Gnocco in fonduta al profumo di zafferano

Cucinare mi riappacifica col mondo, per me è una sorta di meditazione: dosi, attenzione, sapori, equilibrio tutto si fonde per dar vita alla cosa più fondamentale della vita stessa, il cibo. Questa sera gnocchi, visto pure che  è giovedì!

Per lo gnocco:

500 gr di patate rosse

80 gr di farina

80 gr di parmigiano reggiano 30 mesi vacche rosse

5 gr di sale

1 uovo

Pepe nero e noce moscata q.b.

Far cuocere per circa un’ora a 180 gradi le patate nel forno, avvolte in alluminio quindi lasciarle raffreddare; schiacciarle in un grilletto e unire la farina setacciata, mescolare quindi aggiungere l’uovo, il sale, la noce moscata e il pepe ed impastare, all’ultimo unire il parmigiano. Lasciar riposare la pasta per qualche minuto quindi stirarla in salsicciotti di circa un centimetro e mezzo di diametro, tagliarli della lunghezza che preferite e passarli con decisa delicatezza sul dorso dei rebbi di una forchetta. Cuocere in acqua semi bollente fino a quando non vengano a galla.

Per la fonduta:

250 gr di formaggio valdostano

200 gr di gorgonzola

200 ml di panna

250 ml di latte

1 tuorlo d’uovo

1 bustina di zafferano in polvere

Pepe nero e noce moscata q.b.

Mettete a bagno i formaggi, fuori dal frigo, nel latte e nella panna mescolati per circa un’ora. Trascorso questo tempo accendete la fiamma sotto al pentolino delicatamente e fate fondere i formaggi finché non otterrete un liquido denso e liscissimo, spegnete il fuoco e mescolate con una frusta il pepe nero,la noce moscata e lo zafferano, otterrete una fonduta di un giallo tenue. Attendete qualche minuto che il composto si intiepidisca quindi aggiungete il tuorlo dell’uovo e mescolate rapidamente.

Fatte queste operazioni adagiate gli gnocchi dentro ad una pirofila, ricopriteli quasi interamente con la fonduta e grattuggiate abbondante parmigiano sulla superficie. Cinque minuti sotto al grill del forno ( controllate sempre perché la potenza dei grill varia di forno in forno ) e il gioco è fatto. Semplice, veloce e squisito !

Il pane


Dopo svariate prove per affinare le dosi di pasta madre, senola rimacinata, farina di tipo 1 macinata a pietra, acqua, miele, sale e olio ecco il primo pane casalingo di cui sono contento! L’alimento principe della sussistenza storica dell’essere unano viene, oggi, spesso dato per scontato, un acquisto da effettuare quotidianamente sotto casa o vicino all’ufficio, in un’azione banale ed automatica. Curarlo, impastarlo, vederlo lievitare, trattare con le proprie mani la pasta soffice, darle le giuste pieghe prima di infornarlo ci può avvicinare ad un mondo di sapori e gesti ancestrali, capaci di regalere soddisfazioni altissime. 

Discorso sopra una foto ” basura “

L’espressione umana ha tanti volti. Da quando, nel maggio del 1816, Joseph Niépce riuscì a produrre uno dei primi negativi, ad oggi, la fotografia ha percorso molta strada, non solo nella tecnica precipua, soprattutto nella produzione di soggetti sempre nuovi. La venuta al mondo di una tecnica straordinaria, capace di riprodurre fedelmente un’immagine istantanea, fissandola nei secoli a venire, ha cambiato l’universo della percezione dell’effimera vita umana: in meglio o in peggio non sta a me giudicare. Io so per certo però, che se la fotografia non avesse trasportato oltre l’idea di immagine, oggi non si farebbero lunghe code, fuori dei maggiori musei del mondo, per ammirare i capolavori impressionisti. Modigliani non avrebbe insistito tanto su quei colli diafani e distesi, su quegli occhi viralmente vacui e forse, Soutine non avrebbe ammorbato di olezzo putrescente la scala della sua abitazione. Il dilemma profondo investe la realtà: che cos’è reale? I ” mostri ” di cui si serve Joel Peter Witkin in quei teatri del grottesco e dell’assurdo, che solo lui sa comporre, riescono a raggiungere vette di estaticità che rasentano il sacro ( penso, ad esempio, a ” Gods of Earth and Heaven “, uno dei capolavori, capace di scardinare, con il perentorio puntiglio della visione infernale, secoli di storia dell’arte ), sanno essere reali ed artistici all’unisono, si accordano come un’orchestra navigata, con la visione del mondo che l’uomo contemporaneo dovrebbe avere. Eppure altro non sono che dei sali d’argento impressionati su di una carta fotosensibile, altro non sono che un’immagine, spiacevole o meno, razionalizzata o delirante, che può pararsi di fronte al nostro sguardo, spesso disattento, quasi sempre troppo rapidamente impressionabile. Il quieto vivere, il settario sentimento bigotto che offusca i nostri sguardi, volentieri ci fa prendere decisioni, riguardo al bello ed al brutto, troppo all’impronta: aver paura di un’immagine spaventosa è una reazione istintiva e giusta ma, bene sappiamo, che l’essere umano non è più, da molti millenni, puro istinto. Ahimè non siamo più – beata prole, a cui non sugge / pallida cura il petto – per dirla con Leopardi ovvero abbiamo coscienza di noi stessi e del nostro ferale destino. Questa coscienza, sviluppatasi in millenni di evoluzione, dovrebbe quantomeno farci comprendere che, dietro ad un’immagine, si possono celare molteplici significati e se tali significati ci disturbano così profondamente da non riuscire a trarne un insegnamento, che non sia esiziale per noi stessi e il nostro animo, allora è meglio non curarsene ma guardare e passare.

