Dopo cinque, dico cinque, mesi di attesa finalmente è arrivata… Un mostro di design, capacità, performance, qualità etc. etc. Nikon D800 FX, l’ultima nata in casa Nikon in formato pieno, la macchina fotografica che cambia le regole dello scatto digitale. Finalmente Canon avrà una rivale vera e propria… Seguiranno presto scatti di prova. Per il momento mi godo l’immensa felicità!
Lo scorso 30 aprile, alle ore 18, nella sala conferenze del convitto ” Federico Chabod ” di Aosta, il S.A.V.T. Syndicat Autonome Valdotain des Travaileurs ha festeggiato i suoi primi sessant’anni di attività al servizio dei tutti i lavoratori valdostani. Con circa 9000 iscritti il S.A.V.T. è uno dei principali sindacati della scena valdostana ed ha festeggiato questa onorata ricorrenza con un bel concerto di musica classica, il discorso del suo segretario generale, Guido Corniolo, e consegnando alcuni riconoscimenti sia ai passati segretari generali del sindacato che a quelle persone le quali, impiegando il loro tempo ed il loro impegno hanno contribuito e contribuiscono alla riuscita di un sogno divenuto realtà. Che dire, VIVE le S.A.V.T. VIVE la VALLEE d’AOSTE !
Era l’autunno del ’44, non mi chiedete il giorno esatto, da qualche mese ormai, esattamente da quando decisi di “salir sulle montagne”, come si diceva allora, anche se poi si trattava più di colline, che non vedevo un calendario, che non domandavo che giorno fosse. Per me, pensavo, fosse meglio così, non sapere il tempo che scorre credevo lo facesse passar più in fretta; avevo diciannove anni e a quell’età si pensano un sacco di cretinate.
Ci si spostava in continuazione, nei boschi, a cercare riparo in qualche grotta, in qualche capanno di caccia se ti andava bene; a volte si scendeva più giù, verso la piana, a cercar qualche cascina che ti desse farina, salami, magari un bottiglione di vino… eh ma mica tutti i fattori eran contenti di vederci: sporchi, affamati, impauriti e soprattutto senza soldi. Già, lasciavamo dei buoni di carta straccia che scriveva il Talpa ( non so poi il perché, visto che era il meno studiato ) e su c’era scarabocchiato paghiamo quando potremo e la cifra che si sarebbe dovuta portare al fattore quando fosse finita la guerra e fossero finiti i morti e quei bastardi dei fascisti, non ce ne fosse più stato uno in giro. Sapevamo tutti, combattenti e fattori, che quel mangiare e quel bere sarebbero stati a sbafo.
Pian piano eravamo tutti o quasi arrivati a questo famigerato autunno e c’erano voci inquietanti che giravano da un po’ di tempo ma non gli si voleva credere. E su e giù, dalle colline alla piana arrivò un giorno che io e Anita ( che non era una donna ma un mio vicino di casa salito in montagna prima di me, che aveva preso il nome della fidanzata che tanto amava e che non vedeva da troppo tempo, come nome di battaglia ) arrivammo in un paesotto che non ricordo come si chiamasse e li un vecchiotto ci aveva fatto vedere un pezzo di giornale che era arrivato dalla città con delle ciabatte scalcagnate dentro e sopra c’era scritto che il generale americano aveva deciso di fermare la campagna alleata per l’inverno. Porco boia. Anita diceva che non era possibile, sennò era come dire arrivederci e grazie, per noi fa freddo e voi in montagna senza tetto tiratevi le balle. Con quel pezzo di giornale stretto nel pugno eravan tornati dai compagni, di corsa e l’avevamo dato al comandante della brigata che si chiamava Zitto e che diceva di essere comunista ma io, più di una volta, l’avevo visto pregare. Ed ero stato contento perché, a dire il vero io in mezzo ai comunisti, mi ci ero ritrovato per caso e adesso mi stavano simpatici e poi quando si deve sparare la politica non c’entra. Beh, Zitto aveva letto l’articolo e non aveva detto niente per qualche minuto, poi Anita gli aveva dato un colpo al piede e quindi? E quindi niente, avremo freddo.
