. Come era lecito immaginare e infatti è accaduto, questa boutade ha suscitato l’ira e l’ironia di molti ma nel motivare la sua scelta la neo miss fa un riferimento che dovrebbe far pensare, dice: ” visto che i libri parlano, pagine e pagine… La volevo vivere. ” 

Ora, tralasciando il fatto che fosse nata nel ’42 la seconda guerra mondiale non l’avrebbe certo vissuta, tuttalpiù ne sarebbe perita, è interessante notare il distacco col quale una neo diplomata si rapporti con l’idea dell’ultimo conflitto mondiale; avrebbe tranquillamente potuto rispondere che le sarebbe piaciuto vivere in epoca vittoriana per vedere se i corsetti erano davvero tanto stretti, o nel 50 d.C. per provare se il garum avesse un sapore così schifoso. 

Siamo di fronte alla storicizzazione incombente di un evento terribile, che ha mietuto cinquanta milioni di vittime ma che si sta inesorabilmente distanziando dalla nostra memoria più viva. D’altronde questo paese si sta svecchiando, pensiamo al fatto che recentemente è stato eletto il primo presidente della Repubblica che non abbia avuto direttamente a che fare con la resistenza o l’antifascismo più in generale; abbiamo per la prima volta un presidente del consiglio sotto i quarant’anni; ministri giovanissimi ecc. Questi sono segni inequivocabili di un mondo che, nonostante la crisi e la ritrosia di molte idee che circolano spacciate per nuove, sta progredendo nell’unico modo possibile: non dimenticando il passato ma facendone storia e la storia, per molti, è lettera morta che si studia sui libri, non diversa da un romanzo di fantasia. 

Riesco quindi quasi a capire la curiosità di questa giovane ragazza ( che probabilmente non ha avuto la fortuna di avere nonni resistenti sopravvissuti, che fossero in grado di metterla alla luce di fatti atroci vissuti in prima persona e quindi più veritieri ) nel voler vedere da sé se tutto ciò di cui i libri ” parlano, pagine e pagine ” risponda a verità. Un’ingenuità forse che si può però accogliere di buon grado giacché a molte delle aberrazioni vissute dall’uomo nel secondo conflitto mondiale, se si è persone sane di mente, è difficile credere, visto anche quanto sia bello vivere a diciotto anni nel presente.