La risposta non è nel vento

  
In un’epoca in cui i lettori veri si son quasi dileguati, lasciando spazio, quando va bene, a persone che spizzicano libri come fossero un pinzimonio di boria da sfoggiare, raccolto in una boutade mirabolante e spesso senza appigli, all’apericena del sabato, mi ha molto colpito la decisione dell’Accademia svedese, di assegnare l’annuale premio Nobel per la letteratura ad un ” menestrello “. La definizione non viene certo da me, l’ho accolta a malincuore questa mattina dalle pagine dei quotidiani nazionali; ora, sarà che nella nostra lingua i nomi che han desinenza in -ello- non son quasi mai forieri di buone speranze ( vedi l’uomo/volatile che, raggiunta una certa età, non trova il bisogno di caricarsi di schiaccianti responsabilità: il fringuello; vedi lo zimbello, altro volatile asservito all’arte venatoria, di rimando, uomo esposto al giuoco faceto di chi è gerarchicamente sopra di lui; vedi il santarello, vezzeggiativo d’una qualità in vero sconosciuta all’essere umano…), sarà che da onirico medievista ho sempre visto il ” menestrello ” come una figura di passaggio nella città prerinascimentale, una sorta di Vernacoliere dalla risata giustamente facile, sarà, sarà ma io non me lo spiego proprio questo premio, senza nulla togliere agli estimatori esterofili che per Bob Dylan impazziscono ancora oggi. Mi è capitato però di pensare come avrei reagito alla vittoria del Nobel da parte di un altro cantautore a cui sono molto legato: Fabrizio de André. Ci ho pensato a lungo e sono giunto alla conclusione che sarei stato comunque in disaccordo. Sì, comunque, come fui in disaccordo all’epoca dell’assegnazione del premio ad un illustre italiano, anch’egli apostrofato d’un epiteto simile: il giullare Fo, purtroppo recentemente morto, che venne scelto, forse, al posto del semi sconosciuto Luzi, in aria di Nobel da una ventina d’anni, all’epoca ( la poesia in testa al pezzo è proprio l’ultima composta dal poeta di Castello ). Perché sono convinto che la letteratura e la poesia abbiano il compito fondante di esaltare – la grazia del linguaggio in cui si trasmette il movimento stesso dell’essere – per citare Saint-John Perse. E questa grazia di linguaggio, per me, non necessita né di accordi né di chitarre. La risposta quindi non soffia nel vento ma è radicata profondamente nell’animo umano ed è quindi rimesso all’individuo lo sforzo necessario alla sua ricerca comunque vana. Mi trovo quindi qui a pormi, in relazione al nobel di Dylan, le medesime domande che un grande pensatore si poneva, quasi sessant’anni fa, proprio il giorno del ritiro del suo Nobel: Albert Camus: perché a me? Perché io, in un mondo in cui decine di scrittori e poeti sono ridotti al silenzio? Il coronamento della carriera di un cantante non si esplicita in un premio Nobel bensì negli ultra remunerativi stadi colmi di fans che a memoria cantano felici i sui ritornelli. Spero che il cospicuo premio in denaro che affianca il Nobel, il buon vecchio Dylan ( che rubò il suo cognome d’arte all’eccentrico Thomas, quello di E la morte non avrà più dominio, forse il solo poeta ad essere riuscito a riempire la piazze ) decida di devolverlo a qualche stanco, disilluso poeta, che possa così godere anch’egli della sola ed unica ricchezza che pare conti oggi: quella pecuniaria!