Qualche giorno dopo una staffetta aveva fatto sapere che i tedeschi si preparavano a svuotare una cantina carica di crudi e culatelli e che sarebbe stato bene che i crucchi quella cantina la trovassero già bell’e vuota. Organizzammo la cosa io con altri tre compagni, scendemmo nel paese e ci mettemmo d’accordo con gli uomini rimasti nelle loro case, che la sera seguente avremmo portato via tutto. Quella notte era buia, non c’era luna e nelle strade di terra battuta si vedevano sfrecciare sagome cariche come muli e poi su nei prati a sparire nel bosco.
La refurtiva sottratta alla Wehrmacht era profumata e tanta, al campo avevamo festeggiato la riuscita dell’operazione e ci immaginavamo quelle brutte facce tedesche nel momento in cui fossero scese in cantina… Zitto ci aveva lasciati sfogare un po’, poi aveva detto che tutti quei prosciutti e quei culatelli non ci servivano, di prenderne un po’ ciascuno e andare nei villaggi vicini, di notte, e appenderne uno ad ogni porta: i neri rubano i rossi restituiscono.
QUESTO BREVE RACCONTO E’ INVENTATO, OGNI RIFERIMENTO A FATTI REALMENTE ACCADUTI O PERSONE REALMENTE ESISTITE, E’ PURAMENTE CASUALE. MA NON CREDIATE CHE SI DISTANZI TANTO DALLA REALTA’.
BUON 25 APRILE A TUTTI COLORO CHE POSSONO APPREZZARLO!
Anche quest’anno la nostra neoclassica e magnifica piazza Emile Chanoux ospita il Festival della parola, l’iniziativa va sotto l’appellativo di Babel ( nome forse un poco infausto visto il chiaro riferimento ad una delle più grandi tragedie bibliche conservate nel Vecchio Testamento ovvero la fine della comunicabilità tra gli uomini ). Gli incontri, le iniziative ed i concerti in programma sono di buon interesse e l’evento in sé è organizzato piuttosto bene ma, c’è sempre un MA, quello che io non riesco a intendere è, come sia possibile che la nostra centralissima piazza debba sempre essere okkupata da baracconi plastificati che ne deturpano, smorzandone inevitabilmente la visione d’insieme, l’architettura. Sarà così complicato lasciar parlare da sola l’unica piazza degna d’essere chiamata in tale modo, visto e considerato lo stato attuale delle altre principali piazze della città? Il comune lancia il fantastico progetto denominato Vieille Aoste, dice l’assessore alla cultura Paron sul suo Twitter: nelle vie di Aosta si potranno scoprire i toponimi ed i luoghi dimenticati. Non vediamo l’ora di poter scoprire di più sulla nostra bella città ma non sarebbe il caso, invece di scervellarsi sulla toponomastica di luoghi fagocitati dalla storia, di far qualcosa per evitare che la piazza della nostra Cattedrale, o della collegiata di S. Orso siano dei parcheggi, o che una piazza come piazza Roncas, sede del Museo Archeologico Regionale nonché del più bel palazzo rinascimentale di Aosta ( ex sede del comando dei Carabinieri oggi chiuso al pubblico ) abbia un selciato composto da rattoppi orrendi di bitume, ospiti un’edicola perfettamente fuori bolla a causa della pendenza incontrollata della pavimentazione e sia luogo adibito al parcheggio selvaggio? Per non parlare di piazza Caveri, spazio affine alle migliori banlieue di Calcutta, o di piazza Narbonne, passata intelligentemente da essere un poco bello ma comodo e centrale parcheggio per autobus a scalinata senza meta adibita al sollazzo dei taglioni ( quelli che schisan la scuola, per intenderci ) con annessa fontana mai stata funzionante per pericolo ghiaccio, già stagno abitazione di una colonia di rospi ed ora prato all’inglese sormontato da colonne d’acciaio a reggere il cielo, caso mai crollasse, vista la nostra vicinanza con le Gallie di Asterix. Si cerchi di puntare l’attenzione sulle piccole cose, l’arredo urbano, l’acciottolato medievale da riportare alla luce invece di scavare buchi enormi sotto le porte Pretoriane per rendere inutilmente visibile qualcosa che il tempo ha sapientemente preservato, tra le altre cose abbattendo, perché impicciano, mura di epoche successive alla romana creando così una sorta di malsana hit parade d’importanza storica dei reperti, il compilatore della quale rimane nell’ombra. L’Italia possiede circa il 70% del patrimonio monumentale del mondo perché i suoi popoli non hanno mai dovuto distruggere il vecchio per poter guardare al futuro; cerchiamo di mantenerci su questa linea.
