Liberi o no

 
 Sono molti i paradossi che popolano la modernità, dalla carta che abbonda nella burocrazia digitalizzata alle sonde che accarezzano planetoidi a miliardi di Km dalla Terra mentre in Sicilia crollano i viadotti. Quello che voglio presentarvi lo si trova spesso sotto i nostri occhi: è il paradosso del cartellone pubblicitario libero. Figlio diretto della modernità più pura in cui ci muoviamo immersi come in un liquido viscoso, capace di rallentare i nostri pensieri, di inibire e veicolare le nostre decisioni. La chiudo qui, non sono un filosofo e non mi impegolerò in discorsi cavillosi ma devo ammettere che il cartello pubblicitario ” libero ” che pubblicizza la sua libertà mi fa sorridere ad ogni passaggio davanti ad esso, che sia a piedi, in bicicletta o in macchina!

Le tre grazie

25 aprile. Festa della liberazione. Liberazione dal giogo nazi-fasciata. Liberazione dalla guerra, tremenda, orribile. I morti sono tutti uguali, è la parte, giusta o sbagliata, dove si muore che fa la differenza. Come di consueto pubblico un mio racconto riguardante quei mesi di lotta estrema, di sacrificio, di angoscia. Buon 25 aprile a tutti!

Mi chiamo Gilda Rosetti, classe 1919, sposata dal 1938 con Carlo Pantaleone, classe 1910, e mi è sempre piaciuto avere delle bombette in casa. Vi stupirà che una massaia armeggi con l’esplosivo ma io nel ’44 avevo quattro figli piccoli e mio marito era quasi sempre sui colli, con la brigata, passavano anche due o tre mesi che non lo vedevo e quelle bombette mi facevano stare più sicura. Dico meglio: non che fossi più sicura io ma per i miei figlioli sì, ero più sicura. Me le aveva portate il Gianni, pallido e secco come un insetto ma con un cuore da leone, che mio marito non voleva. Cosa tieni in casa quella roba li, fa più danni che altro! E io avevo pianto non per lo schiaffone che mi aveva mollato dopo quelle parole, avevo pianto per la rabbia, lo avevo odiato perché non mi lasciava proteggere le mie creature. E allora il Gianni, che aveva una cotta per me dalle elementari me ne aveva portate tre, una mattina colorata di settembre. Le aveva infilate nella cintura di cuoio che era di suo padre, quella con la fibbia arrugginita; in verità da quella cintura lui ne aveva fatte due, una per sé e una per il topo, un ragazzino di Bologna che era li chissà perché, a combattere i neri, perché suo padre macellaio pesava come un bue ed era morto di mal di pancia prima che questa pazzia della guerra cominciasse, fortunato lui.

Quella mattina di settembre era sgattaiolato in casa, il Gianni, prima che sorgesse il sole, che quando c’è la guerra i colori li puoi vedere solo di notte, le aveva poggiate tutte e tre sul tavolo del tinello ma una gamba era rotta e il piano di legno stava un po’ inclinato che a momenti vanno in terra tutte e tre, le bombe dico. Facile, tiri qui e lanci ma lancia lontano che queste esplodono forte, sono americane mica nostre. Il Gianni era sempre stato chiaro, due cose mi aveva spiegato nella vita, e le avevo capite, come si fa la b in bella grafia corsiva e come si usa una bomba a mano. La prima e ultima volta che ho tradito Carlo è stata quella ma un bacio il Gianni se lo era meritato! Perché io non ne volevo più perdere di bambini che uno, ‘sti neri vigliacchi, già me lo avevano portato via che era ancora nella pancia a suon di botte e pedate nel sedere e gradini con la faccia… Non le avevo ancora le mie tre grazie, così le chiamavo, se no li avrei fatti correre quei bastardi. Le avevo riposte nella credenza in cucina, nell’anta in basso a sinistra, che era piena di scatole ormai vuote, infilate una sull’altra dentro ad una confezione di cacao Bensdorp, rossa fiammante! Le ho tenute li dentro per un po’ di mesi poi un bel giorno di maggio sento bussare alla porta ed era Carlo che mi dice di prendere i bambini, che la guerra è finita e per strada ci sono caramelle e sorrisi. Vivo ancora nella stessa casa, con le cambiali l’abbiamo un po’ ristrutturata e sotto la cucina, dove una volta ci stava la Gina che era a servizio dal barone, Carlo ci ha fatto la sua officina da ebanista. Lì dentro ora è tutto polvere e ragnatele ma se avete la costanza di spostare assi e vecchi carretti e bacinelle e damigiane vuote, in fondo a sinistra troverete un tombino stretto e rotondo con la scritta ACQVA. Beh dentro ci troverete le mie tre grazie, sonnolente ma pronte perché la guerra non te la aspetti mai. Dovrò ricordarmi di dirlo ai miei figli, prima di andare da Carlo.

