LXème Anniversaire du S.A.V.T.

Lo scorso 30 aprile, alle ore 18, nella sala conferenze del convitto ” Federico Chabod ” di Aosta, il S.A.V.T. Syndicat Autonome Valdotain des Travaileurs ha festeggiato i suoi primi sessant’anni di attività al servizio dei tutti i lavoratori valdostani. Con circa 9000 iscritti il S.A.V.T. è uno dei principali sindacati della scena valdostana ed ha festeggiato questa onorata ricorrenza con un bel concerto di musica classica, il discorso del suo segretario generale, Guido Corniolo, e consegnando alcuni riconoscimenti sia ai passati segretari generali del sindacato che a quelle persone le quali, impiegando il loro tempo ed il loro impegno hanno contribuito e contribuiscono alla riuscita di un sogno divenuto realtà. Che dire, VIVE le S.A.V.T. VIVE la VALLEE d’AOSTE !

 

 

Magret des 30 ans

Nel mio ormai quasi perfetto pragmatismo, il giorno dei trent’anni si risolve in un giorno come un altro. Nessuna tristezza, nessun timore o tremore nei confronti del futuro. Solo un magret de canard consumato solitariamente: sauce à la moutarde à l’ancienne e mais croccante alla paprika piccante con semi di sesamo. Auguri!

I neri rubano, i rossi restituiscono

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Era l’autunno del ’44, non mi chiedete il giorno esatto, da qualche mese ormai, esattamente da quando decisi di “salir sulle montagne”, come si diceva allora, anche se poi si trattava più di colline, che non vedevo un calendario, che non domandavo che giorno fosse. Per me, pensavo, fosse meglio così, non sapere il tempo che scorre credevo lo facesse passar più in fretta; avevo diciannove anni e a quell’età si pensano un sacco di cretinate.

Ci si spostava in continuazione, nei boschi, a cercare riparo in qualche grotta, in qualche capanno di caccia se ti andava bene; a volte si scendeva più giù, verso la piana, a cercar qualche cascina che ti desse farina, salami, magari un bottiglione di vino… eh ma mica tutti i fattori eran contenti di vederci: sporchi, affamati, impauriti e soprattutto senza soldi. Già, lasciavamo dei buoni di carta straccia che scriveva il Talpa ( non so poi il perché, visto che era il meno studiato ) e su c’era scarabocchiato paghiamo quando potremo e la cifra che si sarebbe dovuta portare al fattore quando fosse finita la guerra e fossero finiti i morti e quei bastardi dei fascisti, non ce ne fosse più stato uno in giro. Sapevamo tutti, combattenti e fattori, che quel mangiare e quel bere sarebbero stati a sbafo.

Pian piano eravamo tutti o quasi arrivati a questo famigerato autunno e c’erano voci inquietanti che giravano da un po’ di tempo ma non gli si voleva credere. E su e giù, dalle colline alla piana arrivò un giorno che io e Anita ( che non era una donna ma un mio vicino di casa salito in montagna prima di me, che aveva preso il nome della fidanzata che tanto amava e che non vedeva da troppo tempo, come nome di battaglia ) arrivammo in un paesotto che non ricordo come si chiamasse e li un vecchiotto ci aveva fatto vedere un pezzo di giornale che era arrivato dalla città con delle ciabatte scalcagnate dentro e sopra c’era scritto che il generale americano aveva deciso di fermare la campagna alleata per l’inverno. Porco boia. Anita diceva che non era possibile, sennò era come dire arrivederci e grazie, per noi fa freddo e voi in montagna senza tetto tiratevi le balle. Con quel pezzo di giornale stretto nel pugno eravan tornati dai compagni, di corsa e l’avevamo dato al comandante della brigata che si chiamava Zitto e che diceva di essere comunista ma io, più di una volta, l’avevo visto pregare. Ed ero stato contento perché, a dire il vero io in mezzo ai comunisti, mi ci ero ritrovato per caso e adesso mi stavano simpatici e poi quando si deve sparare la politica non c’entra. Beh, Zitto aveva letto l’articolo e non aveva detto niente per qualche minuto, poi Anita gli aveva dato un colpo al piede e quindi? E quindi niente, avremo freddo.

Qualche giorno dopo una staffetta aveva fatto sapere che i tedeschi si preparavano a svuotare una cantina carica di crudi e culatelli e che sarebbe stato bene che i crucchi quella cantina la trovassero già bell’e vuota. Organizzammo la cosa io con altri tre compagni, scendemmo nel paese e ci mettemmo d’accordo con gli uomini rimasti nelle loro case, che la sera seguente avremmo portato via tutto. Quella notte era buia, non c’era luna e nelle strade di terra battuta si vedevano sfrecciare sagome cariche come muli e poi su nei prati a sparire nel bosco.