Bossi farfuglia contro Roma farabutta, contro i magistrati, contro il resto della politica; una stanghetta degli occhiali infilata dentro all’orecchio sinistro, segno forse che chi lo curava, ora lo curi un po’ meno ( e forse ne ha curato troppo, male o furbescamente, gli interessi dopo la malattia ). E si torna a parlare di finanziamento pubblico ai partiti. La norma attuale, che fu introdotta dopo la fine della prima repubblica ( si pensava allora di ridurre così la corruzione politica ) si è rivelata fallace, per non dire un obbrobrio legislativo, che ha prodotto una ricchezza, in meno di vent’anni, pari a più di tre miliardi di euro, diventata ingestibile da parte delle tesorerie di partiti vivi o estinti che siano.
Parlando seriamente, io non sono per l’abolizione totale del finanziamento pubblico ai partiti ma è chiaro, da sempre credo, che se esiste un rimborso elettorale di rimborso si debba trattare e nulla più. Da che mondo è mondo i rimborsi tendono a restituire i denari che sono stati spesi e per calcolare i soldi spesi il procedimento è piuttosto semplice: si presentano le ricevute, si esegue una semplice addizione e da essa si ottiene un risultato. La norma ovviamente non prevede questa prassi, si preferisce invece elargire un tot di euro per ogni voto ricevuto alle elezioni. I rimborsi non dovrebbero neppure interessare il cento per cento delle spese sostenute, si dovrebbe stabilire una percentuale chiara da rimborsare e basta. Sarebbe anche utile introdurre regolamentazioni e soglie massime di spesa per ogni seggio, come ne esistono di chiare in Francia, la pena per lo sforamento delle quali, a casa dei nostri cugini, è la perdita immediata della poltrona.
La proposta dell’introduzione del cinque per mille alle forze politiche è, a mio avviso, valida e potrebbe essere la giusta spinta per far sì che i partiti si impegnino fortemente nella seria ricostruzione della loro ormai perduta credibilità. L’antipolitica non mi piace, già Aristotele sosteneva a ragione che l’uomo fosse animale politico, ma non è nemmeno accettabile la deriva prodotta dalla gestione scellerata dei partiti che ha condotto inevitabilmente al malumore diffuso dei cittadini ed al distacco di questi ultimi dalla politica.
Intanto il primo ministro Monti passerà la Pasqua in Medio Oriente. Dopo essere stato in Asia a vendere, si potrebbe dire porta a porta, il nostro debito pubblico ( è chiaro a tutti che gli investimenti in Italia di paesi come Cina e Giappone solo a questo si possano ridurre ) ora una nuova uscita, ben pubblicizzata, fuori dai confini nazionali. Ma il rilancio del paese passa anche dalle terre arabe? Queste azioni sembrano molto l’inizio di una possibile prosecuzione del nuovo premierato anche dopo il marzo 2013. L’Italia non è ancora pronta a riassorbire la politica e questa non è certo ancora in grado di produrre programmi seri e coesi per la gestione del nostro paese.
Gli studenti della Bocconi mi sa che dovranno attendere ancora qualche tempo prima di tornare a lezione da Monti, speriamo non glie ne vogliano!
Questo mio scritto vuole essere un ricordo sincero, dedicato ad una persona che ha saputo insegnare, a molti giovani, oggi più o meno invecchiati, tanto più di quanto non avessero capito all’epoca. Si è spento pochi giorni fa il geometra Boscariol, pietra miliare dello sport valdostano e vero e proprio mentore per molte generazioni di atleti, atleti di atletica leggera. Questa era infatti la disciplina alla quale il geometra ( così erano soliti chiamarlo tutti i suoi, chi più chi meno, campioni ) aveva votato il suo spirito sportivo, la regina degli sport, come spesso gli piaceva ripetere.