No respect by Calvin Klein

IMG_4112.JPG

Il rispetto è un’attitudine morale che, di questi tempi, non va molto di moda, lo si sa e lo si vede un po’ ovunque. Qualche settimana fa due adolescenti, probabilmente con troppi soldi in tasca e poche idee per spenderli, hanno ” firmato ” gran parte dei muri e delle colonne di Aosta. Una bravata, è stata definita da molti, sicuramente una mancanza di rispetto e una gran voglia di protagonismo: il brivido nel riconoscersi ovunque, nel sentire la popolazione, i tuoi vicini, i tuoi compagni che parlano di te.
Un interessante discorso tenuto dal prof. David McCollough ai diplomandi di un liceo di Boston, inizia con una frase che attraversa la mente come una saetta, facendo trasalire anche gli animi più annoiati che affollano le cerimonie di rito: voi non siete speciali. Ora, che non fossimo speciali i più e i meno intelligenti tra noi se ne erano già accorti ma ciò che rende speciale la vita umana è il fatto intrinseco che sia fine a se stessa; mi spiego meglio: il mondo degli uomini, sebbene si trovi a convivere col pianeta terra e con tutta la fauna e la flora che lo popolano, è distaccato da questi ed il distacco deriva da un solo, grande fattore che va sotto il nome di storia. La storia del pianeta esiste perché l’uomo l’ha scritta, la storia dell’uomo persiste poiché l’uomo desidera continuare a forgiarla. Solo forgiando la storia, lasciando traccia del proprio passaggio l’essere umano si sente realizzato e mi fermo qui, per non inoltrarmi in vacui discorsi sul senso della vita!
Passo al punto cruciale ben delineato dall’immagine in testa a questo scritto e cioè: il mestiere dell’uomo rispetto all’idolo. Gli idoli esistono perché creati dall’uomo e dalla sua storia ed esistono per due scopi: esser d’esempio ed essere migliorati. Scrivere ” uccidi i tuoi idoli ” sotto la faccia del comandante Ernesto Cheguevara, incollata al corpo di un divoratore di proteine liquide, è una stupidaggine d’effetto che passa un messaggio sbagliato. La storia e quindi gli uomini prendono esempio dagli idoli, cercando di superali, uccidendo i propri padri. Tra l’altro mi domando quanti riconoscano ancora la faccia del ” Che ” ma soprattutto per quanti il comandante possa ancora essere un idolo sebbene, per quanto concerne la sua condotta ideale, dovrebbe esserlo per tutti!
E torniamo al rispetto, perché photoscioppare la faccia di un morto, chiunque egli sia, al corpo di un palestrato, per pubblicizzare delle mutande griffate è, di per sé, una grave mancanza di rispetto ma la faccenda peggiore è instillare nelle mente delle persone il fatto che tutto ciò sia normale; perché se si può ridere di tutto non si può denigrare e usare tutto come se fosse di nostra proprietà. Non è firmando muri o creando collage di dubbio gusto che si afferma la nostra esistenza.