La refurtiva sottratta alla Wehrmacht era profumata e tanta, al campo avevamo festeggiato la riuscita dell’operazione e ci immaginavamo quelle brutte facce tedesche nel momento in cui fossero scese in cantina… Zitto ci aveva lasciati sfogare un po’, poi aveva detto che tutti quei prosciutti e quei culatelli non ci servivano, di prenderne un po’ ciascuno e andare nei villaggi vicini, di notte, e appenderne uno ad ogni porta: i neri rubano i rossi restituiscono.

QUESTO BREVE RACCONTO E’ INVENTATO, OGNI RIFERIMENTO A FATTI REALMENTE ACCADUTI O PERSONE REALMENTE ESISTITE, E’ PURAMENTE CASUALE. MA NON CREDIATE CHE SI DISTANZI TANTO DALLA REALTA’.

BUON 25 APRILE A TUTTI COLORO CHE POSSONO APPREZZARLO!

BABEL e la piazza senza parole

Le chiacchiere? Stanno a zero.

Anche quest’anno la nostra neoclassica e magnifica piazza Emile Chanoux ospita il Festival della parola, l’iniziativa va sotto l’appellativo di Babel ( nome forse un poco infausto visto il chiaro riferimento ad una delle più grandi tragedie bibliche conservate nel Vecchio Testamento ovvero la fine della comunicabilità tra gli uomini ). Gli incontri, le iniziative ed i concerti in programma sono di buon interesse e l’evento in sé è organizzato piuttosto bene ma, c’è sempre un MA, quello che io non riesco a intendere è, come sia possibile che la nostra centralissima piazza debba sempre essere okkupata da baracconi plastificati che ne deturpano, smorzandone inevitabilmente la visione d’insieme, l’architettura. Sarà così complicato lasciar parlare da sola l’unica  piazza degna d’essere chiamata in tale modo, visto e considerato lo stato attuale delle altre principali piazze della città? Il comune lancia il fantastico progetto denominato Vieille Aoste, dice l’assessore alla cultura Paron sul suo Twitter: nelle vie di Aosta si potranno scoprire i toponimi ed i luoghi dimenticati. Non vediamo l’ora di poter scoprire di più sulla nostra bella città ma non sarebbe il caso, invece di scervellarsi sulla toponomastica di luoghi fagocitati dalla storia, di far qualcosa per evitare che la piazza della nostra Cattedrale, o della collegiata di S. Orso  siano dei parcheggi, o che una piazza come piazza Roncas, sede del Museo Archeologico Regionale nonché del più bel palazzo rinascimentale di Aosta ( ex sede del comando dei Carabinieri oggi chiuso al pubblico ) abbia un selciato composto da rattoppi orrendi di bitume, ospiti un’edicola perfettamente fuori bolla a causa della pendenza incontrollata della pavimentazione e sia luogo adibito al parcheggio selvaggio? Per non parlare di piazza Caveri, spazio affine alle migliori banlieue di Calcutta, o di piazza Narbonne, passata intelligentemente da essere un poco bello ma comodo e centrale parcheggio per autobus a scalinata senza meta adibita al sollazzo dei taglioni            ( quelli che schisan la scuola, per intenderci ) con annessa fontana mai stata funzionante per pericolo ghiaccio, già stagno abitazione di una colonia di rospi ed ora prato all’inglese sormontato da colonne d’acciaio a reggere il cielo, caso mai crollasse, vista la nostra vicinanza con le Gallie di Asterix. Si cerchi di puntare l’attenzione sulle piccole cose, l’arredo urbano, l’acciottolato medievale da riportare alla luce invece di scavare buchi enormi sotto le porte Pretoriane per rendere inutilmente visibile qualcosa che il tempo ha sapientemente preservato, tra le altre cose abbattendo, perché impicciano, mura di epoche successive alla romana creando così una sorta di malsana hit parade d’importanza storica dei reperti, il compilatore della quale rimane nell’ombra. L’Italia possiede circa il 70% del patrimonio monumentale del mondo perché i suoi popoli non hanno mai dovuto distruggere il vecchio per poter guardare al futuro; cerchiamo di mantenerci su questa linea.

 

Ricordo di un gran bel sorriso.