Sono pochi i ricordi vividi che rammento della mia adolescenza ma quelli legati al campo Tesolin, all’odore del tartan e dell’erba appena tagliata, alla tensione positiva prima dello sparo, agli amici e al geometra sono chiari e felici nella mia mente. I pomeriggi primaverili passati ad allungare il fiato, ad irrobustire la muscolatura lunga, a provare pesi e giavellotti, sempre sotto l’attento sguardo, celato al sole dalla coppola a tinte scozzesi, del geometra. Due legni, retti insieme da una cerniera per porte, sbattevano e dalla linea dei cento partivi sparato, senza nessun pensiero al di fuori della striscia bianca che ti aspettava una cinquantina di passi più avanti. E il geometra era li, senza cronometro: com’è andata? Chiedevi, e lui: quindici e otto. Non sbagliava mai.
Aveva un corpo esile, il geometra, che nascondeva una forza nerboruta; te ne accorgevi quando, per spronarti e darti la carica o per rincuorarti stringeva la sua mano ossuta intorno al tuo braccio, in una stretta ferrea, dandoti sempre il consiglio giusto: più basso il sedere, più ampia la falcata, devi violentarlo quell’ostacolo non averne paura…
A fine allenamento lo si salutava tutti prima di lasciare il campo e a volte lo si sorprendeva ad osservare malinconicamente le luci che, sul far della sera illuminavano il campo di calcio li vicino, poi si voltava verso la pista ormai buia e sospirava: ah, il Dio calcio. Non riusciva a capire,credo, perché ad una disciplina così barbara venissero dedicati tanti fondi. Io non riesco a capirlo ancora oggi.
Solo poche righe, queste, che mi sembrava doveroso dedicare ad una persona onesta ed appassionata, come poche ne sono rimaste. Grazie mille geometra, è stato un piacere averla conosciuta.
Lo devo ammettere, sono anni che cerco di sdipanare il mistero TAV ( quella Torino – Lion s’intense ) e, con grande rammarico e qualche seria incertezza sulla mia intelligenza, ancora non sono riuscito a venirne a capo. Ancora non mi sono fatta un’idea favorevole o contraria, ancora non so da quale lato della barricata, perché di questo trattasi, schierarmi.
Bisogna dire che troppo spesso, nel nostro bel paese, le scelte di parte sono prese seguendo sentieri ideologici, talvolta pericolosi; scelte sovente non giustificate da percorsi di ricerca, spinti da un interesse vero per il fondo del problema: mi vengono in mente gli ormai famosi pirogassificatori, da anni alla ribalta della cronaca nazionale; quanti, contrari o favorevoli, si saranno presi la briga di capire cosa sono e come funzionano?
Una cosa però mi pare di averla intesa, le popolazioni della Val Susa stanno lottando a spada tratta per difendere una tipologia di vita che, se non ai margini, gode sicuramente della beata solitudine intramontana e io, da valdostano, so cosa questo significhi. Il dilemma che si pone è quindi riuscire ad intendere se la TAV sia opera del progresso o solo una tipologia di sviluppo che il progresso possa esprimere. Per citare un esimio pensatore della modernità del novecento italiano, Pier Paolo Pasolini, è evidente che non ci si possa opporre al progresso, cadendo in una sorta di antistoricismo, ma è altresì possibile discutere ed essere contrari con un certo tipo di sviluppo che il progresso pare imporre.
Certo, mi piacerebbe pensare che il ragionamento alla base della protesta sia inquadrabile in un assunto nobile e cioè, che la memoria possa in qualche modo salvaguardarci da un presente incontrollabile; non credo però che tale alto ideale alberghi nelle giovani menti di chi insulta gratuitamente le forze dell’ordine nello svolgimento delle loro funzione, sempre tra incudine e martello.
Un altro fatto che, fuor di dubbio, balza all’occhio è che il progetto della TAV sia partito, ineluttabilmente o no, con il piede sbagliato. Quando si varano progetti faraonici è palese che si vengano a creare delle contrarietà nelle popolazioni delle zone interessate quindi, il consenso per tali opere andrebbe guadagnato in seno alla popolazione, poco a poco, seguendo linee di sensibilizzazione programmatiche, mettendo sul piatto della bilancia tutti i pro ed i contro della faccenda, facendo in modo che il piatto dei pro risulti più pesante. Iter questo che, mi pare d’aver capito, i nostri cugini d’oltralpe siano riusciti a seguire in maniera, se non impeccabile quantomeno fruttuosa. In Italia invece, comme d’abitude, questo non è avvenuto. Detto in soldoni: le alte sfere italiane si sono espresse in maniera favorevole sulla materia e i cittadini degli ormai famosi comuni interessati si son svegliati una mattina con l’invasore armato di ruspe sotto casa. Risulta oltremodo chiaro che, perseguendo un comportamento di questo tipo, le possibilità di conciliazione si annullino.