C’era una volta America

20140530-133200-48720326.jpg

La Stampa di oggi reca un pezzo insipido sul successo ottenuto dalla prima proiezione valdostana, aperta al pubblico, del film di Alessandro Stevanon intitolato America ed incentrato ( a quanto si evince dal trailer visionabile su youtube ) sulla figura del becchino di Aosta Pino America, al secolo Giuseppe Bertuna.
Io ero davanti al Cinemá de la Ville curioso di assaporare le delicate atmosfere che la regia di Stevanon sa creare e la luce magnifica della fotografia dei ragazzi dello Stopdown Studio. Guardandomi intorno però mi è subito balzato all’occhio lo stridente paradosso sociale che intorno a me si stava consumando: all’arrivo di Pino, la folla in attesa di entrare nel teatro scoppia in un caloroso applauso arricchito da fischi e qualche ” bravo!” di melodrammatica memoria. Ora, il paradosso citato non sta ovviamente negli applausi a Pino, meritati o no non sta a me giudicare, ma nelle mani che quei suddetti applausi stavano producendo, nei proprietari di quelle mani, mani di ” quelli che la notte non si può girare più ” per citare Frankie HI-NRG. Un sacco di facce da ” se questi non la smettono chiama la volante, caro.” Tanta gente mai vista in un solo bar, tanta gente antipaticamente borghese. Eccolo il nostro paradosso: l’emarginato, l’ubriacone, il pazzo, il molesto acclamato da chi tutti questi simpatici appellativi glie li ha regalati strada facendo.
Su una cosa ha ragione Davide Jaccod de La Stampa: ieri sera c’era il red carpet al de la Ville ma non era certo occupato dalla star della serata; a solcare il tappeto rosso era il pubblico compiaciuto di se stesso, il pubblico delle grandi occasioni, quello che non può mancare perchè altrimenti in ufficio è tagliato fuori dalla discussione.
C’era una volta America, quel Pino che un tempo non si sarebbe abbandonato alla vanità e sarebbe rimasto al Nazionale a bere, con me e gli altri, sproloquiando sulla pubblica amministrazione, i matrimoni che non durano e fantomatiche tardone attardatesi in discoteca. Il tempo trascorre su tutti e tutti ci rende più vulnerabili, ahimé.

Obiettivamente

image

Obiettivamente, in un quadro generale in cui la colomba nera Marie Lepin, invita Beppe Grillo a discutere con lei di non Europa elogiandolo per le scelte fatte ( congelare otto milioni di voti e non schierarsi con nessun partito politico ), forse Bersani dovrebbe farlo un passo indietro, o magari due o ritirarsi definitivamente a vita privata, visto anche il suo recente, ieri, parlare in terza persona di se stesso, primo chiaro sintomo di schizofrenia e prassi consolidata del perseguitato Berlusconi.
Obiettivamente, a questo paese urge un governo, ne abbiamo bisogno come abbisogna dell’acqua un’oasi nel Sahara. Non un governo del presidente, super partes, che vada bene un po’ a tutti, l’Italia necessita di un governo politico, e visto che il PD non è stato capace di scovare la fiducia ( una farsa, per altro, le consultazioni bersaniane ), si rende necessario che il PD stesso apra al governo di larghe intese, al governo di scopo, alla coalizione alla tedesca, chiamatelo un po’ come preferite. Anche Berlusconi faccia un passo indietro, fatelo fare a Franceschini e Alfano, il governo. Senza la figura preponderante di Berlusconi non credo che questa possibile alleanza si risolverebbe necessariamente in un suicidio politico per il partito democratico, che potrebbe comunque tenere nella manica, in vista delle elezioni, l’asso Renzi ( negli ultimi sondaggi, tra gli elettori PD al 66% di gradimento come nuovo candidato premier ).
Obiettivamente, la situazione va sbloccata, è d’uopo abbattere l’asfissiante muro di gomma eretto in parlamento dal movimento cinque stelle, che si schiera contro tutto e non propone nulla. C’è bisogno di realpolitik e non potendo avvalerci di nessun Machiavelli, Otto Von Bismarck o Richelieu che sia dobbiamo comunque essere consapevoli che, in questo particolare frangente, esiste una ragion di stato da sostenere, sopravvivere alle sferzate del mercato mondiale, ridare nuova credibilità al paese, agire contro la disoccupazione, sbloccare il credito delle imprese e molto altro.
Obiettivamente, quando non si vedono più soluzioni, spesso basta cambiare gli occhiali.