Le poche righe che seguono avrei dovute leggerle davanti ad un pubblico sicuramente indulgente ma, non me la sono sentita. Forse qui, in una lettura silenziosa, troveranno il modo migliore per esprimersi.

Anni fa, nella grande biblioteca di mio nonno Eugenio, lessi una novella di Pirandello intitolata Di sera un geranio. Mi risultò difficile comprendere, all’epoca, la natura della perdita di significato delle Cose che ci sono appartenute in vita, dopo la morte. Oggi, ripensando alle fotografie sull’altarino del comò, nell’ariosa stanza da letto di mia nonna, alle vestaglie ed ai vestiti che affollano i suoi armadi; ai pacchi di lenzuola immacolate e di asciugamani riposti ordinatamente, uno sull’altro; alle suppellettili in rame che decorano la sua cucina; alle bottiglie di Vov fatto in casa custodite nella dispensa del salotto: tutto mi appare più chiaro, cristallino arriverei a dire.

Perché ciò che produce la morte, oltre a creare uno strappo netto dalle vite di chi ci ha amati e conosciuti, è la radicale negazione del senso delle cose, dell’istante e del perché si siano volute possedere quelle piuttosto che altre, delle fatiche che si sono dovute sostenere per arrivare a possederle e della gioia che quel possesso possa aver prodotto.

L’uomo non è soltanto ciò che ha, questo è fuor di dubbio, ma ciò che ha mentre è in vita produce la storia della vita stessa.

Non saremo mai pronti a dire addio ad una persona cara, che questa sia giovane o vecchia non fa differenza alcuna: ci fossero concesse vite di migliaia di anni, il dolore dell’abbandono sarebbe lo stesso, identico; non è una questione di tempo in più o in meno bensì del cessare del tempo. Il tempo che decidiamo di donare agli altri, finché ne abbiamo la possibilità, viene speso in relazione ai nostri impegni, ai nostri affari, alle nostre commissioni ed il rimorso, di fronte all’impossibilità di poter ancora spendere del tempo per una persona cara, ci coglie sempre. Come l’acqua che sfonda il muro di ghiaccio allagando la valle, si accampano nella nostra mente i  se e gli invece: se avessi fatta una visita in più invece di andare a bere l’aperitivo, se avessi fatta una telefonata in più invece di guardare la partita… L’elaborazione del lutto non si riassume solo nel comprendere ed accettare che una persona non ci sia più, la parte fondamentale è riuscire a mettersi in pace con i proprio se, con i propri invece e cercare di capire se il nostro tempo, anche poco o sporadico, abbia creato beneficio alle persone a cui abbiamo deciso di dedicarlo. Il sorriso di nonna Ines che mi vede entrare dalla porta della cucina è la migliore ricompensa ed il migliore insegnamento che lei abbia saputo regalarmi. Per questo la ringrazio. Ciao nonna, ci mancherai tanto.

Bossi lascia, Monti resta… Forse

 