Ora si è tornati a parlare, se ne era già parlato nel 2009 con una proposta bipartisan, di una possibile zona franca per la Val Susa. È evidente che in questi chiari di luna, con l’Europa che attraversa un periodo di grave sofferenza, nel quale mi pare che la direzione vada più verso lo smantellamento di tali aree, piuttosto che verso la creazione di nuove, parlare di agevolazioni fiscali mirate appare, questo sì, assolutamente antistorico.
I risarcimenti alle popolazioni devono essere commisurati ai disagi che queste sono costrette a subire; probabilmente sarebbero meglio accetti piani di formazione ed assunzione mirati alla crescita lavorativa delle popolazioni della valle; in un’Italia affitta da una disoccupazione giovanile che supera il 30%, la speranza e l’idea del lavoro potrebbero smuovere, o in questo caso bucare, le montagne.
La questione continua comunque a risultarmi ostica ma un augurio, questo sì, mi sento di poterlo fare alle popolazioni della Val Susa: spero che presto, grazie alla diplomazia ed al dialogo, si possa trovare una soluzione in grado di rispettare le libertà di tutti i cittadini italiani.
Riesce sempre a stupirmi l’incontrollata reazione di Aosta fronte ad una attesa nevicata stagionale. Sebbene il buon assessore Follien appaia, di fronte alle telecamere del TGR, per elogiare gli enormi sforzi che le dodici imprese, addette allo sgombero neve, e pagate dal contribuente, stanno affrontando per mantenere la pervietà delle vie di circolazione stradale, in strada è la guerra. L’impietosa marcia del pedone. Donne che spingono carrozzelle impantanate ad ogni piè sospinto, anziani che crollano rovinosamente a terra, la signora che cammina sulla doppia striscia continua di via Roma perché ” è una vergogna ‘sti marciapiedi ” e poi le macchine che non rallentano, i pullman che si fermano davanti a muri di neve alti un metro… Insomma le scene che vi aspettereste di vedere a Il Cairo, dopo un’abbondante nevicata estiva. Ora mi domando, visto e considerato che a nevicare è iniziato alle quattro del mattino di venerdì ( io c’ero, stavo lavorando ), e le foto sono state scattate esattamente dodici ore dopo, non sarà forse il caso di rivedere i piani di intervento in caso di nevicata abbondante, caro assessore Follien? E se i vostri piani sono adeguati, non sarà il caso di andare a fare una chiacchierata con le aziende che appaltano, incassando soldi pubblici, i servizi di sgombero neve? Mi sembra tutt’altro che normale il fatto che, dopo solo due ore dall’inizio della precipitazione, la statale 26 fosse già impraticabile. C’è sicuramente bisogno di una riflessione. Nonostante tutti i disagi che può causare, comunque la neve in sè rimane la più esaltante precipitazione atmosferica che ci regali il cielo. Godetevi il video, dura poco e mette buon umore.
È una confessione quella che vi voglio fare oggi. Lo devo ammettere, anche io, talvolta, cedo alla tentazione e mi reco a ingurgitare “ cibo veloce “ in un freddo non luogo baudrillardesco dove ogni giorno, ad ogni ora, si consuma un grottesco carnevale che di bachtiano, ahimè, non ha proprio nulla. Ora questi luoghi esistono per sfamare la gente, nulla di più, riuscendoci benissimo, tanto che, credo, il galateo vi consenta di dir buon appetito, visto che, sotto un tavolo di finto marmo, le gambe le si mette solo ed esclusivamente per placar questo e mai, spero, per il mero piacere della convivialità.