Tagli

C’è anche chi si vergogna del taglio del trenta per cento sullo stipendio, deciso da Grasso e Boldrini, rispettivamente nuovi presidenti di Senato e Camera dei Deputati. Io condivido l’indignazione. La condivido perchè se una persona svolge la propria attività, di qualsiasi natura essa sia, è giusto che venga retribuita in maniera consona. Se gli stipendi dei politici sono giudicati d’oro è perché essi non sono stati in grado di svolgere la loro funzione nel migliore dei modi possibile, indirizzando questo paese verso sorti ancora da definire.
In uno stato in cui il costo della corruzione è stimato tra i sessanta ed i cento miliardi di euro all’anno, uno stipendio che si aggira intorno ai tredicimila euro al mese è sicuramente fuori luogo. Ma si deve partire dal presupposto che tutti questi danari sarebbero retribuiti proprio per arginare la corruzione, il pensiero di base è: se ti pago tanto non cercherai di rubare. Non è quindi lo stipendio ad essere sbagliato bensì gli uomini che lo percepiscono. Certo è che l’abbassamento di tali stipendi, in periodi di vacche magre, sarebbe un buon atto da compiere in viso all’opinione pubblica. Allora però il trenta per cento non è sufficiente, la riduzione dovrebbe aggirarsi intorno al settanta per cento. Quattromila euro al mese sono uno stipendio più che bastevole a condurre una vita dignitosa. Ovvio, non tutti i parlamentari sono di Roma e allora si potrebbe pensare di dargli un alloggio, non un contributo per l’affitto, un alloggio in case modeste, garrule, letto cucina e bagno ovvero tutto ciò che serva per riposarsi.
L’abbassamento dei salari parlamentari sarebbe quindi un segnale positivo ma ciò che realmente costa a questo paese sono, ad esempio, le più di cinquemila società pubbliche, pagate dai contribuenti, che per il pubblico non producono nulla e arrivano a spendere il novanta per cento dei loro bilanci per pagare gli stipendi dei dipendenti. Strutture che annoverano tra le proprie file venti dirigenti e tre operai! Consigli di amministrazione che fungono da parcheggi dorati per trombati non eletti, opere pubbliche finanziate e mai portate a termine e via discorrendo.
Lo spreco dei soldi pubblici è strettamente legato alla corruzione quindi per combattere lo scialacquamento delle finanze urge in primis una legge che alla corruzione assegni pene esemplari e certe. I corrotti devono essere scovati, i mezzi ci sono, ed espulsi dai pubblici uffici a vita. Non chiederei per loro il carcere, andando così a sommare al danno creato anche il loro mantenimento, ma la restituzione del danno pecuniario che la loro condotta ha prodotto, più gli interessi. E se il ladro corrotto non avrá di che pagare, beh allora lavorerá gratis per la società, fino all’estinzione del proprio debito.

Pil, Bes, spread, Bce, credit crunch: troppi grilli nella testa degli italiani.

 

Finita l’epoca dell’attimino, che aveva segnato la prima repubblica e parte della seconda, per intenderci quando alla mattina i bar erano pieni di gente a fare la cosiddetta colazione democristiana ( cappuccio, brioche e acqua gassata ndr. ) e i baristi non riuscivano a stare al passo con le ordinazioni, siamo ufficialmente entrati, ormai da un paio d’anni, nell’epoca del termine tecnico e dell’acronimo.
I francesi lo usano da tempo immemore, l’acronimo, ti dicono perfino ” prego ” scrivendo SVP. A noi italiani, invece, abitanti del paese del Dolce Stilnovo, delle terre soleggiate dove ” il sí suona “, per noi che abbiamo introdotto costrutti sintattici derivanti dall’inglese solo dopo ” Diario del ’71 e del ’72 ” e che abbiamo omologato la lingua patria grazie a ” Non è mai troppo tardi ” risulta strano, per non dire alieno, esser bombardati incessantemente da sigle sterili, capaci però di regolare la nostra economia, la nostra stessa vita. L’ italico popolo è per sua natura prolisso, i pranzi e le cene interminabili, che si consumano nel nostro paese, non devono l’ interminabilità alle copiose libagioni che nel loro svolgersi si consumano bensì alla conversazione, sterile o costruttiva che sia, che nel loro svolgersi si costruisce. Viviamo un periodo difficile, questo è ormai chiaro a tutti, dal presidente del consiglio uscente al pensionato che impegna i suoi risparmi al video pocker; quello che però spaventa maggiormente la popolazione, a mio avviso, è l’indecifrabilità delle problematiche da affrontare. Le banche non fanno più credito a nessuno che non abbia già soldi liquidi in abbondanza, questo è un assioma di per sé difficile da digerire, per imprenditori e famiglie ma, se oltre al danno, ci si aggiunge anche la beffa del non definire comprensibilmente le cose che accadono e si decide, stampa in primis, di utilizzare il termine tecnico ( nel caso specifico credit crunch, che per l’italiano medio suona come il nome di una barretta croccante a buon mercato ) allora, quello che è un problema reale e di difficile soluzione diventa, agli occhi dei più, insormontabile. La lingua è fondamentale, la nostra è articolata, fiorita, mai sterile, proviamo ad usarla, cerchiamo di spiegare le cose, perchè quando le situazioni sono più chiare, sebbene difficili, fanno meno paura. Gli italiani hanno troppi grilli per la testa, non c’è da stupirsi se poi uno di questi, con un ritornello declinato tanto velocemente da non concedere riflessioni, sale su un palco e incamera il venticinque per cento dei voti.