Bossi farfuglia contro Roma farabutta, contro i magistrati, contro il resto della politica; una stanghetta degli occhiali infilata dentro all’orecchio sinistro, segno forse che chi lo curava, ora lo curi un po’ meno  ( e forse ne ha curato troppo, male o furbescamente, gli interessi dopo la malattia ). E si torna a parlare di finanziamento pubblico ai partiti. La norma attuale, che fu introdotta dopo la fine della prima repubblica ( si pensava allora di ridurre così la corruzione politica ) si è rivelata fallace, per non dire un obbrobrio legislativo, che ha prodotto una ricchezza, in meno di vent’anni, pari a più di tre miliardi di euro, diventata ingestibile da parte delle tesorerie di partiti vivi o estinti che siano.
Parlando seriamente, io non sono per l’abolizione totale del finanziamento pubblico ai partiti ma è chiaro, da sempre credo, che se esiste un rimborso elettorale di rimborso si debba trattare e nulla più. Da che mondo è mondo i rimborsi tendono a restituire i denari che sono stati spesi e per calcolare i soldi spesi il procedimento è piuttosto semplice: si presentano le ricevute, si esegue una semplice addizione e da essa si ottiene un risultato. La norma ovviamente non prevede questa prassi, si preferisce invece elargire un tot di euro per ogni voto ricevuto alle elezioni. I rimborsi non dovrebbero neppure interessare il cento per cento delle spese sostenute, si dovrebbe stabilire una percentuale chiara da rimborsare e basta. Sarebbe anche utile introdurre regolamentazioni e soglie massime di spesa per ogni seggio, come ne esistono di chiare in Francia, la pena per lo sforamento delle quali, a casa dei nostri cugini, è la perdita immediata della poltrona.
La proposta dell’introduzione del cinque per mille alle forze politiche è, a mio avviso, valida e potrebbe essere la giusta spinta per far sì che i partiti si impegnino fortemente nella seria ricostruzione della loro ormai perduta credibilità. L’antipolitica non mi piace, già Aristotele sosteneva a ragione che l’uomo fosse animale politico, ma non è nemmeno accettabile la deriva prodotta dalla gestione scellerata dei partiti che ha condotto inevitabilmente al malumore diffuso dei cittadini ed al distacco di questi ultimi dalla politica.
Intanto il primo ministro Monti passerà la Pasqua in Medio Oriente. Dopo essere stato in Asia a vendere, si potrebbe dire porta a porta, il nostro debito pubblico ( è chiaro a tutti che gli investimenti in Italia di paesi come Cina e Giappone solo a questo si possano ridurre ) ora una nuova uscita, ben pubblicizzata, fuori dai confini nazionali. Ma il rilancio del paese passa anche dalle terre arabe? Queste azioni sembrano molto l’inizio di una possibile prosecuzione del nuovo premierato anche dopo il marzo 2013. L’Italia non è ancora pronta a riassorbire la politica e questa non è certo ancora in grado di produrre programmi seri e coesi per la gestione del nostro paese.
Gli studenti della Bocconi mi sa che dovranno attendere ancora qualche tempo prima di tornare a lezione da Monti, speriamo non glie ne vogliano!

Uovo simulato

Questo, che di primo acchito potrebbe sembrare un tradizionale english breakfast, è in realtà un esperimento a cui pensavo da parecchio tempo. Il piatto è un antipasto, una sferificazione inversa di miele d’acacia nostrano aromatizzato alla paprika e al the verde affumicato a freddo in casa con legni di rosmarino, maggiorana e alloro. L’albume è costituito da una robiola fresca condita con pepe nero e noce moscata. Il finto bacon è in realtà un insieme di purea di carota e zucchina che, passate al setaccio e aggiustate di sale sono state stese a strisce vicine, su carta da forno, poi pressate leggermente quindi fritte in padella tra i due lembi di carta e in fine lasciate ad acciugate in forno. Un altro esperimento riuscito.

Nobu

Il locale è tutt’altro che casual! Sviluppato su due piani, a quello terreno la sala per fumatori e a quello superiore quella per i non viziosi, si è accolti da un’atmosfera raffinata, il colore predominate è l’arancio, in una sfumatura lieve e ben dosata proviene da dietro le pareti. Il mobilio è minimal, la luce soffusa ma i tavoli ben illuminati: complimenti all’architetto delle luci. I cuochi ( tutti maestri sushi ) vengono informati della presenza di nuovi clienti, dall’addetto che li accompagna al tavolo e questi, in coro, salutano: singolare ma piacevole. Pesce freschissimo ( ho mangiato una delle migliori ricciole dell’ultimo anno ), fritto asciutto e croccante, dessert particolare; mi sono lasciato tentare dalla scatola bento, che poi sarebbe la scatola dove i giapponesi trasportano il cibo a lavoro, un fondente al cioccolato amaro accompagnato da gelato di the verde e frutto della passione. Il posto è particolare, il prezzo non esagerato ma comunque cospicuo. Una volta ogni tanto… Ah, non ci son foto del locale perché pare che il proprietario, un certo Armani, non voglia che si metta in rete il ” suo ” stile! Sono riuscito a rubare una foto delle toilettes, lo so non è gran che ma meglio di nulla!

Girona

Gerunda, nome romano dell’attuale Girona, che già fu Gerona quando, come qui in valle in epoche funeste, si cambiavano i nomi, è una città di quasi 100.000 abitanti. Zoccolo duro delle terre catalane seppe resistere alla morsa francese e castigliana conservando le sue tradizioni: qui si parla catalano! a differenza della più cosmopolita Barcelona. La cattedrale di Santa Maria, la cinta muraria quasi interamente percorribile e in grado di rivelare scorci incredibili sulla città, i suoi parchi tranquilli ed ombreggiati dove trovar ristoro nella canicola estiva, le viette, i bagni turchi, i tantissimi ponti sull’Onyar, il ghetto ebraico, lo splendido romanico della chiesa di San Feliu, son tutti luoghi che dovrebbero essere visitati almeno una volta.