Entrare e vedere, stampigliato a caratteri cubitali, sul tabellone tristemente retroilluminato a neon, il nome del principe della cucina totale, il traghettatore della tradizione gastronomica italiana nella nuova era ( quella alla quale diedero l’abbrivio i fratelli Troisgros, ispirati forse dallo scorrere della Loira, nella loro bella Roanne ), è stato per me un shock, il crollo di un mito: non ho saputo resistere, ho dovuto acquistare, spinto dalla necessità della rivalsa sui miei cattivi pensieri, quel panino Vivace, in apparenza succulento che portava il sacro nome di GVALTIERO MARCHESI; scritto proprio così, con la U tramutata in V, come nelle stampe secentesche. Purtroppo di Vivace non vi ho trovato proprio nulla, carne mal cotta, maionese alla senape che poteva saper di tutto ( ricordate le caramelle mille gusti +1 di Harry Potter? Una cosa simile ), spinaci “ spadellati “ che pareva gridassero pietà intrappolati tra il pane molliccio e la carne grondante acqua e per concludere il bacon o pancetta che dir si voglia: croccante come la colla di pesce ammollata nell’acqua.
Insomma, un disastro. Che il mio Crispy McBacon possa talvolta sostare un po’ più a lungo sulla rastrelliera e quindi la resa del suo bacon non sia più così crispy lo posso accettare, ma che questo accada ad un panino con su scritto GVALTIERO MARCHESI, mi dispiace non lo accetto. Dov’è finito l’attendo professionista di riso e oro, del dripping, del raviolo scomposto, del cubo di finanziera? Quel genio estroso che fece tremare le papille gustative della Milano da bere, con le sue invenzioni più provocatorie di un murale di Siqueiros? Ahimè, temo proprio che anche lui abbia ceduto alle succulente e ricche lusinghe del marketing più feroce, le stessa che fanno sostenere a campioni che sacrificano la vita per lo sport, di allenarsi con la Kinder o capaci di far mettere a nudo donne già sublimi da vestite. Una brutta pagina nella storia della cucina italiana.
Lo confesso, per qualche istante, questa mattina, sfogliando i titoli dei quotidiani on-line, sono stato percorso da un brivido di soddisfazione. Ma mi è durato poco ( e il pleonasmo è voluto ). A Milano e a Napoli vince la sinistra, come in altri numerosi collegi, compreso Arcore, la Sirte italiana, e vince con gente “ nuova “.
E qui mi è sorta la domanda: ma ha vinto la sinistra, come vorrebbero farci credere i festeggiamenti e le dichiarazioni di Bersani ed altri, oppure il fattore fondamentale delle vittorie è proprio l’ uomo “ nuovo “, talvolta, come nel caso di De Magistris, venuto da altrove?
La deriva della politica è in atto ormai da talmente tanti anni che quasi non ci si fa più caso, il distacco venutosi a formare tra cittadini e classe dirigente ha assunto dimensioni praticamente incolmabili, tanto da aver ormai quasi radicato nella società l’idea, mai buona, che esistano cittadini di classe A e B. Ma l’Italia non è un paese di rivoluzionari, ci abbiamo provato nel ’38 prima, nel ’48 poi ( ottocento ovviamente ) ma i Masaniello dello stivale sono pochi e fanno fatica ad uscire, noi Italiani esprimiamo il nostro dissenso in modi meno rumorosi di altri popoli, non tagliamo letteralmente le teste ma sappiamo farle cadere.
I risultati elettorali recenti non sono una vittoria bensì un punto di partenza, per cercare di minare dall’interno quel malcostume politico, che dagli anni ottanta ad oggi, è andato ingigantendosi a dismisura. Un punto di partenza. Anche perché non dimentichiamoci che, se si andasse alle urne oggi, per le politiche, sarebbero comunque sempre le segreterie dei partiti a decidere i nomi degli eletti; il cosiddetto porcellum è una delle cause della disattenzione e della disillusione con cui l’italiano guarda alla vita politica. I ballottaggi di domenica e lunedì dimostrano che , quando si può votare il nome, il volto, l’uomo è il “ nuovo “, quello che appare più svincolato dalle logiche partitiche ad avere la meglio.
Certo è che tutti i candidati usciti vincitori dalle urne dovranno darsi molto da fare, soprattutto in comuni come Napoli e Milano, per mantenere le redini della situazione e non lasciare che il cavallo imbizzarrisca. Non ci resta che sperare in una totale ed incondizionata profusione di impegno nell’amministrazione della cosa pubblica augurando ai nuovi sindaci e presidenti, berlusconianamente, buon lavoro.