Ci siamo

20130304-113655.jpg

Elezioni. Termine democratico per eccellenza, per il raggiungimento del quale uomini e donne di tutte le epoche, ceti sociali e culture hanno combattuto, combattono, sono morti e muoiono. Ma siamo poi sicuri che la democrazia, nella sua forma più evoluta ovvero l’attuale, sia davvero di reale aiuto ai popoli? Interrogativo questo non certo di facile soluzione. Il risultato delle elezioni politiche del 24 e 25 febbraio lascia la povera Italia in una condizione di ingovernabilità pericolosa e questo si sa ma l’ingovernabilità deriva da un fatto nuovissimo per questo paese: la presa di scena di un amorfo movimento politico composto e sostenuto da cittadini estranei alla politica. Utilizzo il termine amorfo poichè gli appartenenti al Movimento cinque stelle non hanno una forma e neppure una sostanza chiaramente definibile, li accomuna solo il fatto di non sopportare più gli abusi che la casta politicante ha perpetrato in questo paese rendendolo corrotto e deficitario in quasi tutti i campi. La recessione e l’incertezza del futuro sono soliti generare questo tipo di reazioni, lo abbiamo già visto in altri paesi come la Francia o l’Austria dove periodicamente un nuovo poujadista o un fascista “contro” saltano fuori ad arringare la folla su come sarebbe bello mettere al muro la classe dirigente e andare avanti da soli ma l’uomo, citando Aristotele, è animale sociale; nel genere umano uno conta come zero a differenza di quanto Grillo sostenga. Visto e considerato che, per nostra natura, siamo costretti a vivere in società organizzate è altresì necessario che tali società siano regolamentate da leggi e dirette da governi. L’assunto è che l’uomo non è perfetto, se lo fosse, allora l’anarchia sarebbe la sua forma di governo. Ora i militanti del Movimento cinque stelle sono entrati a far parte del parlamento e come onorevoli deputati e senatori dovranno farsi carico di gravose responsabilità, il tempo delle piazze e dei vaffanculo è giunto al termine. Ora è il momento delle decisioni e dei compromessi da sottoscrivere in coscienza per il bene del paese e dei sui cittadini tutti. Ciò che mi spaventa maggiormente è che i 163 onorevoli grillini siano in definitiva un agglomerato non pensante che risponde in massa al volere ondivago di Grillo, uomo furbo e capace che davanti agli imprenditori parla un liberismo destrorso e in Val di Susa sventola la bandiera NO TAV. Se così si rivelerà allora la democrazia uscirà sconfitta da quest’ ultima tornata elettorale ed insieme ad essa avrà perso il popolo che, credendo di far del bene a se stesso, avrà in realtà spalancato di nuovo la porta ad un mostro antico.

Breve riflessione sulle dimissioni di Vierin

Nel mio vivere talvolta avulso dalla società mi capita di arrivare un po’ in ritardo sulle notizie salienti, per quanto concerne la politica della mia amata regione. Devo ammettere che è stato un po’ un fulmine in una giornata di pioggia, come quella odierna, leggere su un quotidiano on-line delle dimissioni presentate ieri dall’assessore all’istruzione e cultura Laurent Vierin. Partendo dal presupposto che le dimissioni di una carica pubblica dovrebbero seguire ad errori commessi dalla stessa, quelle presentate dall’assessore non mi trovano affatto d’accordo per due semplici motivi: il primo l’ho già esplicitato e si può riassumere nell’assunto per cui, se si è convinti di aver svolto il proprio lavoro correttamente, anche se questo non viene riconosciuto, ci si dovrebbe incollare alla poltrona presieduta con ancora più tenacia, cercando di fare ancora meglio, facendo passare il messaggio che si stia lavorando in favore della comunità tutta, perchè si viene sì eletti da una parte di cittadini ma una volta occupato lo scranno si lavora per tutti. Il secondo motivo, forse ancora più importante, è che una dimissione dettata da divergenze di carattere politico lascia carta bianca a chi si trova in condizione di vantaggio per poter legittimare nuovi incarichi a persone più politicamente affini. L’Italia non è nuova a spaccature partitiche e la nostra regione, seppure autonoma, fa parte di questo paese e soffre delle medesime problematiche. Andarsene perchè si viene attaccati è politically incorrect nei confronti di quei 3.950 elettori che in valle avevano espresso una preferenza chiara. Signor Vierin, come lei stesso scrive nel comunicato stampa di ieri, ” pur non condividendo totalmente diversi passaggi politici fondamentali e amministrativi dell’ultima legislatura e pur avendo espresso, anche nel voto, questa mia contrarietà in molte occasioni, ho sempre cercato di portare avanti le decisioni assunte con senso di responsabilità e profondo rispetto per le istituzioni che rappresento ” viene quindi da chiedersi: perchè questa volta non ha deciso di combattere e portare avanti le sue idee in seno alla forza politica di cui fa parte? Personalmente avrei accettato di buon grado le sue dimissioni se fossero arrivate nell’ora della svolta politica, dettata dalla paura e dalla speculazione elettorale, verso destra dell’UV, quello sì fatto grave, che fece rivoltare nelle loro tombe più d’uno dei nostri nonni. Fortunatamente non viviamo, come qualcuno sostiene, sotto dittatura ed essere ” contro ” è ancora lecito e politicamente corretto, forse dovremmo ricordarcelo un po’ più spesso.