Colcannon


Dalle terre d’Irlanda questa puré aromatizzata che viene solitamente servita con verza novella ( assente qui per ovvi motivi stagionali ), lasciata cruda sul composto che la cuoce col suo calore.

Ingredienti:

3 patate di montagna grandi

80 gr di burro

400 ml di latte fresco intero

80 gr di prezzemolo tritato fresco

5 cipollotti di Tropea

100 gr di parmigiano reggiano 

Sale, pepe, noce moscata 

Far cuocere le patate per 30/40 min. circa avendo cura di sommergerle con almeno tre cm di acqua fredda nel tegame. Una volta cotte passarle con lo schiaccia patate ( non è necessario rimuovere la buccia l’arnese la trattiene ) e rimetterle nel tegame utilizzato in precedenza dopo averlo ben asciugato. Iniziare ad amalgamare il burro ( le patate vanno sempre lavorate a caldo ). Una volta che il burro è incorporato aggiungere adagio il latte, tenuto a temperatura ambiente. Raggiunta la consistenza desiderata spegnere il fuoco e introdurre i cipollotti e il prezzemolo finemente triturati. Aggiustare di sale, pepe e noce moscata e, in ultimo, aggiungere il parmigiano. Si può gustare caldo ma in queste afose giornate è ottimo anche freddo!

11, solitudini ad alta quota

  
Sono sempre stato attratto dal circo, dagli artisti circensi, dalle loro capacità giudicate da noi ” umani ” come soprannaturali, invece frutto di durissimo lavoro e fermo sacrificio. Queste sono le immagini che ho scattate durante l’esibizione dell’artista Veronica Capozzoli, nella cornice del festival Sul filo del circo. Trenta minuti di testa all’insù, con poca musica ben dosata e molti, profondi, udibili e godibili respiri dell’atleta. Una preghiera laica votata all’innalzamento della condizione umana dal suolo terrestre, con il riconoscimento del fatto ineluttabile per cui più ci si solleva e più si rimane soli. Geniale l’ossimorico utilizzo del mezzo per affrontare l’acesa: la sedia. Simbolo universale della fissità e del riposo qui tramutata in soluzione in continuo divenire, generatrice di movimento, di grazia.

Scatti Leica Q

   
    
    
    
    
    
    
    
   

Zucchine ripiene vegetariane

  
D’estate si può anche non aver voglia si mangiare carne! Per due persone procuratevi:

2 zucchine medio-grandi ( io ho usato le prime dell’orto )

15 Olive taggiasche denocciolate

70 gr di cous cous

1 uovo intero

1 cipolla rossa di Tropea nuova

1 rametto di menta

100gr Parmigiano Reggiano

Pepe nero, sale di sedano, aglio novello, pan grattato

Tagliate le zucchine a metà e scavatele a dovere con un coltellino o uno scavino da melone. Tenete da parte la polpa delle zucchine in un recipiente. Affettate la cipolla finemente e fatela diventare trasparente in padella con due spicchi d’aglio ( che rimuoverete dopo 2 minuti ) e un filo d’olio evo, aggiungete la polpa delle zucchine, salate, pepate e lascite cuocere 10/12 minuti. Una volta che la polpa è ammorbidita schiacciatela con una forchetta e fate raffreddare leggermente. Nel frattempo scaldate dell’acqua, versate il cous cous in un recipiente e copritelo di acqua bollente, tappate poi il contenitore e attendete 5/6 minuti. In una boule introducete la polpa delle zucchine, le olive precedentemente tagliuzzate, le foglie di menta spezzate con le mani, l’uovo, il pan grattato q.b. e il Parmigiano. Mescolate energicamente inserendo nel composto, poco a poco il cous cous. Riempite le zucchine del ripieno ottenuto, cospargetene la superficie con pan grattato e ungete con un filo d’olio; preriscladate il forno a 180 gradi C. e infornate per 20/25 minuti. Sono ottime anche fredde, fresche al palato per via della menta e nutrienti senza essere pesanti. Buon appetito!