Delegittimare la democrazia non paga

20121119-072150.jpg

Il risultato non è scontato. Ovviamente bisognerà aspettare lo spoglio delle schede elettorali ma il comitato del Sì, che ha lottato sotto il nome di Valle Virtuosa, ha sicuramente preso il raggiungimento del quorum come una vittoria, a ragione direi. La strategia del Consiglio Regionale, la cui campagna è stata svolta con indescrivibile inettitudine, non ha pagato e per gente che fa politica da trenta o più anni avrebbe dovuto essere immaginabile. Non credo però che si possa ascrivere il raggiungimento del quorum ad un riavvicinamento della popolazione alla politica. Molti elettori si saranno sicuramente recati alle urne per senso civico, altri saranno stati spinti dal dubbio ( e se quelli del Sì avessero ragione, anche solo per la metà delle cose che dicono? ) tantissimi, ne sono certo, avranno votato semplicemente perché qualcuno ha detto loro di non farlo. In tempi grami come questi, quando la politica ti piove dall’alto e taglia gli stipendi, la sanità, l’istruzione e molto altro, sentirsi dire che non è il caso di esprimere la tua opinione fa indispettire gli animi del popolo, il quale ha dimostrato definitivamente di non essere in toto una massa ignorante e menefreghista ma di voler contare di più. Certo è che si deve pure pensare a quel quasi 52% che ha deciso di non esprimersi, per menefreghismo, per indisposizione, e per sentimento politico. La maggioranza comunque non si esprime. E a farle cambiare idea non sono bastati gli incontri capillari tenuti da Valle Virtuosa su tutto il territorio regionale, la propaganda, talvolta discutibile, su social network e bacheche elettorali e non sono nemmeno state sufficienti le categoriche, indisponenti e sicuramente poco chiarificatrici dichiarazioni di Rollandin: il pirogassificatore è l’unica strada, arrivederci.
Ora, aspettando lo spoglio, bisognerà iniziare un’attenta riflessione su come si dovrà orientare lo smaltimento dei rifiuti nella nostra regione. A pochi anni dalla chiusura prevista della discarica di Brissogne, sarà necessario studiare un piano serio e puntuale per la gestione dell’immondizia. Puntare sulla differenziata è sacrosanto ma dire che semplicemente iniziando a riciclare l’umido la partita sia quasi chiusa è una fesseria bella e buona. E’ vero che l’umido rappresenta tra il 25 e il 30 % dei rifiuti prodotti ma è altresì vero che non tutto l’umido è riciclabile nelle compostiere infatti il famigerato compost può essere prodotto esclusivamente da scarti di origine vegetale quali residui di potatura, erba sfalciata, foglie ecc. non sono annoverati gran parte dei generi alimentari che producono scarto nelle nostre cucine. C’è da sperare che lo scenario che si aprirà nel dopo referendum non si risolva nell’inquietante slogan: una piccola discarica per il tuo piccolo comune. Inoltre spero vivamente che, qualunque esso sia, il nuovo piano di smaltimento non includa la cessione di rifiuti valdostani a complessi di incenerimento situati in altre città d’Italia perché, se così fosse, l’idea di class action su cui è stata impostata la campagna del comitato del Sì andrebbe letteralmente a farsi friggere trasformandosi nel molto più italico “ basta che non sia a casa mia “.